Alla soglia degli ottant'anni, Neil Young si reinventa ancora. Manda in pensione i Crazy Horse dei malconci Ralph Molina e Billy Talbot, per rimpiazzarli con una band nuova di zecca: i Chrome Hearts. Si tratta di una variegata formazione che include Micah Nelson (figlio del leggendario Willie) a chitarra e voce, Corey McCormick (basso e voce) e Anthony LoGerfo (batteria) - già presenti nella breve esperienza con il Loner canadese nei Promise Of The Real - e il carismatico ottantunenne Spooner Oldham (organo Farfisa), con il quale Young collaborò già ai tempi di "Comes A Time" (1978) e che in carriera vanta partecipazioni prestigiose a classici soul di Percy Sledge, Wilson Pickett e Aretha Franklin.
"Talkin' To The Trees", 48° capitolo di una discografia sterminata, suona come un album minore solo per chi cerca la perfezione: in realtà è un testamento sincero, intimo e tagliente al tempo stesso. Registrato con l'aiuto del produttore Lou Adler, John Hanlon e lo stesso Young, il disco si apre con "Family Life", brano-manifesto che incarna la poetica spoglia dell'album: una voce rauca, un'armonica sbilenca, una batteria spigolosa e la dichiarazione limpida di chi ha ancora qualcosa da dire, anche se non sempre piacevole da ascoltare. Young elenca la propria famiglia come in un inventario emotivo, riconoscendo le tensioni con la figlia Amber e l'amore assoluto per la nuova compagna Daryl Hannah ("la miglior moglie di sempre, la miglior cuoca del mondo"), con buona pace della povera Pegi, scomparsa nel 2019.
L'intero disco oscilla tra confessione e denuncia, tra ballate domestiche e folgorazioni elettriche. "Let's Roll Again" è il pezzo centrale, pseudo-sequel dell'inno post-11 Settembre "Let's Roll" del 2001, ma stavolta lo sguardo non è più rivolto al terrorismo, bensì al degrado ambientale e ai danni dell'industria automobilistica americana. Sostenuto da una melodia che richiama "This Land Is Your Land" di Woody Guthrie, Young grida: "Costruite qualcosa che non uccida i bambini". Poi, spunta fuori quel già celebre verso - "Se sei fascista, prenditi una Tesla" - mentre la band si lancia in voli radenti di chitarre e uno sfrenato solo di armonica. Ed Elon Musk muto. Il miliardario ex-sodale di Trump e lo stesso tycoon finiscono nel mirino anche in "Big Change", invettiva che suona più come un'allerta che come una denuncia. Eppure, in mezzo al fragore dei feedback, c'è spazio per la tenerezza: se la title track evoca palesemente Dylan, "Bottle Of Love" e "First Fire Of Winter" rispolverano il lato più fragile di Young, quello della malinconia domestica, delle melodie che sembrano arrivate in punta di piedi dal focolare di "Comes A Time".
Non manca neppure l'autobiografia romantica, come in "Silver Eagle", ode al tour bus che lo accompagna da una vita, rifugio errante che lo riconnette alla libertà e alla sua dimensione di eterno outsider. E se "Dark Mirage" e "Movin' Ahead" offrono momenti più abrasivi, con fuzz e distorsioni garage che minacciano di far deragliare l'equilibrio, Young non oppone resistenza: accetta il caos come parte del viaggio.
"Talkin' To The Trees" non è un disco perfetto. È un diario sghembo che alterna nostalgia e invettiva, dolcezza e sferzate. Come in "Thankful", che chiude l'album con una preghiera laica e un ringraziamento che non è pacificazione ma consapevolezza: grato sì, quieto mai. Chi cerca la pulizia formale o la coerenza stilistica resterà spiazzato. Ma chi conosce Neil Young sa che la sua arte abita da sempre nelle crepe, negli spigoli, nella sua voce spezzata che si ostina a cantare. "Talkin' To The Trees" è l'ennesimo esempio di questa irriducibile resistenza. "Potrebbe essere breve o potrebbe essere lunga, ma io canterò la mia nuova canzone", proclama per l'appunto in "Family Life". E c'è solo da esserne felici.
26/07/2025