Vladislav Delay

Rakka

2020 (Cosmo Rhythmatic) | elettronica, harsh-ambient, digital-noise

Una cazzo di fucilata. Così è "Rakka", per entrare subito a gamba tesa, in medias res. Insomma, detto senza troppi giri di parole: si torna a respirare. Di mezzo ci sono stati cinque o sei anni di silenzio pressoché assoluto, un ritiro a vita monastica, o quasi. Il che comporta: no social, no concerti, no dischi, no interviste. Nulla di nulla. Un silenzio rumoroso che, a forza di essere reiterato, poteva anche lasciar presagire una pietra tombale sull'esperienza Delay. E invece lui era sempre là, nella sua casetta che tange i confini dell'Artico. Sempre con Agf, sempre a pescare trote o salmoni, registrare suoni. Insomma, tutta quella serie di cose che puoi fare lassù, a Hailuoto.

Cosa rimane di tutto questo? Tutto, eppure nulla. C'è la Natura, sì. Ma non è un disco di field recordings teso a fotografarla. Al contrario: viene presa come ispirazione e pretesto, per raccontarla in maniera differente. Non come orizzonte che tutto governa dall'alto, forza saggia e immanente. Semmai come forza motrice, perennemente in movimento. Una fabbrica, un pulsare sotterraneo che genera-altre-dimensioni. Limitare "Rakka" a una lettura che evidenzi la sua mera superficie significa non percepire questa acciaieria che fonde metalli.

Dentro "Rakka" si entra con facilità. Non è un disco complicato, né particolarmente insidioso, anzi. Le barriere all'entrata sono nulle, l'impatto è immediato. E devastante. Non siamo dalle parti del solito Delay placido. Quello che, laddove concedeva spazio al beat, lo plasmava pulsante, ovattato e rassicurante. Non ci avviciniamo minimamente a quel Delay tutto fioretto, che ritagliava microhouse con precisione nipponica.
E non siamo nemmeno in quell'Artico che sprigiona calma e pace, lunghi silenzi e linee dell'orizzonte immacolate. Questa di "Rakka" è l'immersione dentro una crepa. Con suoni - come nei migliori Techno Animal o Pan Sonic - che escono da tutte le parti, frastagliati, spezzati, angolari. Bordate di noise digitale incredibilmente calde, fendenti come nemmeno gli Yellow Swans. Con echi dub, e schizzi di puro industrial. Insomma: un'infezione, un virus che si propaga rumoroso.

Abyssus abyssum invocat.
Bibbia, Salmo 41

Le fiocinate arrivano da ogni dove, in una deriva black-metal (secondo le coordinate che Delay può elargire) che lascia a bocca aperta (e con la voglia di spaccare qualsiasi cosa vi si pari innanzi). C'è "Rakkine", che si propaga - nella sua techno fittissima - a mo' di tormenta, c'è "Rajaat" che è una fotografia di un ghiacciaio che deflagra su se stesso. E poi ancora: il pandemonio di "Rataaja", "Rasite" che flette il mood caotico, lambendo i Boards Of Canada più sporchi e lunari. Se si può immaginare un inferno che conosce il suo lato artico, beh: eccolo.

Questa fonderia - con il ghiaccio che divelle i macchinari - è quanto di più fisico ed estremo Vladislav Delay abbia mai prodotto. Si incunea nelle orecchie con un'onda d'urto impressionante. Se ne esce con le ossa rotte, presi a sprangate - a sangue - da queste rasoiate che si librano impazzite. Non c'è spazio per nessuna esitazione, per nessun indugio. Da questa Apocalisse, da questa rompighiaccio scappi pure chi vuole, finché è in tempo: quello che sta sotto i piedi si sta crepando. Per gli altri: aggrappatevi forte, la nave ballerà a lungo.

(01/03/2020)



  • Tracklist
  1. Rakka
  2. Raajat
  3. Rakkine
  4. Raakile
  5. Rampa
  6. Raataja
  7. Rasite


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