C’è stato un tempo in cui quel grosso e meraviglioso calderone chiamato, perlopiù, soft-pop, finì, soprattutto nei primi anni 80, per strizzare l’occhio al country e a un’estetica tipicamente western. Si parlò così di urban cowboy, sottogenere in realtà abbastanza vasto, portato in auge da cantautrici come Rosanne Cash, Juice Newton, Linda Ronstadt, Crystal Gayle e ovviamente la madrina di tutte, Dolly Parton, tornata in quegli stessi anni a produrre grandi dischi dopo l’epopea d’oro vissuta a cavallo tra i 60 e i 70.
La losangelina Pearl Charles è a pieno titolo l’erede delle musiciste appena citate, sia per gli outfit da dominatrice di un rodeo a caso del sud degli States, e non solo, sia per l’attitudine compositiva.
Se i primi due Lp, “Sleepless Dreamer” e “Magic Mirror”, pubblicati rispettivamente nel 2018 e 2021, esaltano in genere l’approccio country-rock della Charles, le undici canzoni di “Desert Queen” suonano come il manifesto di un’inclinazione a certo urban cowboy, appunto, ormai sfacciata, amplificata dalla recente scelta della musicista californiana di trasferirsi da Los Angeles a Joshua Tree, dove ha anche messo in piedi uno studio di registrazione casalingo per comporre la sua musica lontana dal frastuono della metropoli.
Accanita lettrice di Eve Babitz e Joan Didion, Pearl Charles canta di tempi andati e cortei in piccoli paesi ammirati dai finestrini del vagone di un treno (la melanconica ballata “Just What It Is”) e rievoca con gioia le trame care a uno dei suoi fari indiscussi, Christine McVie, nel duetto con Tim Burgess (“Gone So Long”). E’ infatti il pianismo talvolta da saloon texano della compianta cantautrice britannica uno dei modelli a cui tende a chiare note la Charles. Un esempio? L’atmosfera notturna di “Step Too Far”.
Non mancano poi momenti vagamente disco music, con tanto di archi epici a enfatizzare tutto, come evidenzia il singolo “City Lights”, e altri, invece, in perfetta scia Shivaree (!), come mostra il passo lunare di “Does This Song Sound Familiar?”. Spuntano anche episodi più smooth soul, come i quattro minuti di “Birthday”, e potenziali hit radiofoniche con il ritornello a metà tra Abba e Linda Ronstadt (“Givin’ It Up”).
I brani di “Desert Queen” scorrono uno dietro l’altro con estremo piacere, ed è curioso che la Charles abbia, come dichiarato in diverse interviste, più estimatori a Londra che a Los Angeles. Evidentemente, la nostalgia per l’urban cowboy non è ancora (ri)emersa del tutto nella città degli angeli. Ma questa è, in fondo, un’altra storia.
21/04/2026