Quello di Charlotte Gainsbourg è un percorso musicale molto particolare. Per cercare i suoi esordi discografici bisogna andare a ritroso fino al 1986, quando aveva appena quindici anni e papà Serge la pilotava sotto i riflettori. Poi vent’anni di silenzio prima di tornare un po’ a sorpresa con “5:55“, circondata da colleghi fidati quali Jarvis Cocker e gli Air, sostanzialmente nel ruolo di interprete. Le uscite in rapida successione di “IRM” (con Beck a fare da co-pilota) e “Stage Whisper“, all’inizio del decennio, sembravano indicare un rinnovato interesse verso il ruolo di chanteuse. E invece nulla fino a oggi, fino a questo “Rest”. Certo, Charlotte è stata impegnatissima su svariati set, a conferma del fatto che sia sempre e comunque quella di attrice la sua prima occupazione, ma in fin dei conti questa programmatica – forse involontaria – incostanza verso la sfera musicale non fa che aumentare la curiosità ogni volta che torna in studio di registrazione.
L’attesa in un certo senso con “Rest” è ancora più alta perché la Gainsbourg decide una volta per tutte di gestire le varie incombenze in prima persona, a cominciare dal ruolo di compositrice. È vero, al suo fianco c’è un produttore di grido come SebastiAn e non mancano collaborazioni a dir poco prestigiose come quelle instaurate con Paul McCartney, Guy-Manuel de Homem-Christo, Owen Pallett e Connan Mockasin. Tuttavia, in questo caso Charlotte decide di aprire il cassetto dei pensieri e dei ricordi – talvolta dolorosi – per musicarli alla sua maniera, strizzando l’occhio a un’idea di pop che non ha in programma di svendersi. È al microfono, in regia, persino dietro la camera da presa dei suoi videoclip, consigliata a dovere dal mentore Lars Von Trier. Al quarto (o quinto, a seconda di dove si voglia partire con i conteggi) tentativo, Charlotte Gainsbourg si mette definitivamente in gioco, sfidando se stessa, l’innata timidezza, l’ombra lunga del padre.
Come suona, allora, “Rest”? Più o meno come la coerente prosecuzione del cammino intrapreso in questi dodici anni. Si avvertono soprattutto i retaggi del tempo passato con Beck e del suo fare musica, ma non solo. “Ring-A-Ring O’ Roses” è un paesaggio lunare che pare disegnato dagli Air, ma in aggiunta c’è un ritornello che sa dosare con perizia toni dolci e austeri. La piccola meraviglia synth-pop “Deadly Valentine”, altro singolo uscito in anticipo sull’album, rivela l’ammirazione – dichiarata pubblicamente – per Giorgio Moroder, facilmente ravvisabile nel beat che sostiene il brano. Un’ammirazione che la Gainsbourg ha forse mutuato da Guy-Manuel de Homem-Christo, che mette le mani su di una title track inaspettatamente declinata in chiave dream-pop e nata sulle prime linee vocali pensate dalla Gainsbourg per questo lavoro. In quanto al baronetto McCartney, cede in comodato d’uso una “Songbird In A Cage” che presenta un trascinante uptempo abbinato a una trama sonora che si schiude sulle tastiere “liberate” nella seconda metà del brano. Un gioco di ombre e di luci tiene in scacco l’intera scaletta, mostrando ad arte le facce opposte di un’artista che ama muoversi sull’orlo della grazia e dell’abisso.
La dedica alla sorella recentemente scomparsa si materializza in “Kate”, ed è normale avvertire un fremito di sincera commozione tra le righe che scandiscono ricordi ed emozioni. Tutt’altro mood avvolge “Sylvia Says”, una base funk a condurre per mano il più patinato tra i pezzi del lotto, curiosamente l’ennesimo dedicato negli ultimi anni a Sylvia Plath (si pensi al più recente dei Belle and Sebastian) e trasposto su suoi componimenti. I cambi di registro servono anche a mettere in evidenza le capacità vocali della Gainsbourg, un po’ come accadeva in “IRM”, e così si passa da interpretazioni vellutate e calde ad altre più impersonali ma comunque dotate di un retrogusto sensuale (la già citata “Deadly Valentine”). L’andamento sbarazzino di “Les Crocodiles” e l’ultimo ballo offerto con “Les Oxalis” chiudono su toni di leggerezza un lavoro che a tratti sembra camminare per aria, come accade a chi si libera di un peso ingombrante e può finalmente vedere le cose sotto una luce diversa, da un’altra prospettiva. Così, almeno, ci piace credere.
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17/11/2017