M. Ward

Migration Stories

2020 (Anti) | songwriter, modern folk

M. Ward confeziona l’ennesimo disco, il decimo da solista, col suo marchio indiscusso di crooner moderno e classico, sia dentro al cosiddetto mondo indie - in particolare in duo con l’icona del cinema indipendente Zooey Deschanel nel progetto She & Him - sia al confronto con la storia del songwriting americano, affondando le sue calde radici nelle ballad anni 50, se non addirittura nel libro dei grandi standards. Il suo confronto infatti è con la storia della ballad americana, col rimodellare una forma senza tempo forgiata costantemente da autori come George Gershwin e Burt Bacharach, o Carole King e Gerry Goffin.

Intimo e sospirato, quieto e notturno, “Migration Stories” è più potente e prezioso del suo predecessore, composto di atmosfere notturne da consumarsi nel juke-box di un diner, nell’autoradio in un parcheggio, sul giradischi in salotto per un ballo privato, o attraverso l’afa estiva di una serata trascorsa a cercare lucciole dal porticato.
Il disco – per la prima volta co-prodotto, con Craig Silvey a Montreal negli studi degli Arcade Fire – si compone di undici ballads per la cura di ogni male di vivere, a partire dalla splendida “Migration of Souls”, dove nessuna odissea può essere tanto amara se, infine, si è di nuovo insieme:

Sailing on past
Space and time, that's
That's how I'll get back to you

Così, al di là di arrivi, partenze e passaggi ispirati dalle storie di migrazione lette negli ultimi mesi dal cantautore, M. Ward adatta questo topos della storia dell'umanità per sussurrare parole d’amore su un folk-rock morbido dai tratti country (“Coyote Mary’s Traveling Show”), dove possono fare capolino cori doo-wop (“Heaven’s Nail And Hammer”), code electro-jazz à-la Timber Timbre (“Independent Man”), fraseggi acustici in pieno stile Americana da William Tyler (“Steven’s Show Man”, “Rio Drone”), o motivi briosi degni dei Broken Social Scene (“Unreal City”).
Alcuni brani sono la quintessenza di questa sofisticata varietà, come la cover di “Along The Santa Fe Trail”, ballata moderna scritta per un film western anni 40, che non sfigurerebbe, in questa versione, nel finale grottesco di un film dei fratelli Coen. La splendidamente dolente “Chamber Music” ci conduce verso il finale, quell’ultima corsa concitata di “Torch”, insieme allo spirito di Elliott Smith, che ci porta serenamente al “buio in sala”.

Niente di particolarmente originale o diverso da quello che eravamo abituati ad ascoltare da M. Ward, ma ancora più dannatamente delizioso e vibrante in quei movimenti piccoli, quasi impercettibili, in grado di (r)innovare una tradizione infilandosi sotto la pelle del quotidiano e volgere al meglio ogni turbamento. 

(12/05/2020)

  • Tracklist
  1. Migration Of Souls
  2. Heaven’s Nail And Hammer
  3. Coyote Mary’s Traveling Show
  4. Independent Man
  5. Stevens’ Snow Man
  6. Unreal City
  7. Real Silence
  8. Along The Santa Fe Trail
  9. Chamber Music
  10. Torch
  11. Rio Drone
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