I
King Crimson senza
Robert Fripp? Impossibile! E infatti i Beat non sono i King Crimson, bensì... Adrian Belew, Tony Levin, Danny Carey dei
Tool, Steve Vai. Formazioncina mica male, eh?
Il gruppo nasce con il proposito dichiarato di portare in tour la musica del periodo "
Discipline": la fase "
wave" della band capostipite del
prog-rock, durata l'arco di tre album in studio nella prima metà degli
anni Ottanta. In effetti, il nome "Beat" è proprio un omaggio a quel ciclo creativo: così pareva doversi chiamare dalle parti del 1980 la rinata band, almeno prima che sua maestà Fripp decretasse che no, il nuovo nome non serviva - erano ancora i King Crimson.
Ma la nuova avventura cremisi di Levin, Belew & soci - pur avendo ricevuto l'avallo di Fripp - non poteva rivendicare il titolo regale, ed ecco dunque tornar comoda quella vecchia ipotesi. Asciutta e nitida nel suo indicare la pulsazione ritmica come fondamento del
sound e fulcro di una ritrovata vitalità. Quale nome migliore, insomma, per riportare sui palchi la musica di quel periodo di trasformazione, che segnò un prima e un dopo nella storia del rock progressivo (e non solo di quello)?
L'elefante nella stanza

"Elephant in the room" è un'espressione inglese che ha un corrispettivo immediato anche nella nostra lingua. Certamente il pachiderma sulla copertina del live album "Neon Heat Disease: Live In Los Angeles" vuole essere prima di tutto un omaggio a "Elephant Talk", uno dei brani-simbolo della coppia chitarristica Fripp-Belew. Ma chissà che in qualche momento anche ai musicisti o ai discografici sia venuto in mente il modo di dire e la sua più ovvia chiave di lettura. Ok, non c'è Fripp. Ma rimpiazzarlo con Steve Vai? Questa sì che è una mossa dirompente.
Sul curriculum non c'è nulla da ridire. Chitarrista eclettico, funambolico, a livello di versatilità pressoché indiscutibile, ma... Sarà la scelta giusta? Davvero sarà in grado di restare fedele all'essenzialità
crimsoniana, mettendo da parte il suo strabordante ego espressivo? Certo che ne è in grado. E lo si sa da un pezzo: la sua capacità di adattarsi al contesto è nota almeno dal 1986 in cui incise "Rise" con i
PIL, regalando (realisticamente dietro adeguato compenso) a
John Lydon uno dei suoi migliori piazzamenti in classifica. E poi Vai aveva già condiviso il palco con Robert Fripp nei tour del supergruppo chitarristico G3 (l'ultima volta nel 2004 con
Joe Satriani), eseguendo efficacemente una jam su "Red".
Resta tuttavia il grande dubbio: l'interpretazione sarà calligrafica o personalistica? Chiudendo gli occhi (o ascoltando il disco) si potrà essere rapiti dall'illusione di avere a che fare con i
veri King Crimson, o in ogni istante prevarrà il rutilante ipertrofismo del virtuoso?
Il nuovo equilibrio fra tecnica e variazione
I primi passi con "Neurotica" e "Neil And Jack And Me" fissano un primo punto fermo: a fare i King Crimson, i non-King Crimson sono bravissimi. Vai espone i temi tali e quali a Fripp, e alla batteria Carey non fa rimpiangere la inventiva e tentacolarità di Bill Bruford (d'altra parte, buona parte della poliedricità ritmica dei
Tool viene da lì). Gli ingranaggi
hard/
minimal/polimetrici sono perfettamente oliati e il motore della macchina risulta più scoppiettante che mai. Non un semplice esercizio mimetico, ma una reinvenzione che inietta nuova energia senza forzare gli incastri.
Ma "Sartori In Tangier" attende la formazione al varco con il suo assolo impareggiabile. Tentare di emularne la trascendenza, o scartare di lato, verso direzioni impreviste? La risposta è la seconda, ed è qui che il gioco inizia a farsi interessante. Il nuovo corso conserva i guizzi arabeggianti dell'originale (vabbè, si tratta di stare su una scala minore armonica), ma fa di testa sua con la melodia e con il timbro. E scopre così l'effettivo intento della band: ripercorrere, ma non ricalcare. Fare proprio il modello e muovercisi attorno liberamente, senza lasciarsi ossessionare dalla ricerca di fedeltà.
Alcuni dei frutti più affascinanti si hanno su "Waiting Man", con fenomenale
lock in Carey-Vai sulla coda, e nei quattordici e passa minuti di "The Sheltering Sky" (forse la versione del brano più estesa mai registrata). Il lento accumulo della
suspense, minimale e stratificato, deflagra nei minuti conclusivi nello sfogo più quintessenzialmente torrenziale di Vai, un diluvio chitarristico di
tapping forsennato e sfolgorante timbro Ibanez.
Energia inarginabile per un futuro ancora attuale
Quasi due ore di incisioni
on stage compongono un doppio album che rivisita tutti i pezzi cardinali di quella stagione fondamentale, ritrovandoli esplosivi quanto allora. Nei primi
anni Ottanta, i
King Crimson si allontanarono definitivamente dai cliché progressive, imprimendo una svolta indelebile al filone. Proprio mentre la l'idea di "prog" si cristallizzava e i riferimenti
settantiani si affermavano come totem da emulare
ad libitum, Fripp, Belew, Levin e Bruford lo riaffermavano come archetipo di un suono lucido e aperto, capace di catturare scintille di futuro.
Come se il titolo "Beat" celasse un cunicolo temporale, quell'idea di futuro è di nuovo qui. Non è un'evocazione nostalgica, ma una rivitalizzazione del suono. Due degli architetti originali, con due nuovi e affidabilissimi compagni di viaggio, consegnano diciannove brani imperdibili per ogni fan. L'esecuzione, affilata e muscolare, dimostra che la forza propulsiva di quel repertorio è tuttora intatta: non è storia, è un vettore ritmico che continua a dettare il passo.