La Black Sweat Records è una delle migliori etichette in circolazione, questo è un fatto. E lo è per almeno due ragioni: la prima consiste, sostanzialmente, nel valore del proprio roster, comprendente alcuni dei musicisti/gruppi più interessanti del momento in ambito psichedelico (Maurizio Abate, Al Doum & The Faryds, Eternal Zio, Baxamaxam), la seconda ragione s’identifica con il suo ambizioso programma di ristampe.
Alle varie chicche pubblicate negli ultimi due anni (lavori di Ariel Kalma, Embryo e Harry Revel), l’etichetta milanese fa seguire la ristampa di “Futuro Antico” e “Dai primitivi all’elettronica”, i due album semi-introvabili (uscirono nel 1980 in formato cassetta) dei Futuro Antico, una delle formazioni più mitizzate e oscure di tutta la musica sperimentale italiana.
I Futuro Antico erano essenzialmente Walter Maioli e Riccardo Sinigaglia, a cui si aggiunsero le percussioni di Gabin Dabiré in “Dai primitivi all’elettronica”. Maioli proveniva dall’esperienza fondamentale degli Aktuala, Sinigaglia aveva iniziato a sperimentare con la musica concreta negli anni Settanta, mentre Dabiré – africano del Burkina Faso residente in italia – saprà aggiungere all’impasto sonoro un tocco di straniante esotismo. E, in linea con le loro esperienze passate, i tre riuscirono a creare una musica che era un incontro di mondi distanti e apparentemente inconciliabili, e che declinava in note un concetto di “fusione” in cui i suoni proveniente da culture diverse potessero interagire al fine di partorire qualcosa di autenticamente nuovo e indipendente dai contesti di riferimento.
Scrivevano i Futuro Antico nelle note di “Dai primitivi all’elettronica”: “…Lo sviluppo della tecnologia e dell’elettronica ha consentito la costruzione di dispositivi aventi le più diverse funzioni, dai generatori di suoni e d’immagini ai sistemi d’informazione mediante logica simbolica. Parallelamente l’importanza assunta dall’industria aerospaziale ha permesso un notevole incremento delle comunicazioni aeree e via satellite. L’immediata presa di contatto con culture diverse e la conoscenza di popoli i cui sistemi di vita e di pensiero differiscono dai modelli di provenienza hanno messo in relazione universi vitali che interagiscono tra loro e si trasformano”.
Sulla base di quell’idea, Maioli e Sinigaglia riuscirono a far convivere il suono dei sintetizzatori con l’ipnotica espressività di insoliti strumenti acustici, quali osso d’aquila, bastone sibilante, ektar, arco a bocca e altri ancora. Il risultato? A dir poco incantevole. Esemplificativa è la magia di “Eco Raga”, fluire all’incenso di note che paiono sospese nell’aria, e che hanno come unico possibile termine di paragone il Lino “Capra” Vaccina di “Antico Adagio”.
Questi due album ebbero poco seguito all’epoca, cosa probabilmente da attribuire alle mutate condizioni di un contesto musicale e culturale che si era lasciato alle spalle l’idealismo (a volte ingenuo ma quasi sempre sincero) degli anni Sessanta e dell’inizio degli anni Settanta, per abbracciare il glaciale individualismo degli anni Ottanta. E, tuttavia, nella sua livrea transglobale, la musica qui contenuta è così splendidamente aliena rispetto alle cose che si ascoltavano allora (e che si ascoltano oggi) da sembrare al di fuori di ogni tempo e di ogni luogo.
29/08/2014