MorMor

Semblance

2022 (Don't Guess) | alt-pop

Lo attendevamo al varco, Seth Nyquist da Toronto. Non poteva essere altrimenti; i suoi precedenti Ep “Heaven’s Only Wishful” e “Some Place Else” avevano trovato seguito presso un piccolo pugno di ascoltatori rimasto stregato da quest’anima gentile. La musica di Seth – in arte MorMor, in onore della propria nonna adottiva di origini svedesi – non è certo portata alle grandi platee, ma riempie uno spazio specifico dentro al quale non potremmo collocare nessun altro autore contemporaneo. La sua è una scrittura struggente e dannatamente malinconica come fosse autunno inoltrato tutto l’anno, ma attenta tanto alla linea melodica quanto alla cura degli arrangiamenti. A tratti è come ascoltare i vecchi Rem più romantici, o i Real Estate più introversi; le canzoni di MorMor si distendono con calibrata parsimonia sopra un ovattato mantello di chitarre gaze costantemente punzecchiato da timbriche acustiche e atmosferici sprazzi di colori sintetici. E poi c’è la voce: angelica e lacrimevole, sa donare espressività con pochi sussurri, ma è altresì capace di elevarsi su un brillante falsetto funk, facendo intravedere verdi rivoli di giovanile energia.

 

Sarà l’aria educata del Canada dov’è cresciuto, sarà uno spaccato di vita passato tra orfanotrofi e famiglie adottive, sarà quello sguardo eternamente triste e corrucciato, ma MorMor è un autore particolare e la sua musica è spesso pura e semplice poesia.
Certo, il suo debutto “Semblance” non è un disco che ha paura della lentezza, ma lo si può leggere in due lati equamente distribuiti tra eteree tentazioni di tastiere e violini e puntate di ritmo dal piglio chitarristico. “Dawn” apre l’ascolto come fosse appunto un’alba rosa pèsca, “Seasons Change” presenta un garbato tocco jangle e “Far Apart” cavalca con maestria un melodioso alt-pop condito da accenti funk. Ascoltando “Here It Comes Again” viene in mente persino Q Lazzarus, misteriosa figura di culto recentemente scomparsa la cui unica hit “Goodbye Horses” accompagnava una delle più memorabili scene del film “Il silenzio degli innocenti”; come Lazzarus, anche MorMor riesce a dar voce a un impalpabile senso di nostalgia avvolto dalla patina granulosa di una polaroid scattata nei tardi anni 80. Il ritmo rallenta considerevolmente con la mini-suite “Days End” e naufraga su “Lifeless”, una ballata dal lento crescendo che, come da titolo, inscena un ultimo crepuscolo emotivo alla Terry Callier.

Ma MorMor il disperato riesce a riprendere quota, pur a modo suo; dapprima “Crawl” reintroduce una bieca supplica falsamente romantica, e presto l’ascolto riparte al galoppo sulla stridula linea elettrica di “Chasing Ghosts”, agitata da nevrosi metropolitane e disturbi psichici, e sulla densa wave nero pece di “Don’t Cry”, stratificata all’inverosimile da un oppressivo manto di chitarre e synth. L’ascolto si avvia alla conclusione col lacrimevole valzer per archi e percussioni di “Better At Letting Go” e naufraga nuovamente sulla conclusiva atmosfera boreale di “Quiet Heart”: è come alzare gli occhi al cielo durante i titoli di coda di un lungo film drammatico.

 

Indubbiamente “Semblance” è un ascolto denso e stratificato, costantemente avvolto da una patina emotiva pericolosamente prossima allo stucchevole. Eppure MorMor riesce nell’intento di creare un ascolto coinvolgente e malinconico ma snello e melodico al punto giusto; dietro l’apparente monocromia dei primi ascolti, le sue canzoni mostrano in realtà anime molto diverse, strutture cangianti e arrangiamenti sempre ritagliati al dettaglio.
Ci vuole semmai una particolare affinità emotiva per entrare nel cuore del lavoro, e questo richiede del tempo. Ma d’altro canto non troverete mai le canzoni di “Semblance” intente a bussarvi alla porta con insistenza, starà a voi andarle a cercare nei momenti di bisogno.

(11/11/2022)

  • Tracklist
  1. Dawn
  2. Seasons Change
  3. Far Apart
  4. Here It Goes Again
  5. Days End
  6. Lifeless
  7. Crawl
  8. Chasing Ghosts
  9. Don't Cry
  10. Better At Letting Go
  11. Quiet Heart




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