LA Priest

Gene

2020 (Domino) | funktronica, hypna-pop

Un uomo e la sua drum machine analogica, pronti a conquistare l'universo. E se questo non è possibile, quantomeno crearne uno nuovo, con le sue (non-)regole e i suoi codici espressivi. Terminata per cause di forza maggiore l'esperienza con i Late Of The Pier, la carriera di Sam Eastgate ha preso le traiettorie più impensabili, sfoderando dapprima bizzarre ibridazioni indie-funk-troniche, successivamente donandosi alla causa dei Soft Hair, con cui inscenare demenziali quadretti psych-pop.
Nuovo giro, nuova sterzata, e a un lustro buono da “Inji”, “Gene” (dal nome della drum machine di cui sopra) presenta il progetto LA Priest sotto una veste del tutto stravolta, in cui concetti come tessitura e atmosfera prendono il sopravvento. Come diluito attraverso una lente distorta, il funk del precedente lavoro diventa materia liquida, sospesa tra groove sotterranei e armonie amorfe, a costruire ambientazioni di misteriosa incertezza. La scelta a suo modo è coraggiosa, ma paga molto meno di quanto potrebbe.  

Se già l'esperienza con Connan Mockasin aveva diluito i flussi melodici spingendoli verso lidi più fluidi e slabbrati, il nuovo progetto amplifica ulteriormente la direzione di quella collaborazione, applicandola a un linguaggio che mantiene il gusto per i groove funk e i colorati riff di chitarra ma li dota di un flair subacqueo, di un tocco decisamente più subliminale, che annebbia la percezione. In questo senso, i rimandi a psichedelia e soprattutto alla stagione ipnagogica di un decennio addietro si fanno palesi, ma traggono vantaggio da un tono decisamente più giocoso, divertito, che anche nei momenti più sciolti non tarda a manifestarsi. È un peccato che però tale attitudine non sappia avvalersi di un adeguato supporto nella scrittura, che la forza dei disegni sonori si dissolva in strutture ripetitive e presupposti simil-ambient, incapaci di conferire il tocco eversivo, fieramente scanzonato, che il lavoro pur riuscirebbe a trasmettere.

Ci sarebbe voluto poco perché un singolo come “What News” ricevesse il gran bel testimone lanciato da una “Oino” e ne trasportasse l'energia chitarristica in un alveo diverso, più espanso e malleabile: spiace che il tono ciondolante del canto e la progressione inesistente della melodia non restituiscano il favore, per quello che avrebbe potuto rivelarsi uno scintillante episodio funky.
“Monochrome”, con i suoi richiami primitivisti e l'attitudine electro-tribale di Ramzi, consente a Gene di esplorare un curioso lato library, aggiornato su ben più recenti parametri chill: è però un attimo, prima che il quartetto finale provi a spingere ulteriormente in avanti la destrutturazione e faccia franare quel poco di capitale accumulato.
Tra emulazioni sorpassate al glitch-pop di “The Eraser” (“Black Smoke”) a fugaci motivi psych-folk, che avrebbero giovato di maggiore enfasi sul versante strumentale (“Kissing Of The Weeds”), passando per fastidiose caricature vocali (i filtri applicati alla linea canora di una pur spiritosa “What Do You See”), il progetto non riesce a supportare l'ambizione con un'adeguata impalcatura compositiva, tale da sostenerlo in tutta la sua durata. Rimane ancora qualche scintilla di un talento in passato ben più focalizzato, ma un album così improntato all'atmosfera avrebbe giovato di ben altro trattamento.

(13/07/2020)

  • Tracklist
  1. Beginning
  2. Rubber Sky
  3. What Moves
  4. Peace Lily
  5. Open My Eyes
  6. Sudden Thing
  7. Monochrome
  8. What Do You See
  9. Kissing Of The Weeds
  10. Black Smoke
  11. Ain't No Love Affair




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