Alasdair Roberts

Alasdair Roberts

2015 (Drag City) | folk, songwriter

Alasdair Roberts è un ragazzone scozzese alto, dinoccolato, con la faccia buona che hanno i pastori dalle sue parti. E forse un pastore avrebbe anche finito per diventarlo, non si fosse trovato a recitare il ruolo dell’eroe in una fiaba che oggi diremmo cinematografica, con un’attempata leggenda del crooning o una rockstar maledetta nei panni attanziali dell’aiutante magico al posto del barbuto forestiero Will Oldham. Adottato dal Principe ai tempi della band liceale, Appendix Out, adottato da Jason Molina negli anni splendidi dei Songs: Ohia, e poi da entrambi a un tempo con il progetto in patrocinio Amalgamated Sons of Rest. Pure una benedizione dal santino Sean O’Hagan per non farsi mancare nulla, e un lasciapassare in Secretly Canadian prima di approdare alla prestigiosa Drag City. Tanti padrini, tanti dischi messi in pila negli anni, prima con quel gruppo sempre più scomodo, quindi in perfetta solitudine e infine con solo una ristretta corte di amici selezionati. Tanto tempo speso a costruirsi la fama del folksinger instancabile, poco incline alle frenetiche divagazioni espressive ma altresì avverso alle tentazioni manieriste o accademiche del puro revival.

Con la penna e la chitarra ha vergato una bozza d’armistizio tra i retroterra folklorici delle sue campagne e di quelle inglesi, gallesi e irlandesi, muovendo con la cautela del filologo e riservandosi di tanto in tanto il piacere di un inciso tra il progressive e l’acidulo, alla maniera di un Greg Weeks finalmente lucido. Per le parole si è ripensato pescatore di scintille dorate, dal monumentale forziere della letteratura: stralci di epica cavalleresca e tetre murder ballad, medievalismi e canzoni marinaresche, vivificati grazie a ricche orchestrazioni da protocollo o stilizzati abbracciando soluzioni assai più spoglie, cameristiche e sostanziali. Solo tre anni fa si è celebrato il matrimonio tra le sue Lowlands e le Highlands della cantante e attrice Mairi Morrison, in un brillante disegno di revisionismo celtico tratteggiato con il contegno dei fini musicologi e chiuso dalla pubblicazione di un Lp intitolato semplicemente “Urstan”, “Battesimo”. Come offrire all’afflato degli antichi canzonieri gaelici una pelle nuova di zecca – scorza blues, jazz o bossa nova – riuscendo comunque appropriati.

Fedele al suo credo artistico, asprigno ma concreto, Ali rinnova oggi il legame magico tra arcaismi e attualità trasfigurata anche nei solchi della sua ultima prova in studio, eponima quasi a voler tirare le somme dopo quindici anni di irreprensibile cammino. La veste è per forza di cose più confidenziale e meno elaborata che nell’ultimo passaggio, “Hirta Songs”, ciclo di canzoni condiviso con il poeta suo connazionale Robin Robertson e dedicato allo sperduto arcipelago di St. Kilda, ma il profitto è il medesimo. Eccolo Roberts l’affabulatore, il bardo fuori quota in questi nostri miseri giorni balordi, nel disco che gli ha soffiato il nome: viso da eterno ragazzo, piglio moderno e repertorio polveroso, un pulviscolo di quelli belli davvero. Così plateale, in un avvio che sa di filastrocche dei tempi andati.
Le prime ballate colpiscono per il fulgore classicista, il mestiere, la passione e la frugalità comunque ricca e splendente, non certo per chissà quale omessa sorpresa: Alasdair colma i vuoti grazie al suo picking svelto e puntiglioso, alla pienezza di melodie senza tempo e dalle accese tonalità, bontà fragrante della tradizione. Lo standard bucolico è poi rispettato alla stregua di un cerimoniale sacro, nella flemma dei toni come nell’inoffensivo arsenale a disposizione: chitarre acustiche, basso, tamburello, organo, clarino e flauto a fischietto.

