PETE ASTOR - Tall Stories & New Religion

2024 (Tapete)
indie-pop, jangle-pop

Loft, Weather Prophets, Wisdom Of Harry e ovviamente Pete Astor. Un catalogo di prelibatezze partorito in piena era new wave, un canzoniere ispirato a una languida psichedelia post-Barrett e a una vena jangle-pop vellutata e aspra alla Television. Giunto alla soglia delle sessantaquattro primavere, il musicista inglese mette ordine nei ricordi, rileggendo dodici brani di una lunga carriera (solo l’avventura sotto il nome Ellis Island Sound è fuori dalla selezione).
Autore di brani seminali e in lieve anticipo sui tempi (“Why Does The Rain”, “Up The Hill”, “Almost Prayed”), Astor è ritornato in auge con una serie di album da solista non sempre del tutto a fuoco, ma non privi di alcune piccole meraviglie: l’ottimo “Songbox” e l’ultimo “Time On Earth” su tutti.

A dispetto delle premesse, “Tall Stories & New Religion” è un progetto fin troppo rigido e calcolato. Un album di ricordi simili a istantanee trattate con il Photoshop. Le versioni sono piatte ed esangui. Pete Astor ha assemblato un buon gruppo di musicisti – Ian Button (Death in Vegas), Andy Lewis (bassista di Paul Weller), Neil Scott (Felt ed Everything But The Girl) e il tastierista e produttore Sean Read – e ha pescato alcune delle canzoni meno note del proprio repertorio, ma, per quanto la scelta sia lodevole, il risultato non va oltre un grazioso compitino.
Le canzoni scelte hanno spesso un filo comune, pagine tra le più uggiose di Astor, storie spesso legate alle sofferenze e alle difficoltà di una carriera vissuta nell’ombra, ma il tono indolente e svogliato della voce non sempre aiuta. La struggente “Emblem”, la sciolta e rimarchevole melodia di “Model Village” (forse il brano meglio valorizzato nella nuova versione), l’elegante jangle-pop di “Ladies And Gentlemen” e il brio blues di “Caesar Boots” rimarcano le qualità della scrittura, ma resta la sensazione che questo nugolo di canzoni del cuore meritassero una rilettura più ardita e coraggiosa, valga l’esempio di “Chinese Cadillac” o “Disney Queen”.

Resta alfine un disco di gradevoli B-side alle quali l’autore cerca di regalare visibilità e dignità, ma il risultato è non del tutto convincente. Nulla che intacchi la stima per Pete Astor, ma nulla che invogli a un ascolto più che superficiale.

06/04/2024

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