Pete Greenwood

Beauceron

2015 (Brown Leather Jacket Records) | folk,pop,rock

Nonostante le lodi della critica per il suo esordio "Sirens" (2008), l’ex-The See See ha dovuto attendere ben sette anni prima di poterne pubblicare il seguito, nel frattempo Pete Greenwood si è pure guadagnato la stima di Noel Gallagher che elesse “The 88”: canzone dell’anno 2013.
L’interesse sollevato da quel singolo, pubblicato per il Record Store Day, non ha risolto alcune divergenze con la casa discografica, e solo grazie alla piccola Brown Leather Jacket Records il secondo album vede finalmente la luce.

Il disco getta uno sguardo all’America di Townes Van Zandt, Jackson C Frank ed Eric Andersen piuttosto che a quella di Bob Dylan, mentre della patria Inghilterra restano gli echi folk e psichedelici di illustri predecessori come Pete Astor, Pat Fish o David J.
Pete Greenwood reinventa la stagione d’oro del folk-pop inglese, prima con una deliziosa “Me And Molly”, che cita Donovan e Weather Prophets, poi con la superba “The 88” un caustico jingle jangle che mette in fila anni di storia del rock partendo dai Byrds e arrivando ai Mojave 3, attraverso una creazione armonica tanto piacevole e lineare quanto complessa e ardimentosa.

Che la musica del chitarrista e compositore di Leeds sia materia rovente e non usuale  lo dimostra anche il seguito dei due brani citati, incominciando dal raffinato e complesso fingerpicking dai toni cristallini di “Meet Me By The Bower”, proseguendo attraverso i toni più suggestivi e aspri di  “Don’t Stay Out Anymore”, fino alla rarefazione blues dei pochi accordi di “Southern Blue”, dove la voce sembra quasi frantumarsi nel difficile tentativo di dare nuova anima a quel rituale del songwriter solitario e maledetto che da sempre affascina e ammalia.

“Beauceron” nasconde però un lato più oscuro, un’ossessione stilistica che scaturisce dalla passione dell’autore per Neil Young e per il suo eterno capolavoro “Tonight’s The Night”, da qui nasce quel suono tortuoso e malinconico che Stephen Cracknell ha abilmente cucito sulle ottime composizioni di Pete.
Le canzoni scivolano così alternando ottimismo a disillusione e amarezza, a volte adagiandosi su accordi semplici di fingerpicking e blues (“24 And Counting”, “To Remember You Well” e la struggente “Hospital Corners”), altrove trovando forza ed energia in una rabbia sotterranea e quasi noisy, come nella ruvida title track (in cui sembra di sentire i migliori Crazy Horse) o nella più articolata “Greenhound Blues” che, tra cambi di ritmo e armonia, inscena una ruvida jam-session in bilico tra folk blues e psichedelia da West coast.

A questo punto ci sarebbe materia sufficiente per elevare “Beauceron” al di sopra della gran massa di cantautorato folk contemporaneo, ma ci sono ancora due prelibatezze da assaporare. La prima è “The Lowest Love”, una romantica e graffiante ballata, che più di tutte agguanta la magia del succitato canadese; l’altra è “St Jude”, un brano dove sono il piano, gli archi stile “Twin Peaks” e il controcanto di Lou Rhodes i veri protagonisti della più ambiziosa e poetica pagina del progetto.

Più che una conferma, il secondo album di Pete Greenwood è un’amara disfatta; sì, perché un album fuori dalle tendenze lo-fi o indie-alternative come “Beauceron” rischia di essere ignorato e quindi apprezzato ancora una volta da pochi fan.

(19/03/2016)

  • Tracklist
  1. Me And Molly
  2. The 88
  3. Meet Me By The Bower
  4. Don't Go Out Anymore
  5. Greenhound Blues
  6. The Lowest Love
  7. St. Jude
  8. 24 And Counting
  9. Southern Blue
  10. Beauceron
  11. Hospital Corners
  12. To Remember You Well




Pete Greenwood & The Dark Stars su OndaRock
Recensioni

PETE GREENWOOD & THE DARK STARS

Radio Slow

(2020 - 2535124)
Nuova veste sonora per il musicista inglese, da cantautore a leader di una band

PETE GREENWOOD

Sirens

(2008 - Heavenly)

Folk classico per l'esordio del chitarrista ventisettenne di Leeds

Pete Greenwood on web