Moor Mother

Jazz Codes

2022 (Anti-) | abstract hip-hop, free jazz

Passato, presente, futuro. Come in una "Jetée" afrofuturista, l’opera di Camae Ayewa si configura - indipendentemente dalla forma scelta - come un dialogo continuo nel tempo tra antenati e pronipoti, in cui tutta la Storia accade contemporaneamente in ogni momento.
In "Jazz Codes", descritto dall’autrice come companion piece dell’acclamato "Black Encyclopedia Of The Air" dello scorso anno, è forte l’impressione che Moor Mother voglia obliare il passato e offrire una versione di sé totalmente imprevista a ogni nuova release. In realtà, però, il terrorismo sonico di "Fetish Bones"/"Analog Fluids Of Sonic Black Holes" e il liberation-oriented free jazz degli Irreversible Entanglements, l’hip-hop quasi classico di "BRASS" (con Billy Woods) e quello fradicio di glitch di "Nothing To Declare" (acceso dalle basi di DJ Haram) cantano con un’unica voce, la stessa. Il timbro stentoreo è certo un denominatore comune, ma è soprattutto la concettualizzazione del percorso artistico a trasformare degli statement inconciliabili in un canone coerente e personale.

 

Albert Ayler, Amiri Baraka, John Coltrane, Julius Eastman, Billie Holiday, Amina Claudine Myers, Nina Simone, Sun Ra, Mary Lou Williams: sono solo alcuni degli spiriti guida che orientano "Jazz Codes" sulla mappa accidentata della diaspora africana, espressione del senso di appartenenza a una tradizione culturale verbalizzato in una raccolta di poesie tradotte in musica con la collaborazione dell’assiduo co-cospiratore Olof Melander. Al consueto collage di sample e found sounds si aggiunge poi uno sparpaglìo di inserti live di strumentisti eccellenti - Mary Lattimore (arpa), Nicole Mitchell (flauto), Jason Moran (piano), Keir Neuringer (sax), Aquiles Navarro (tromba) - e vocalist di varia estrazione - Melanie Charles, Alya Al-Sultani, AKAI SOLO, Justmadnice, Wolf Weston, perfino l’accademico Thomas Stanley. Il risultato sono diciotto tracce per quarantatré minuti che fanno di "Jazz Codes" il più ampio affresco tracciato finora da Moor Mother, esclusa la sonorizzazione "Circuit City". Certo il più immediato e accessibile, forse perfino il più bello e significativo.

Canzoni che sgorgano con delicatezza dalla connessione a una dimensione collettiva, laddove una volta - pur partendo dai medesimi presupposti - avrebbero assunto le sembianze di spurghi e conati di rabbia incontrollata; canzoni che risulterebbero addirittura semplicemente belle, non fossero disturbate continuamente da interferenze che le sabotano alla radice, rendendole simili a un cumulo di detriti raccolti lungo un viaggio nello spaziotempo. In questo senso, lo sforzo comunicativo di Ayewa in "Jazz Codes" è ammirevole nel fornire punti d’accesso a un output sonico che, in precedenza, finiva spesso per somigliare a un oggetto non identificato, capace di irradiare un incredibile magnetismo senza presentare però, in superficie, aperture in grado di accogliere l’ascoltatore, di farlo sentire parte della narrazione e non più solo un ospite privato di ogni punto di riferimento. Qui, invece, Moor Mother prende hip-hop e jazz, arcaismi analogici ed esorcismi digitali, e ne trae un’opera magmatica, dalla spiritualità avvincente anche quando i toni si fanno sedati.

