Carson Coma

Digitalis/Analog

2022 (Gold Record) | indie-rock

L'autore ringrazia Alessandro Pisano per la consulenza sui testi.


Durante la seconda metà del Novecento, quando ciò non era reso impossibile dalla censura del regime sovietico, nell’Est Europa non era affatto infrequente poter ascoltare musica rock che violava spontaneamente alcuni dogmi che gli ascoltatori occidentali davano (e danno tuttora) per scontati. C’erano, ad esempio, band che in piena era new wave mescolavano senza alcun problema suoni o armonie viscerali tipiche del post-punk con virtuosismi, strumentazioni e tempi dispari, come da prassi prog-rock (si pensi ai polacchi Republika su tutti). Oppure, gruppi nati in epoca progressive, quando in Gran Bretagna tra le band appartenenti al genere vi era un superamento del retaggio blues nel rock (con qualche eccezione, ca va sans dire), che non si facevano problemi a mescolare le nuove istanze con giri armonici e suoni tipici del blues rock, come ad esempio fecero gli ungheresi Locomotiv GT.
Proprio nell'approccio al contempo hard e arty di questi ultimi è possibile rintracciare i prodromi ideali di nuove formazioni che stanno animando la scena rock alternativa ungherese contemporanea; tra le band più interessanti si possono senz’altro menzionare i Ricsárdgír dalla provincia di Pest e i Carson Coma dalla capitale. Se i primi hanno ottenuto un successo crescente ma tutto sommato contenuto, culminato con il capolavoro di indie-rock tastieristico “The Rise Of The Koala” pubblicato nel 2019, i secondi sono in costante ascesa e giungono alla prova del terzo album con numeri confortanti dalla loro parte (svariate loro canzoni vantano oltre tre milioni di ascolti streaming, in un paese di nemmeno dieci milioni di abitanti).

 

“Digitális/Analóg” è ad oggi l’approdo più compiuto del sestetto: già disco di platino in patria, l’album è energico, festaiolo ma al contempo composito, perfetto specchio dell’immagine comica della band, che utilizza l’autoironia non come insincero vezzo hipster, ma come parte di un disegno ambizioso e complesso. A testimoniarlo ci sono innanzitutto i quattro singoli che hanno promosso l’album, ricettacoli di una formula unica nel panorama non solo locale, ma internazionale. “Osztálytalálkozó” ha un inizio bruciante, a oltre 150 bpm con tempo raddoppiato, in cui si evidenziano potenti rullate e plettrate alternate di elettrica. La strofa ha un andamento ritmico vagamente twist, ma una progressione armonica tipica della musica folk europea. I riferimenti potranno essere retrò, ma la gestione della dinamiche è quanto di più moderno ci si possa aspettare: si pensi in particolare all'impattante dimezzamento del tempo al minuto 2:12, a seguito di un break di sintetizzatore.
“Kék Hullám Kemping” è un ottimo esempio dell’interplay tra i musicisti: in poco più di tre minuti si possono ascoltare incastri tra chitarre elettriche, basso, batteria e percussioni dal sapore disco nella prima strofa, riff di elettrica sincopati con un tono quasi hard-rock nel ritornello, fill di batteria e micro-variazioni tastieristiche inserite qua e là per differenziare lo spettro sonoro.
“Pók” ha un arrangiamento peculiare: un carillon sintetizzato introduce, accompagna nella prima strofa e conclude la canzone, mentre un’elettrica con brevi sferzate di wah-wah e un evidente delay con tempo in sedicesimi a basso feedback crea un’atmosfera acida, da rock lisergico. Dopo un breve e distensivo pre-chorus si ha l’esplosione del climax nell’epico ritornello. La voce di Giorgio Fekete domina qui più che altrove gli umori della canzone, con il suo tono urlato, volutamente imperfetto, come vuole la tradizione di un certo rock arty con origini popolari sia inglese che europeo. Da segnalare il testo, in cui si tratta il tema della discriminazione verso gli omosessuali, fenomeno tristemente ancora attuale nell’autoritaria Ungheria di Orbán (e non solo…), attraverso un raffinato utilizzo di metafore: 

