In questo enorme spazio temporale che ha segnato la loro lontananza, è cambiato tutto, musicalmente parlando. In peggio, ovvio, senza star qui a discutere perché e come. Oddio, i dischi già iniziavano a non vendersi più anche nel 2006, la nicchia indie faticava anche in mancanza di talent show e trap. Spotify ancora non c’era, Myspace una meteora scomparsa presto senza lasciare tracce, ai concerti meno mainstream qualche manipolo di coraggiosi ancora ci andava, e in generale i rubinetti con cui innaffiare arte, cultura e spettacolo erano semichiusi ma qualcosa ancora circolava.
Non è dato sapere quanto la situazione contingente abbia inciso nella decisione, fatto sta che il gruppo sparisce completamente dalla circolazione e, nel caso di Flavio Ferri, pure dall’Italia, con destinazione Spagna. Carlo Bertotti impegnato in televisione come consulente di programmi musicali, il compare alle prese col suo nuovo progetto sperimentale Girls Bite Dogs e in consolle di produzione per i trevigiani Ottodix nell’ottimo “Micromega“, oltre a ritagliarsi uno spazio importante come regista video.
E’ simbolo di una casa immaginaria, una sorta di prefabbricato – vedi la copertina – che si può adattare a qualsiasi luogo e ambiente, considerata la lontananza geografica delle vite dei nostri eroi, e l’ambiente familiare dove è stato realizzato il disco (nelle foto diffuse sui social la band è intenta nella registrazione in un salotto casalingo con tanto di cane al seguito). E richiama pure il cinema, altro grande amore dei due (andatevi a vedere il clip realizzato per il singolo “30 anni”), in quanto è anche il titolo di un film tedesco del 1984, diviso in 11 episodi, che racconta la storia privata di una famiglia, intrecciata con quella storica, parecchio complessa, della Germania nel periodo delle due guerre mondiali e fino ai giorni nostri.
Il processo creativo questa volta è stato differente: i testi assumono qui un’importanza maggiore, sono più diretti, frutto dell’esigenza di Bertotti di tradurre in parole richiami del passato, ricordi generazionali e situazione attuale, politica intesa però in senso alto. Il risultato di questo connubio letterario-musicale sono dei flashback totali di breve durata (la metà dei brani non supera i 3 minuti) senza tanti fronzoli.
D’altra parte, ormai, si fanno dischi solo per il piacere di farli, senza tante velleità, cercando di focalizzare quanto si ha da dire ma senza l’assillo impellente di dover vendere a tutti i costi. Sotto questo aspetto, “Heimat” è disco che esprime perfettamente il senso di questa disillusione, e ci mostra i Delta V del 2019 senza troppi rimpianti e nostalgie di ciò che è stato, nonostante testi che, come si è detto, insistono parecchio sul tema dei ricordi giovanili e post-adolescenziali. Su tutti, “Domeniche di agosto”, un’istantanea perfetta di quelle che erano le giornate estive negli anni 70, quando si giocava nei cortili e in strada davanti al bar, i muri pieni di scritte sulla Dc e la sigla del telegiornale che fuoriusciva dalle finestre aperte delle case.
La tradizione che vuole sempre un brano altrui in scaletta viene rispettata: oggi è la volta di “Io sto bene” dei CCCP, di fatto una cover solo per quanto riguarda il testo, perché la canzone è stata completamente destrutturata negli accordi e nella melodia, col risultato che suona originalissima e perciò irriconoscibile. Vista l’importanza storica del brano in questione, forse è meglio così.
In una stagione imbastardita dove anche band elettroniche internazionali e non, famose e meno famose fanno a gara ad apparire on stage come novelli Stones, una piacevole boccata d’aria e un ritorno alle origini di quello che è lo spirito guida dell’electropop.
Del resto, stiamo parlando di due musicisti che hanno sempre ammesso con orgoglio l’influenza esercitata dai grandi gruppi elettronici e sperimentali di fine anni 70 (Kraftwerk, Ultravox, John Foxx, Devo e Gary Numan), influenza assai manifesta del resto nella discografia della band.
Bentornati Straker & Foster.
07/02/2019