Huntsville

Bow Shoulder

2020 (Hubro) | free-impro-avant

Un incrocio tra due gruppi che, a un’osservazione superficiale, non sembrerebbero avere niente in comune. Uno, i Wilco, ormai da anni conosciuto anche in ambito mainstream, e l’altro, gli Huntsville, di assoluta nicchia. Eppure i componenti delle due band, dopo qualche tempo passato ad “annusarsi” a vicenda, hanno trovato l’uno nell’altro notevoli punti in comune e motivi di interesse, fino a trovarsi insieme per una sessione di musica improvvisata che resterà a prendere la polvere per 10 anni prima di essere finalmente pubblicata nel 2020. Questa in sintesi la storia di questo “Bow Shoulder” che vede il trio norvegese Huntsville in una splendida sinergia con Nels Cline e Glenn Kotche dei Wilco, il bassista Darin Gray (Dazzling Killmen, Yona-Kit, Brise-Glace, You Fantastic!) e la tastierista Yuka Honda (Cibo Matto).

A questo punto non ci resta che riavvolgere il nastro e tornare indietro alla primavera del 2006. Siamo al Festival International de Musique Actuelle de Victoriaville, in Quebec, Canada. In cartellone ci sono, tra gli altri, il chitarrista Nels Cline (che si esibisce in trio con la tastierista e fisarmonicista Andrea Parkins e il batterista Tom Rainey) e gli Huntsville. Ivar Grydeland, chitarrista del trio norvegese, da sempre un fan dei Wilco, solo in quell’occasione si rende conto che Cline era diventato da poco un membro effettivo della band di Jeff Tweedy. Dall’altra parte, Nels Cline era rimasto così colpito dalla sinergia degli Huntsville sul palco da svaligiare il banco del merchandising dei norvegesi. L’unione era inevitabile, complice anche un passaggio sulle strade canadesi dato al chitarrista sul piccolo tour bus del trio.

La promessa di un incontro si concretizza di fatto un anno dopo, quando Huntsville e Wilco fanno parte del programma del Kongsberg Jazz Festival. In quell’occasione sono Nels Cline e Glenn Kotche (batterista dei Wilco) a salire sul palco della cittadina norvegese a integrare gli Hutsville per l’inevitabile bis. L’intesa e l’affiatamento tra i musicisti fu talmente entusiasmante che la versione estesa di “Eras” suonata insieme occupa tutta la seconda parte di “Eco, Arches & Eras”, disco del 2008 del trio.
Nell’estate del 2010, gli Huntsville approdano negli Usa per suonare al Millennium Park di Chicago insieme agli On Fillmore, il duo di Kotche e del bassista Darin Gray, e cosa ci poteva essere a quel punto di più naturale del trovarsi il giorno dopo al famoso The Loft, la sala prova e lo studio dei Wilco a Chicago? Ivar Grydeland (chitarre, pedal steel, banjo ed elettronica), Tonny Kluften (basso) e Ingar Zach (batteria e percussioni) vengono raggiunti nello studio da Nels Cline, Glenn Kotche, Darin Gray e dalla tastierista Yuka Honda, all’epoca compagna e non ancora moglie di Cline e co-fondatore delle Cibo Matto. Quella che ne seguì fu una sessione completamente improvvisata, caotica se vogliamo, ma che ha permesso agli Huntsville di ampliare il loro spettro sonoro e di farli zigzagare in arditi sentieri alternativi.

Ci sono voluti 10 anni e una pandemia per permettere a Grydeland di avere finalmente il tempo di assemblare e ripulire in studio quelle registrazioni, dando loro una forma finalmente definita e definitiva. La vitalità di quelle improvvisazioni avrebbe potuto perdere il suo obiettivo e soffrire in qualche modo della quantità di strumenti messi in campo, ma di fatto la sensibilità e la personalità dei musicisti coinvolti vanno ad ampliare mirabilmente lo scuro melodismo dei norvegesi. Già dalla lunga iniziale “Side Wind”, ci sono chitarra e banjo a intrecciarsi circolarmente sulle sferraglianti percussioni di Zach e Kotche, sul basso di Kluften e sul contrabbasso di Gray, continuando poi il loro viaggio tra astrazioni etniche e western ampliate da strati di tastiere. Un microcosmo di dense e allo stesso tempo elastiche tensioni vibranti.

Le successive “Higher” e “Lower” tengono fede al loro nome. Mentre la prima è composta da arpeggi circolari di chitarra e pedal steel e dalle tastiere vaporose che vanno a librarsi verso il cielo ricordando alcune cose dei Tortoise di "TNT", la seconda vede la trasfigurazione delle percussioni che da sommesse e striscianti si fanno messaggere di ritmi tribali convulsivi provenienti dal sottosuolo, mentre le linee delle due chitarre diventano schegge elettrificate.
Chiude il cerchio la composizione più breve del lotto, “The Unshot”, che in sette minuti si fa portavoce di questa sessione di improvvisazione stimolante e complessa aggiungendo un evanescente strato di banjo a chiudere una splendida cavalcata sonora.

"Bow Shoulder" si rivela alle nostre orecchie come una sorta di trasmissione radio dal passato, dove l’apporto degli eccellenti ospiti e il brivido dell’improvvisazione riescono ad arricchire il timbro degli Huntsville donandogli allo stesso tempo un interplay più complesso e la consapevolezza del loro status di straordinari musicisti.

(14/01/2021)



  • Tracklist
  1. Side Wind
  2. Higher
  3. Lower
  4. The Unshot
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