Ill Considered

Liminal Space

2021 (New Soil) | post-afrobeat, big band a distanza

Tredici album in quattro anni sono un biglietto da visita imponente, e perfino un po’ inquietante. Anche sapendo che i dischi (a cui va aggiunto l’Ep “The Stroke”, sempre di quest’anno) sono il risultato di improvvisazioni live, la musica del terzetto post-afrobeat londinese Ill Considered potrebbe lasciare al nuovo arrivato più perplessità che curiosità: da dove iniziare? Davvero una band può avere in un arco di tempo così limitato decine di ore di idee brillanti? C’è da crederci quando gli artisti sostengono di pubblicare solo le performance più riuscite?
Fortunatamente, il nuovo album “Liminal Space” segna una cesura con la torrenziale produzione della band, che sembra fatta apposta per rispondere al più elementare dei dubbi posti sopra. Da dove iniziare? Da qui.

“Liminal Space”, fin dal titolo, è diverso dagli altri lavori della formazione, eppure ne rappresenta in modo emblematico stile e orizzonti. I dischi precedenti seguivano criteri omogenei di denominazione: “Ill Considered” + numero, oppure “Live” + luogo (giusto “Band (Re)Selects”, sintesi del recentissimo “tour digitale”, aveva proprio quest’anno anticipato la rottura); il nome del nuovo album invece sembra voler dare qualche indicazione in più, e suggerire come la band senta di essere entrata in un territorio nuovo, a stretto contatto col precedente ma al tempo stesso anche aperto verso prospettive originali. È proprio così: con una formazione allargatissima e una modalità di creazione che reinventa l’ethos della band, l’ultimo lavoro dei tre britannici si presenta al tempo stesso come il più direzionato e il più aperto della loro carriera. È anche il primo a uscire per un’etichetta terza, la stessa New Soil presso cui è accasato il suonatore di bassotuba più hype della scena britannica, Theon Cross, peraltro ospite del disco.

I dieci pezzi che compongono la tracklist sono ancora frutto di session improvvisative; il terzetto Idris Rahman (sax), Emre Ramazanoglu (batteria), Liran Donin (basso, subentrato a Leon Brichard proprio quest’anno) ha però voluto “aumentare” il risultato in una fase successiva, aggiungendo elementi di arrangiamento e invitando a contribuire digitalmente un ricco organico di musicisti, che la pagina personale dell’illustratore Vincent de Boer - autore di tutte le copertine finora - elenca così: Tamar Osborn, Ahnanse, Theon Cross, Sarathy Korwar, Kaidi Akinnibi, Oli Savill, Ralph Wyld, Robin Hopcraft. Sei fiatisti e due percussionisti, tutti attivi a Londra e dintorni ma connessi, chi per biografia chi per studio, alle eredità musicali di terre lontane. Praticamente una big band multietnica che opera a distanza. Qualcosa di inedito.
Veniamo finalmente al sound. Da qualche parte (inclusa la pagina Bandcamp del gruppo) lo troverete pilatescamente descritto come spiritual jazz: espressione-ombrello che va per la maggiore in questi anni, e si è svuotata assai della sua accezione originale, andando a fornire un sinonimo più cool al denigratorio “hipster jazz”: jazz che può piacere anche (e talvolta solo) a chi non sia familiare coi vari Monk e Coltrane, Ayler e Parker, Gillespie e Sanders. Un merito, insomma, quantomeno se si dà valore a quella capacità che il jazz ha - e il rock invidia - di reinventarsi senza scossoni di generazione in generazione, adattandosi alle orecchie di nuovi ascoltatori e musicisti senza richiedere loro una conoscenza enciclopedica del suo passato. Più appropriatamente, però, la musica di “Liminal Space” è un’evoluzione dell’afrobeat, genere decisamente in voga nella Londra di questi anni grazie ai vari Sons Of Kemet, Ezra Collective, Melt Yourself Down, Nubiyan Twist, e da cui gli Ill Considered partono per costruire il proprio riconoscibile linguaggio post-.

Volendo stilare un manuale di istruzioni per la costruzione di uno stile “Liminal Space”, lo schema sarebbe piuttosto semplice. Si parte con un ostinato di basso e batteria, meglio se in tempi dispari (7/8 per “Dervish”, 5/4 in “The Lurch”) e/o decisamente segmentato (“Light Trailed”: 3+3+3+4; “Prayer”: 4+4+4+2); via via si aggiungono fiati, sempre tenendo al centro efficacia melodica e carica ritmica; nel mentre gli schemi percussionistici iniziano a variare fintanto che il tempo, di fatto, lo tengono tutti tranne che il batterista Emre Ramazanoglu; percorrendo scale dal gusto mediorientale si arriva a un pienissimo, e poi a un pienissimo ancora più pieno, e poi a un altro ancora; qualche strumento si sfila, l’atmosfera cambia, il fuoco si dirada ma poi si reintensifica… Sì, insomma: il metodo è quello dei Godspeed You! Black Emperor, ma la materia è un jazz/afrobeat molto orientaleggiante e molto urbano.
Non ci si illuda però che l’uniformità di approccio corrisponda a una ripetitività dei brani e delle emozioni evocate. La varietà che emerge nell’ora esatta di “Liminal Space” è sorprendente: si va dall’impeto magmatico di “Knuckles” alla calma subacquea di “Pearls”, incontrando lungo il percorso influenze hip-hop, jazz-rock, dub, funk. I passaggi più diradati di “Sandstorm” e “Dust” sono a un passo dai Wildflower (Idris Rahman – Leon Brichard – Tom Skinner, loro sì spiritual jazz in un senso più stretto), ma riescono anche, insieme a “Loosed” e “First Light”, a far emergere la familiarità di Ramanzoglu e Rahman con altre tradizioni musicali - turca e bengalese, rispettivamente.

Travolgente e ipnotico, ma anche evocativo e stratificato, "Liminal Space" è un disco in piena continuità col percorso che negli ultimi anni ha fatto degli Ill Considered uno dei nomi più in vista del panorama britannico. È anche però un punto di svolta: verso quali orizzonti, al momento lo si può solo ipotizzare. Senza troppo arrovellarsi, però: visto il ritmo delle uscite della band, è molto probabile che per scoprire come proseguirà il suo cammino bisognerà attendere solo qualche mese.

 

(04/01/2022)

  • Tracklist
  1. First Light
  2. Sandstorm
  3. Loosed
  4. Dust
  5. Dervish
  6. Pearls
  7. Light Trailed
  8. Knuckles
  9. The Lurch
  10. Prayer
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