L’insieme è infinitamente superiore alla somma delle sue parti, eppure alcuni episodi sono in grado di illuminare il significato complessivo dell’album. Il pulsare basso e ansioso di "UMZANSI", per esempio, la voce profonda graziata dal pizzicato di un’arpa salvifica mentre danza "through the trials of my fathers" - di nuovo, un fardello condiviso in cui il tempo si manifesta tutto insieme ("and so there is never a wrong place or time for you"); di nuovo, la memoria come arma da utilizzare attivamente, in senso progressista. Oppure il lirismo inatteso di "7TH APRIL", con il meraviglioso sax di Keir Neuringer a trasfigurare i versi in uno spiritual iper-tecnologico quasi trionfale nella sua limpidezza melodica - la citazione, stavolta, è per il canto religioso "Swing Low, Sweet Chariot". Oppure, ancora, il jazz ambientale di "MEDITATION RAG", pezzo che si estende - solo apparentemente quieto - per quattro minuti e mezzo, mentre l’elenco dei nomi citati in tono piano dalla bandleader fa pensare alla chiamata alle armi di una MC allucinata; solo che, lì sotto, non c’è un break di batteria in loop, ma un agitarsi free di tamburi e piatti.

Fra i tanti vocalizzi splendidamente annodati, invece, spiccano senz’altro gli interventi di Melanie Charles nel trip-hop zeppo di soul di "GOLDEN SOUL", vero baduismo al pari di una "WOODY SHAW" che scocca dardi all’indirizzo dell’appropriazione culturale bianca ("Baraka time codes upside the head of a Eastman score/ Coming up and down/ In the wrong hands, in the wrong hands"); sullo stesso tema insiste il lacerante lamento blues di "BLUES AWAY" condiviso con Fatboi Sherif, metafora musicale per un furto lungo secoli. Wolf Weston dei Saint Mela, infine, appare per un paio di contributi in "EVENING" - brano che sarebbe suonato perfetto negli album dei Sault precedenti l’incomprensibile svolta soundtrack di "Air" - e "BARELY WOKE" - una D’n’B per il ventiduesimo secolo dalle liriche incentrate sull’ossessione del controllo ("Too much surveillancе on me/ cameras, they zoom in on me").

 

Iper-creatività, fecondità, nascita: è in questi concetti che Thomas Stanley identifica la natura più profonda del jazz, in poco più di cento secondi animati da un’improvvisazione accreditata agli Irreversible Entanglements; un genere profondamente sovversivo, rimpiazzato nei gusti degli ascoltatori da prodotti ben più potabili per il mercato. Ed è invece con lavori come questo e artisti come Moor Mother - e non in certe prescindibilissime svenevolezze "nu" - che sembra potersi ravvivare e perpetuare un percorso di liberazione individuale e collettiva mediante un’idea di suono cangiante, imprendibile, in perenne evoluzione: in "Jazz Codes" brilla la bellezza infiammabile di un domani finalmente non più solo minaccioso.

(26/09/2022)

  • Tracklist
  1. UMZANSI (feat. Black Quantum Futurism & Mary Lattimore)
  2. APRIL 7th (feat. Keir Neuringer)
  3. GOLDEN LADY (feat. Melanie Charles)
  4. JOE MCPHEE NATION TIME INTRO (feat. Keir Neuringer)
  5. ODE TO MARY (feat. Orion Sun & Jason Moran)
  6. WOODY SHAW (feat. Melanie Charles)
  7. MEDITATION RAG (feat. Aquiles Navarro & Alya Al Sultani)
  8. SO SWEET AMINA (feat. Justmadnice & Keir Neuringer)
  9. DUST TOGETHER (feat. Wolf Weston & Aquiles Navarro)
  10. RAP JASM (feat. AKAI SOLO & Justmadnice)
  11. BLUES AWAY (feat. Fatboi Sharif)
  12. BLAME (feat. Justmadnice)
  13. ARMS SAVE (feat. Nicole Mitchell)
  14. REAL TRILL HOURS (feat. YUNGMORPHEUS)
  15. EVENING (feat. Wolf Weston)
  16. BARELY WOKE (feat. Wolf Weston)
  17. NOISE JISM
  18. THOMAS STANLEY JAZZCODES OUTRO (feat. Irreversible Entanglements & Thomas Stanley)
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