AUDACITY - Hyper Vessels

2016 (Suicide squeeze)
garage, punk-pop

In un presente musicale sempre più avaro di conferme, gli ancora misconosciuti Audacity restano una più che discreta garanzia. Potranno anche rifarsi il trucco, mostrarsi ora più scapestrati e indolenti, ora più rombanti e fedeli al verbo di Adolescents e Descendents, ma la verità è che non si sognerebbero mai di cambiar pelle. Approdata al quinto capitolo (sesto, se si considera l’Ep lungo “Juva Jive”, 2014) di un’avventura discografica già ragguardevole, la band della Contea di Orange ha optato per una certa svolta heavy, frutto dell’overdose da Thin Lizzy durante l’ultimo tour e dell’ineludibile ascendente di uno che con certe sonorità va a nozze da tempo, quel Ty Segall che in “Hyper Vessels” è stato chiamato a vestire i panni del produttore. Un matrimonio, questo, che evidentemente s’aveva da fare, e molto alla svelta. Le registrazioni sono state manco a dirlo più fulminee che mai, appena tre giorni di lavoro, ma si sono concluse con la defezione del bassista Cameron Crowe (solo un omonimo del regista di “Almost Famous”), il primo a gettare la spugna dopo quindici anni di vita condivisa.

L’irruenza, lo chiariamo subito, è la stessa di sempre, talvolta avvelenata dal tocco di Segall nell’intonazione maligna e acidognola delle chitarre. Così “Counting The Days” si offre come curioso ibrido tra il revival garage-psych del regista e l’indole slacker incontaminata che contraddistingue i ragazzi dalla prima ora, mentre “Hypo” insegue la macchina da guerra di “Slaughterhouse“, adrenalinica e incontenibile ma anche incoerente, quasi per necessità. La canzone più segalliana e obliqua del lotto (zona “Goodbye Bread”) è però “Previous Cast”, preziosa nello svelare il felice eclettismo del gruppo in seno alla scena garage californiana, quel suo sorprendente talento mimetico.

Rudi e sporchi il giusto ma mai davvero cattivi, gli Audacity suonano come l’eterna versione giovanilista dei Royal Headache più tirati e abrasivi, o come dei Fidlar che non abbiano annacquato la propria veemenza dopo una prima mano fortunata (si prendano “Riot Train” e il suo pentolame, o il retrogusto nostalgico a marchio brevettato di “Awake”). La grattugia elettrica del gruppo non rinuncia alle puntate tra demenzialità skate-punk, rumorismo accattone e aria sullo sbiellato andante (“Baseball”) ma anche a quella propensione alla visionarietà che risulta assente in quasi tutte le formazioni nel medesimo contesto, espressivo e geografico (“Overrated”, con tanto di riffoni à-la King Tuff in sovrapprezzo).
Il singolo “Dirty Boy”, pensato per un videogioco ma rifiutato all’ultimo dai committenti, sfodera poi esuberanza anthemica e robustezza apprezzabili, spingendosi a giocare con i canoni dell’arena-rock e del post-hardcore (all’acqua di rose). È qui che la compagine di Fullerton ribadisce in pieno la propria esplosività e un tono muscolare di tutto riguardo.

Non manca un pezzo noise-pop dolciastro che ricorda molto da vicino – persino troppo – i primi passi di Tim De Laughter con i Tripping Daisy, venti anni fa o giù di lì: si intitola “Umbrellas” e si presenta vizioso e infettivo nel suo vestitino nineties sdrucito. Un alleggerimento che fa il paio con quello in chiave power-pop di “Fire”, pure non meno sguaiato e pestone del resto della raccolta.
È però nel finale scanzonato e degnissimo di “Lock On The Door”, easy-listening tutto spifferi e strafottenza d’ordinanza (memore della lezione dei Barbaras), che si può cogliere la promessa di Kyle Gibson e compagni per il domani: “I’ve got a feeling/ You’ll never change that”, dichiarazione d’intenti sin troppo eloquente a proposito della propria irriducibilità e del bisogno di non crescere mai fino in fondo.
Proprio la conferma che, da loro, cercavamo e cercheremo sempre.

03/04/2016

Tracklist

  1. Counting The Days
  2. Not Like You
  3. Riot Train
  4. Umbrellas
  5. Baseball
  6. Dirty Boy
  7. Hypo
  8. Fire
  9. Previous Cast
  10. Overrated
  11. Awake
  12. Lock On The Door