The Lounge Society

Tired Of Liberty

2022 (Speedy Wunderground) | art-punk, post-punk, indie-rock

L’ennesimo debutto promettente che reca il nome di Dan Carey alla produzione, fondatore della Speedy Wunderground e ormai noto Re Mida del post-punk d’oltremanica (ma non solo), è “Tired Of Liberty” dei The Lounge Society. Data la provenienza da un piccolo paese come Hebden Bridge, nello Yorkshire, Cameron Davey e soci rappresentano un’eccezione all’interno della propria scuderia, quasi interamente di stanza a Londra, e (come molte altre band) mal sopportano vedersi affibbiare delle etichette, in questo caso quella di “miliardesimo progetto post-punk”, sostenendo di ambire a una ben più consolidata identità personale. Quest’ultima abbraccia le sonorità leggere dell’indie degli anni Zero di The Strokes e affini, spingendosi in direzione art-punk, fino a includere accenni jazz e funk.

 

Fa subito bella mostra di tali commistioni “People Are Scary”, la quale vede un inizio scanzonato, dominato dall’impronta byrniana dell’interpretazione di Davey, e che palpita e trasuda indie-rock dei primi anni Duemila da ogni nota, insieme a un pizzico di funk, per poi cambiare sorprendentemente volto e adagiarsi su una coda narcotica e vagamente floydiana.
Ad accomunare realmente i Lounge Society all’ondata post-punk attuale sono i temi affrontati nelle liriche, dove non si risparmiano nel manifestare le frustrazioni e la rabbia politica che affliggono le persone nella vita di tutti i giorni. Ingranano il pezzo forte “Blood Money”, invettiva contro il capitalismo, e i synth spaziali e i giri di batteria dell’intro uptempo di “No Driver”, i cui ritmi e chitarre sembrano usciti dallo storico “Silent Alarm” dei Bloc Party.

I passaggi strumentali della breve e schizofrenica jam tra fusion e rock sperimentale “Beneath The Screen” spostano il focus in zona Black Midi e svelano una parte ben più complessa delle trame tessute dal quartetto, ponendone in risalto la versatilità, rimarcata ulteriormente dalla coppia basso-percussioni e dai richiami ethno-jazz di “North Is Your Heart”.
In “Last Breath” risultano credibili mentre giocano nuovamente il ruolo di mattatori in direzione Talking Heads, mantenendo un simile andamento di rincorsa e crescendo, senza mai annoiare, con “Remains”, “Boredom Is A Drug” e “It’s Just A Ride”, fino a cambiare nuovamente passo con l’indie-rock/folk acustico in direzione Real Estate dell’introspettiva e più pacata “Upheaval”.
A chiudere è una versione vorticosa del singolo di debutto risalente al 2020, nonché grido di denuncia da parte di una generazione invisibile e strozzata dai meccanismi della società odierna, “Generation Game”, il cui rifacimento guarda parzialmente alle ritmiche dell’ormai celeberrima “Boys In The Better Land” dei Fontaines D.C. (che a sua volta rielaborava il motivo di “The Man” del progetto Goat Girl, probabilmente una formula gradita a Carey, oltre che fortunata).

 

Un disco contraddistinto da matrici sonore di una semplicità solo apparente e testi ricchi di sarcasmo, metafore e qualche buon gioco di parole, un po’ ruffiano, ma non troppo: poco importa se “Tired Of Liberty” sia puramente rock, come lo vorrebbe il quartetto di Hebden Bridge, post-punk o qualsiasi altra cosa, ciò che conta è che se ne parli, specie con la possibilità di vedere il gruppo all’opera dal vivo, e constatarne le reali capacità, quando il tour toccherà l’Italia a inizio novembre.

(01/09/2022)

  • Tracklist
  1. People Are Scary
  2. Blood Money
  3. No Driver
  4. Beneath The Screen
  5. North Is Your Heart
  6. Last Breath
  7. Remains
  8. Boredom Is A Drug
  9. It’s Just A Ride
  10. Upheaval
  11. Generation Game






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