Nella loro carriera i Necks hanno compiuto il miracolo di rendere semplice una musica ardua, nello stesso tempo hanno reso complesso e articolato un pur ristretto nugolo di note e intuizioni, oltrepassando i limiti del minimalismo. Ed è proprio quando Chris Abrahams, Lloyd Swanton e Tony Buck varcano i confini che si compie il miracolo dell’opera unica e a sé stante, “Bleed” è questo: un manufatto sonoro consegnato alla trascendenza e all’immaginazione pura, frammenti di accordi e sottili raggi di luce filtrati da specchi polverosi e infranti.
Sono quarantadue minuti di entropie armoniche appena accennate, di melodie prese per mano e abbandonate nel vuoto, un ipnotico ed esangue corpo sonoro dove gli strumenti inseguono un’ascetica eppur passionale forma di minimal jazz.
In “Bleed” l’effimero diventa materia prima per una suite atonale, che pian piano note di pianoforte, elettronica e vaporose sonorità percussive provano a scuotere senza mai destarla dal torpore.
I Necks non sono stati mai cosi avventurosi ed estremi dai tempi di “Sex”, a metà del percorso accennano un breve silenzio, ma più che criptico il nuovo album della band è rigoroso, incline a divagazioni sul tema. In un attimo l’elettronica scaccia via la strumentazione più tradizionale, per poi cedere spazio a un ritorno caotico, ma vellutato e tenero, di piano, percussioni e contrabbasso, che alfine dischiude nuovi orizzonti e lascia un sapido aroma di improvvisazione sonora che non teme confronti.
27/10/2024
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