Tired Pony

The Ghost Of The Mountain

2013 (Fiction / Polydor) | folk-pop

Tra la prima sortita e il sophomore dei Tired Pony – questo “The Ghost Of The Mountain” di fresca pubblicazione – non sono trascorsi che tre anni. Un lasso di tempo non certo lungo per un supergruppo che coinvolga artisti sparpagliati al di qua e al di là dell’Atlantico, eppure interminabile nella prospettiva del suo più illustre membro, Peter Buck. Dal giugno del 2010 a oggi il chitarrista ha affrontato un divorzio (il secondo) e un matrimonio (il terzo), ha pubblicato nuovi dischi con i Baseball Project e i Rem, si è tolto lo sfizio di un discreto esordio solista (ma in compagnia di amici fidati del calibro di Mike Mills, Lenny Kaye, Joseph Arthur, Scott McCaughey, oltre a Jenny Conlee dei Decemberists) e, cosa ben più significativa, ha annunciato al mondo la fine dell’avventura musicale grazie alla quale il suo nome sarà ricordato per sempre. Se l’energia e l’entusiasmo del vecchio Buck non sono mai venuti meno, come conferma il moltiplicarsi dei progetti in cui il musicista oggi di stanza a Seattle è stato coinvolto negli anni, non si può dire lo stesso dell’urgenza dietro tanta sfaccettata attività collaterale. Il nuovo Tired Pony, in tal senso, sembra dar credito ai detrattori che hanno ravvisato nelle ultime collaborazioni dell’ex-Rem i segni di un declino fisiologico ma inesorabile.

Non era malvagio quel “The Place We Ran From”, nato forse per esaudire il capriccio di un’opera americana per il frontman (voce dei fortunati e non proprio memorabili Snow Patrol) Gary Lightbody, ma tirato su con buona passione e sufficiente polpa. Se in quel caso era lecito parlare di lavoro prescindibile ma sostanzialmente piacevole, questa volta si fa fatica a trovare spunti in grado di giustificare il nuovo impegno del collettivo. Come il brano in apertura chiarisce in maniera sin troppo evidente, si tratta ancora di un prodotto gradevole, confezionato con garbo e attento alla calligrafia. Ma anche troppo timido e immacolato, laddove una più decisa ruvidezza nel tocco e una produzione meno tiepida avrebbero sicuramente giovato. Se perfino una canzone intitolata “Sangue” suona minata in partenza dall’anemia, è innegabile che le creature animate da Buck e dal fedelissimo McCaughey abbiano perso molto del loro smalto, rispetto non solo al modello rappresentato dalla band regina – semplicemente inarrivabile, se si considera la sua lunga età dell’oro – ma anche ai pregevoli Minus 5 di una decina di anni fa.

Il grosso problema di questo “The Ghost of the Mountain” è che tutto sembra costruito per assecondare la levigata malinconia e quel tono da crooner al velluto del cantante, col gruppo sacrificato a più riprese quasi fosse niente più che una lussuosa appendice o un’affabile backing-band. Il risultato è il classico album dalle facili aspirazioni sentimentalistiche, come ne uscivano a pacchi negli anni Novanta: scrittura easy-listening efficace e coesione ammirevole, pur non avendo nulla di veramente entusiasmante o struggente da offrire. Negli episodi migliori può ricordare i Better Than Ezra (notevole la somiglianza vocale con il leader Kevin Griffin), svelare un retrogusto da Wilco minori che non dispiace (“Carve Our Names”) o rievocare grazie a qualche bella suggestione quanto di buono fatto da Lightbody alla guida dell’ampia ensemble indie-pop Reindeer Section (“The Ghost Of The Mountain”). Per lo più prevale tuttavia un folk trasparente senza infamia e soprattutto senza lode, che vale all’ascoltatore reiterati sbadigli anche in virtù della sostanziale latitanza ritmica di un Richard Colburn (Belle and Sebastian) impiegato poco e male.

E Peter, vi starete chiedendo? Quasi non pervenuto. Non lo si immaginava mattatore ma nemmeno comparsa, quale appare a tutti gli effetti in quest’occasione. Si limita ad apporre qualche firma con la sua Rickenbacker, magari un assolo flemmatico e pachidermico che mette un po’ di tristezza (“I Don’t Want You As A Ghost”) o un paio di pose estatiche eccessivamente estenuate (la Rem-iana “All Things At Once”), prima di riprendere il proprio nascondino sotto strati e strati di coretti o organi vaporosi. Gli arpeggi leggendari della sua elettrica ridotti a semplici orpelli decorativi, un motivo bluastro sulla tappezzeria del disco.
Chiunque si senta orfano delle sue chitarre farà fatica ad adombrare un po’ di malinconico disappunto.

(07/09/2013)

  • Tracklist
  1. I Don't Want You As A Ghost
  2. I'm Begging You Not To Go
  3. Blood
  4. The Creak In The Floorboards
  5. All Things At Once
  6. Wreckage and Bone
  7. The Beginning of The End
  8. Carve Our Names
  9. Ravens and Wolves
  10. Punishment
  11. The Ghost of The Mountain
  12. Your Way Is The Way Home
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