Con l’esordio “Terrapath” i Plantoid hanno dimostrato che esistono altre opportunità per il progressive rock contemporaneo. Il trio di Brighton ha assorbito all’interno di un canovaccio apparentemente ordinario una moltitudine di stili (math-rock, psichedelia, jazz, funky, soul, kraut, shoegaze) con una fluidità espressiva e un’agilità ritmica che tengono lontano il rischio dell’autoindulgenza.
“Flare” è sia concettualmente che musicalmente la naturale evoluzione di quanto seminato nel primo album. L’attenzione del gruppo è concentrata più sui dettagli e sulla sceneggiatura strumentale, e in parte rinuncia alle acrobazie di “Terrapath” per una musicalità incisiva ed essenziale, che gode di una malleabilità che amplia le prospettive della formazione inglese, pronta a catturare consenso anche al di fuori dell’ambito strettamente prog-rock.
Dopo un minuto di riff e tempi ritmici irruenti, l’album mette in mostra un’anima soul e funky che coniuga sobrietà e stravaganza, regalando uno dei più convincenti biglietti da visita del gruppo, “Parasite”. Il resto dell’album vede i Plantoid approcciare il progressive rock con un sapiente tocco jazz che ricorda i King Crimson di “Discipline” (“The Weaver”), rispolverando nello stesso tempo le raffinate contaminazioni degli Yes di “90125” (“Dozer”). La tecnica è messa al servizio di una musica vibrante, che in alcuni momenti coglie istanze art-rock in stile Field Music/Xtc (“Ultivatum Cultivation”), senza mai cedere alla logica del caos e della massificazione sonora.
L’intesa creativa tra il batterista Louis Bradshaw e il chitarrista Tom Coyne è elettrizzante: bastano i poco meno di tre minuti di “Splatter” per apprezzare l’abilità dei due musicisti nel fondere l’urgenza del rock con l’abilità geometrica e armonica del progressive-rock con risultati decisamente originali.
Delle qualità vocali di Chloe Spence (voce e seconda chitarra) si è finora taciuto, ma chi ha apprezzato l’esordio dei Plantoid già ne conosce la versatilità espressiva. Un ruolo che in “Flare” è valorizzato grazie a composizioni che si tingono di elaborate e suggestive trame folk e pastorali nel fantasioso crescendo di “Good For You”, un brano dove Chloe Spence duetta con il flauto per poi entrare, come Alice, nel paese delle meraviglie offerte dall’estasi psichedelica e dalle alterazioni ritmiche del kraut-rock. Ed è sempre la voce la protagonista della splendida incursione nel dream-pop di “Slow Morning”, un sensuale matrimonio tra Cocteau Twins e Portishead che profuma di folk e rhythm & blues, una piccola perla incastonata in un arazzo sonoro già di per sé affascinante.
Che “Flare” sia un album coraggioso e avventuroso è percepibile in ognuno dei nove capitoli. Anche l’apparentemente più placida “Worn” brilla di luce propria, grazie sia alla sapiente produzione del fedele Nathan Ridley (“quarto membro” nelle esibizioni live) che al caratteristico tessuto chitarristico della band. Precisione tecnica e asperità lo-fi diventano un tutt’uno in un corpo sonoro che possiede la sinuosità del post-rock.
Spetta ai sette minuti e ventisei secondi di “Daisy Chains” chiudere l’album: un’incandescente jam session dove tutto si fonde e si rigenera, un labirinto sonoro in cui pause dream-folk, slanci rock e prog si infrangono su un tessuto ritmico frenetico e pulsante che tiene alta la tensione, lasciando una sensazione di stupore.
Con “Flare” la band di Brighton ha osato varcare i confini del prog ed è pronta a tracciare nuove strade da percorrere: benvenuti a bordo.
10/02/2026