Per la patente di genuinità – sai mai che qualcuno ancora gliela domandi – vale la stessa carta del devoto in pellegrinaggio di cui riporta traccia qualsiasi recensione che parli di lui, speranza sul Cammino dei mostri sacri del folk inglese. Pentangle e Fairport Convention le stazioni obbligate, ma una breve sosta anche nella Caledonia tratteggiata dal dulcimer e dalla sei corde del padre Alan ormai una vita fa. “The Problem Of Freedom” rappresenta allora l’ovvia acme di questa immersione nelle immobili ma limpide acque del passato. E’ musica lontanissima dalle maliarde lusinghe dell’hype, dal fascino volatile che ogni moda porta cucito in bella vista sul bavero. Le suggestioni, tuttavia, non le fanno difetto. Anche in questa raccolta sono diverse le canzoni a loro modo memorabili: l’iniziale “The Way Unfavoured”, per esempio, o la deliziosa “Artless One”, per non parlare di “Hurricane Brown”. Ancora una volta brani anche mediamente lunghi e dall’andamento ritornante, dei quali tuttavia non ci si stanca, e che può anzi capitare di ricercare come una sorta di antidoto a certi veleni della modernità (musicale e non). Unica incombenza per l’ascoltatore: lasciarsi cullare come sotto l’effetto di un prolungato, dolce incantesimo.

Quando i ritmi si fanno incalzanti, si sarebbe tentati d’aspettarlo al varco, certi di scorgere nei suoi quadretti la Scozia oleografica delle peggiori cartoline. Ma Ali è già altrove, a giocarsi magari la carta di un intimismo dolente (“This Uneven Thing”), il ricamo come replica degli scarni disegni del gioiello “Spoils” pur senza suonare scabro. La sua umanità, oggi più che mai, è la sua forza. Proprio nella disciplina del pauperista, Alasdair svela le grandi seduzioni della sua terra aspra, alla maniera del compaesano Mike Scott e dei suoi Waterboys per l’Irlanda. Il cuore sceglie una concretezza che non si potrebbe immaginare più terrena. Nessuna bizzarria ancestrale questa volta, sconfinamenti nel fantastico opportunamente interdetti: “Alasdair Roberts” è opera rigorosa e insieme gioviale, tersa e refrattaria alle contaminazioni da cui, di tanto in tanto, il Nostro ama lasciarsi contagiare.
Niente digressioni, e parallelismi annullati con alcuni di quegli ingombranti maestri che la critica gli ha regolarmente affibbiato, dal Bill Callahan che qualche stagione fa lo portò con sé in giro per il mondo, a Nick Drake (del quale restano vaghi detriti sonori in “The Mossy Shrine”). In loro vece, un’ininterrotta celebrazione delle radici, di un universo popolaresco, comunitario, e delle sue fiabe da tramandare a oltranza con leggerezza conviviale: materia povera per definizione che può però tradursi in lusso se le motivazioni sono quelle giuste.

Il risultato è uno dei suoi album più misurati ma anche, curiosamente, meno crudi. E pur trattandosi di un lavoro quasi integralmente solista, l’impressione non è meno calorosa che nelle prove più partecipate, il recente “A Wonder Working Stone”, ad esempio. Emblematica è in tal senso “In Dispraise Of Hunger”, le cui ombre di violoncello sono presto sconfessate dal tepore radioso del coro dei The Crying Lion (con membri, tra gli altri, dei Principeschi Trembling Bells), dando forma a un contrasto luministico favoloso. In questo lo scozzese conferma una propensione che, contrariamente a quanto hanno raccontato alcuni, tende con profitto all’impressionismo e fugge le forzature di comodo (prova ne sono le rarissime – e parche – incursioni elettriche, tracce di un elusivo e quasi invisibile decorativismo).

Con James Yorkston e King Creosote persuasi dalle potenzialità infinite dell’artificio pop (quando il secondo non si lascia sedurre da fruttuose joint venture in salsa elettronica), Roberts sembra quindi in grado di prevalere sui due alfieri del Fife nella loro stessa specialità. Parlare ancora solo di promesse, in ogni caso, suona ingeneroso per tutti. Come il cantato evocativo e mai sopra le righe che porta in dote, come la sua voce chioccia, ha saputo esser forte nelle proprie debolezze e ha lasciato un segno infinitesimo, ma a suo modo indelebile. Con le atmosfere senza tempo annoverate nella sua lista di referenze, sospese in un incanto quanto mai distante dall’insulsa bruttura contemporanea, non c’è proprio più nulla che vada dimostrato. A trentasette anni Ali è un cantautore fatto, prima ancora che l’eccellente mastro artigiano di cui potete leggere ovunque.

(29/03/2015)

  • Tracklist
  1. The Way Unfavoured
  2. Honour Song
  3. The Problem Of Freedom
  4. Artless One
  5. Hurricane Brown
  6. The Final Diviner
  7. In Dispraise Of Hunger
  8. The Mossy Shrine
  9. This Uneven Thing
  10. Roomful Of Relics


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