The Mercury Tree - Self Similar

2023 (autoprodotto)
math-rock, progressive rock, xeno-rock

Secondo Giese, le formazioni più inumane in senso assoluto, intendendosi con ciò l'assenza di somiglianza con qualsiasi cosa che si trovi sulla Terra, erano i simmetriadi. Presto fu accertato con sicurezza che l'oceano non era aggressivo e che nel suo ambiente plasmatico trovava la morte solo chi se la cercava, per propria imprudenza o incoscienza […] Tuttavia l'esplorazione dei simmetriadi fu intrapresa con grande circospezione e intensificando le precauzioni, che spesso si rivelarono vane. […]
La cosa veramente spaventevole di quei giganti non era il loro aspetto esteriore, che pure è da incubo. Forse l'effetto peggiore è generato dal fatto che in essi nulla è fisso e sicuro e le stesse leggi fisiche cessano di essere valide. Perciò appunto gli esploratori di simmetriadi sono stati sostenitori, più di chiunque altro, della tesi che l'oceano vivente sia dotato di ragione.
(Stanisław Lem, “Solaris”, 1961)

Ci sono innovazioni musicali che è impossibile non notare – l’autotune, l’affermazione dello streaming, le tecniche chopped&screwed alla base di vaporwave e cloud rap – e altre che, per quanto fragorose possano essere le loro realizzazioni, procedono in sordina, senza far parlar di sé all’esterno delle nicchie in cui si sviluppano. Fra queste, l’emergere della xenarmonia nella popular music occidentale. Nell’ultima manciata d’anni, decine di artisti di variegate estrazioni hanno imbracciato strumenti dalle capacità microtonali, superando lo schema delle dodici abituali note del temperamento equabile per avventurarsi in territori dai nomi iniziatici: n-EDO, prime-limit Just Intonation, scale non ottaviche… C’è chi lo ha fatto per il gesto tecnico (Jacob Collier), chi per esotismo o espressione delle proprie radici (Altın Gün, Al Qasar), chi per esaltare l’elemento radicale del proprio sound (Jute Gyte, Kostnatění) e chi, come gli a loro modo celebri King Gizzard And The Lizard Wizard, per aggiungere nuove dimensioni al proprio ultrapsichedelico freak-out.

E poi ci sono gli oregonesi Mercury Tree, che alla testa di un drappello di temerari hanno sfruttato le nuove scale come un razzo sparato verso pianeti alieni. Una volta raggiunti i nuovi mondi, poi, hanno preso a esplorarli attraverso – qui sta l’aspetto più sconcertante – canzoni vere. Come in un vero programma spaziale, qualche lancio è stato più promettente, mentre altri sono andati grosso modo a vuoto. Fatto sta che oggi, a “soli” nove anni dai primi timidi esperimenti in “Countenance”, la band ha pubblicato il suo capolavoro.
“Self Similar” è suonato con strumenti intonati secondo i temperamenti 17-, 34- e 68-EDO (Equal Divisions of the Octave): anziché in dodici semitoni, l’intervallo da un Do al successivo è ripartito in un maggior numero di suddivisioni. Ma l’aspetto significativo di tutto questo è un altro: non serve essere dei giganerd per restare stregati dai brani dell’album. Al contrario, le emozioni suscitate dalle armonie del disco sono sì criptiche, aliene, talvolta anche disturbanti, ma parlano a tutti. Come la carismatica Eleven di “Stranger Things”, i tre musicisti di Portland hanno aperto una porta verso una realtà altra, un upside down abitato da sensazioni disorientanti, ma sufficientemente vicine a quelle abituali da scuotere l’ascoltatore senza il freno – o la protezione – di decodifiche e intellettualizzazioni.

Nel mondo liminale di “Self Similar” è possibile scorgere forme che rievocano entità note: i Tool e i King Crimson in “Similar-Self”, la vena più cantautorale dei Porcupine Tree in “Binary”, un po’ ovunque l’alt-prog armonicamente obliquo di Radiohead e Oceansize. Ma non è mai chiaro quanto si tratti di genuine impronte, o piuttosto di un caso da manuale di pareidolia – la spontanea tendenza umana a ricondurre a profili familiari ciò di cui non si coglie lo schema. Dopotutto, le geometrie di Fripp e Jones sono sì astratte, ma raramente lunari come quelle di “Dreamwalking” e “Dark Triad”. E lo stile di Wilson, certamente abile ad abbinare tratti delicati e taglienti, in nessun caso è doloroso come riescono a essere gli intervalli ipercalanti di cui i Mercury Tree sono ormai maestri. Che dire poi di “Stay The Corpse”? Parrebbe emergere da un piano intermedio fra Metallica, Sonic Youth e Nirvana, non fosse che… quel piano non esiste e non può esistere (quantomeno non con una simile densità di tempi dispari)!
L’impianto timbrico del disco è strettamente rock: per quanto personalizzati e riaccordati, chitarre, basso e batteria sono protagonisti assoluti – con gli occasionali tocchi elettronici a rendere ancor più stranianti le atmosfere. In alcune tracce, però, il terzetto Ben Spees/Oliver Campbell/Connor Reilly si arricchisce di elementi, ospitando dulcimera, salterio, tongue drum: li si incontra, ad esempio, in “Recursed Images”, suonati da Damon Waitkus degli avant-folk-progger Jack O’ The Clock, che li sfrutta per dar vita a un fitto intreccio poliritmico. Nella tentacolare title track, invece, è la voce abrasiva di Gabriel Riccio (nome dietro alla one-man-band Gabriel Conctruct) ad aggiungere allo sviluppo sfumature progressive metal.

Sorprendente e trascinante, monolitico ma a conti fatti estremamente variegato, il nuovo album dei Mercury Tree è l’apice di un percorso ammirevole, capace di combinare ricerca formale e tensione alla melodia. E di mostrare la percorribilità di nuove strade per il songwriting in un territorio, in apparenza, diabolicamente impervio.

Tracklist

  1. Grown Apart
  2. Similar Self
  3. Dreamwalking
  4. Recursed Images
  5. Stay The Corpse
  6. Binary
  7. Self Similar
  8. Dark Triad
  9. After The Incident

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