Reminder of an ending where we suffocated back
Grief is when you fall above and turn the way in out
And I can’t only care for
Horror vacui. Poco più di un anno fa i Deathcrash si attestavano tra i migliori esordienti del periodo con “Return“, un debutto fresco e distinguibile all’interno del variegato panorama attuale di South London (che comprende nomi come Black Midi, BCNR, Squid, PVA e Automotion), e intriso di quella intensa carica emozionale e filosofica che pone a riferimento i Codeine e le arie rarefatte dei Red House Painters. Il sophomore della band londinese punta su una narrazione ancora più minimale e mordace, calibrando ogni mossa con estrema precisione: la matrice slowcore di partenza fa maggiormente leva sulla componente emo, facendo prevalere solo in ultima istanza le influenze a quota post-rock e post-metal.
A un primo ascolto ci si rende conto che in “Less” la vena innovativa proposta dalla band risulti un po’ più debole rispetto a quella sfoderata nel debut; tuttavia tale capitolo non merita per questo di essere sottovalutato, necessitando invece un’analisi approfondita. L’opera lancia a più riprese un urlo nel vuoto, focalizzandosi sulla rappresentazione massima del dolore e della perdita, resa in maniera efficace dal punto di vista lirico e sonoro. A rimarcare i concetti di essenzialità e mancanza sono le linee dell’installazione della designer e fotografa Kaye Song sulla copertina del disco: per l’occasione, l’artista ha confezionato e assemblato in diverse parti dell’Isola di Lewis uno scheletro metallico, che raffigura metaforicamente il paesaggio circostante. Un ulteriore segno di continuità con il ragionamento per astrazione già attuato dal quartetto in “Return”.
Ci si muove in punta di piedi lungo i sette minuti della melodica “Pirouette”, quieta e leggera apertura divisa tra i virtuosismi di batteria distanti di Noah Bennett e i guizzi cristallini conferiti dalle chitarre di Tiernan Banks e Matt Weinberger. La chiave di volta dell’album è rappresentata da “Empty Heavy”, caratterizzata da cori flebili che divampano all’improvviso, scontrandosi con un violento muro di suono che con il suo peso soffoca e seppellisce lo screamo del frontman. Tale esplosione è evidenziata anche nel video ufficiale della traccia, dove la struttura presente sulla cover viene data alle fiamme.
Degno di nota è anche il passo timido e incerto della batteria di “Duffy’s”, le cui influenze midwest emo sprizzano Pedro The Lion da ogni nota, ponendo inoltre un accento post-hc nel finale, incentrato nuovamente su riff distorti. I luccichii delle chitarre si contrappongono al piglio deciso del basso nella strumentale “And Now I Am Lit”, passaggio funzionale (in teoria) al processo intrapreso dai Deathcrash all’interno di “Less”, anche se tirato davvero troppo per le lunghe.
“Distance Song” simboleggia la lontananza, alternando strofe ricche di pathos a lunghi silenzi rotti solo dai sussurri di Banks e da poche note di chitarra, mentre le armonie della lenta “Turn” mutano progressivamente in un nuovo grido distante, sommerso da arie orrorifiche in direzione post-rock. “Dead, Crashed” si appresta a chiudere il cerchio con il più pesante colpo di coda: altra traccia da più di sette minuti, vira verso una plumbea combinazione di elementi doom e sludge-metal atmosferico, facendo calare lentamente il sipario sul protagonista, rimasto da solo ad osservare il cielo.
Come suggerito anche dal titolo stesso, “Less” appare ancor più ermetico e scarno rispetto al suo predecessore, per durata, numero di tracce ed espedienti narrativi utilizzati, ma la tensione è perennemente presente in ogni suo singolo brano, sottile e tagliente come un filo d’erba, imprevedibile e pronta a bruciare.
21/03/2023