Hai gli occhi sul soffitto
cerchi, cerchi il capro espiatorio
su cui vorresti sfogare le otto ore lavorative
e poi vedi il ragno, questa sì che è una fortuna!
Ti stendi, lasci che l’odio guidi la tua lingua:
'Adamo ed Eva, non Adamo e Béla'.
Perché te ne esci sempre con questa cosa?
Perché dovrei rimanere a casa?
'A casa tra le quattro mura'.
Non scorgi il ragno dietro la ragnatela.
Perché ti disturba che io esista?
[…]
Le otto zampe sono fra le possibilità,
ma questo gioco di coppia non è pari.
Siamo esattamente così diversi,
esattamente gli stessi ragazzi,
esattamente le stesse ragazze,
ed esattamente le stesse coppie

Il ragno simboleggia l’omosessuale che, nella visione retrograda del protagonista, vuole attirare nella sua tela l’etero, mentre le otto zampe rappresentano lo spettro della sessualità, non necessariamente limitato alla suddivisione binaria spesso imposta più o meno violentemente per tradizione o ragioni di comodo.
“Immunissá válunk” è forse la canzone che meglio sintetizza l’estetica della band: su un andamento uptempo, da marcetta, basso post-punk, tastiere che spaziano dall’organo Hammond a sintetizzatori progressive electronic fanno da base a una linea vocale folk cantata a più voci, non armonizzate in senso stretto, ma utilizzate all’unisono o su ottave diverse. Al minuto 1.47 si trova una fuga strumentale space rock guidata da un incessante battito percussivo e da un riff sincopato di basso e chitarra; si aggiunge poi un incalzante sintetizzatore, prima che la canzone faccia ritorno alla linea melodica del ritornello, secondo una struttura circolare memore del progressive rock.

“Digitális/Analóg” non esaurisce ad ogni modo i suoi motivi di interesse nei quattro singoli, anzi. “Mi Lesz?” e “Nel Tudom!” sono l’aggiornamento indie contemporaneo rispettivamente del suono glam-rock britannico e del pop-rock anni 60 à-la Kinks, “Polaroid” è pronipote del pop psichedelico, ma evita ogni tipo di cliché sfoggiando un tempo di 5/8 che occupa l’intero terzo conclusivo, “Vezetői engedély” compone lo spettro sonoro in maniera quantomai creativa, con Mellotron, arpeggi di harpsichord e quello che sembra un utilizzo del pedale Whammy sulla chitarra elettrica, tanto sofisticato da rendersi impercettibile se non a un ascolto attento e consapevole, mentre il finale di “Az anyák sírnak” diventa palcoscenico per le abilità del chitarrista Zsombor Bóna, alle prese con un assolo da rock d’altri tempi, carico di wah-wah.

 

Si può parlare di una serie di canzoni pressoché inattaccabile, una sorta di manifesto/presa di coscienza sulla necessità per la musica rock suonata non soltanto di ibridarsi con i nuovi linguaggi, ma anche di superare i suoi vecchi limiti e barriere, figli di ideologie volenti o nolenti superate dalle contingenze della Storia. Di più, con la pubblicazione di un paio di singoli successivi all'album “Marokkó”, con pianoforte cameristico e fuga space/wakemaniana, e “Körforgalom”, sfondamento in area hypnagogic pop, i Carson Coma dimostrano non solo di avere ancora linfa creativa da vendere, ma di voler fare di quella necessità il fulcro della propria cifra stilistica.

(25/11/2022)

  • Tracklist
  1. Bőrönd
  2. Osztálytalálkozó
  3. Kék hullám kemping
  4. Labtorlorekakiltam.mp3
  5. Mi lesz?
  6. Nem tudom!
  7. Polaroid
  8. Pók
  9. Immunissá válunk
  10. Fasza kis hobbi
  11. Vezetői engedély
  12. Az anyák sírnak
  13. És az apák keze ökölbe szorul
  14. Porszem