Shame

Drunk Tank Pink

2021 (Dead Oceans) | post-punk

C'è una caratteristica tutta British che riassume bene la cifra sonora e testuale degli Shame, ed è quella pungente forma di autoironia che ti spinge a fare una cosa che ami ma anche contemporaneamente a dileggiarla o comunque a ridimensionarla. Un'estetica dello stare con i piedi per terra, del fare del proprio meglio ben sapendo quanto è facile cadere dal piedistallo, inclinazione comportamentale piuttosto diffusa nel Regno Unito soprattutto tra gli esponenti della working class, e della quale i cinque londinesi non hanno mai fatto mistero, indugiando con naturalezza più nell'understatement che nel brodo di hype del fortunato esordio "Songs Of Praise".
Seguire i loro account social significa vivere la quotidianità memetica di ogni ventenne, talvolta orgogliosamente sarcastica (in questo caso, l'obiettivo principale è Donald Trump), ma sempre fedele a un'attitudine molto spontanea anche nel modo di vestire, evidentemente necessaria per non perdere il contatto con la realtà e, dopo un tour mondiale di 178 date in due anni, con la salute fisica e mentale.

"Drunk Tank Pink" nasce quindi a ridosso di un'importante esperienza live e mette in luce un percorso di scrittura piuttosto impaziente, intralciato dalle restrizioni del lockdown ma temporalmente ridotto rispetto a "Songs Of Praise", che cristallizzava idee emerse nell'arco di tre-quattro anni. Gli Shame hanno ripreso a frequentare la sala prove per verificare se il collaudato mondo sonoro che li aveva traghettati dall'adolescenza all'età adulta fosse ancora in grado di rappresentarli oppure se avesse più senso dare spazio a sensazioni scaturite dai nuovi percorsi di vita, e in questa situazione matrixiana da pillola azzurra/pillola rossa ha vinto la seconda, quella forse meno facile per il pubblico.
Sono i primi due singoli "Alphabet" e "Water In The Well" a darcene notizia: le consuete gradazioni di insofferenza di Charlie Steen vengono dipinte questa volta su tele chitarristiche molto più irrequiete e sincopate rispetto al passato, sfociando in ritornelli generalmente meno avvezzi alla radiofonicità.
L'impressione è confermata, proseguendo nell'ordine di ascolto, anche dal funk-punk à-la Parquet Courts di "Nigel Hitter" e "Born In Luton", brani altrettanto nervosi, sguaiati, caratterizzati da un fronte sonoro uniforme, dove a una certa frenesia di fondo sembra far eco il ghigno beffardo del cantato di Steen.

Ma non si tratta necessariamente di scherno e cori da pub; la pressione dei media e le vicissitudini personali hanno fatto di Charlie il megafono ideale per una crisi identitaria che sa di generazionale, come nel toccante intermezzo della già citata "Born In Luton" ("There's never anyone in this house/ I've been waiting outside for all of my life/ And now I've got to the door there's no one inside/ When are you coming back?/ When arе you coming home?") o in "Snow Day" ("They say don't live in the past/ And I don't/ I live deep within myself/ Just like everyone else").
In generale, è percepibile una risposta sonora provocatoria, volutamente poco ricollegabile agli schemi del precedente lavoro, un puzzle disarticolato che sottrae l'aspetto melodico ed estremizza sia i primi Talking Heads che i Gang Of Four, accogliendo la veemenza degli Idles e la recente passione per la highlife nigeriana del chitarrista Sean Coyle-Smith ("6/1").
E mentre "Station Wagon" insiste su una precisa tipologia di espressione shakespeariana dell'ego (in questo caso legata a un aneddoto su Elton John, che pare avesse chiesto una volta al suo assistente tecnico di spostare una nuvola intenzionata a oscurare il sole), tocca a "Human, For A Minute" condensare il lato riflessivo del disco in un ritornello finalmente sognante, dove Steen smette di incarnare la figura del problematico di turno per sciogliersi in una ammissione di debolezza ("I never felt human for a minute/ I never felt human before you arrived").

Se "Songs Of Praise" non era ancora in grado di restituire un'immagine nitida delle intenzioni di questi cinque giovanotti, non lo è forse nemmeno questo secondo episodio, preso com'è dall'urgenza di mettere la parola fine a una fase ritenuta probabilmente adolescenziale. "Drunk Tank Pink" è un lavoro sincero e più omogeneo del suo predecessore (complice la produzione del blasonato James Ford), nel quale però la necessità di restare agganciati alla realtà fa rima con il tenersi a debita distanza dalle aspettative, anche a costo di perdere per strada una parte di quella forza in termini di scrittura che aveva fatto quasi gridare al miracolo in occasione del debutto.

(15/01/2021)

  • Tracklist
  1. Alphabet
  2. Nigel Hitter
  3. Born in Luton
  4. March Day
  5. Water in the Well
  6. Snow Day
  7. Human, For a Minute
  8. Great Dog
  9. 6/1
  10. Harsh Degrees
  11. Station Wagon




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