Un box di cinque compact disc sul quale campeggia nel sottotitolo la frase “A Gothic Revolution 1978-1986” riapre l’annosa questione sulla reale consistenza musicale degli anni 80 e 90. La risposta è in parte racchiusa in questa raccolta, che mette in evidenza non solo l’enorme valore culturale del movimento goth, ma ne sottolinea anche la complessità e la multiforme creatività dei suoi protagonisti.
Continuando nella tradizione dei box in formato libro della Cherry Red, sempre accompagnato da una ricca documentazione fotografica e preziosi dettagli storici, “Silhouettes And Statues: A Gothic Revolution 1978-1986” fa luce su una scena tra le più influenti, sottolineandone pregi e difetti (quest’ultimi ben pochi in verità), ma soprattutto evidenziandone la notevole sfrontatezza e insolenza.
Mentre i caustici e incontentabili surfer del web lamentano alcune mancanze (dovute a problemi di diritti) agli amanti delle emozioni forti e intense non resta che tuffarsi nel ricco campionario dei cinque volumi, con una lista di 83 brani calibrata con intelligenza tra nomi di rilievo storico ed eccellenti outsider.
Bastano però le primissime note di “Shadowplay” dei Joy Division (abilmente collocata in apertura) per incrociare quella splendida attitudine noir e melodrammatica che, contaminando il post-punk, generò alcune delle pagine più memorabili della storia del rock.
La presenza di brani di Public Image Ltd, The Sisters Of Mercy, Clock Dva, UK Decay (band alla quale si collega storicamente l’uso del temine goth), The Cure (la notevole “The Hanging Garden”), Dead Can Dance, The Mission, Cocteau Twins, Bauhaus, Theatre Of Hate, The Associates (l’indimenticabile “Q Quarters”) rimette in circolo adrenalina pura.
Non sono da meno anche alcune pagine meno note, come il non proprio canonico brano dei Birthday Party (“Release The Bats”), il raffinato romanticismo dei Dali’s Car (“His Box”), la sovversiva attitudine dei Rema Rema (“Rema-Rema”), la contaminazione folk degli All About Eve (“D For Desire”), l’estremismo tenebroso di Danielle Dax (“Bad Caves”), la malinconia quasi letteraria degli Artery (“Into The Garden”) e la catarsi emotiva dei Bushido (“Among The Ruins”): perle quasi dimenticate di uno scenario musicale che è stato troppo spesso confuso con le sue esternazioni, un universo sonoro che, grazie all’ottima opera antologica della Cherry Red, è ora possibile apprezzare finalmente più per il contenuto che per la forma.
28/07/2017