Non c’è nulla di normale, oggi. E non c’è nulla di davvero normale nemmeno nel modo in cui Maynard James Keenan continua a rinegoziare il proprio linguaggio artistico. Con “Normal Isn’t”, quinto capitolo in studio, i Puscifer scelgono una traiettoria più definita rispetto al passato recente: meno dispersione elettronica, più coesione estetica, per un dichiarato ritorno a coordinate post-punk e goth che diventano struttura portante e non semplice suggestione.
Se “Existential Reckoning” (2020) lavorava su un immaginario synth-pop fantascientifico, talvolta affascinante ma anche concettualmente rigido nella sua 8-bit paranoia, qui le chitarre tornano centrali. Il suono è più fisico, più nervoso, spesso più diretto. Eppure, proprio questa maggiore compattezza mette in evidenza uno dei nodi irrisolti dell’ultimo corso, ovvero il timbro chitarristico di Mat Mitchell (talmente riconoscibile al punto da diventare, a tratti, monocorde). È un marchio di fabbrica, certo, ma l’insistenza su determinate saturazioni e incastri ritmici tende ad appiattire l’impatto di alcuni brani. Nel cuore del disco, invece, quando accordature e texture si fanno più oblique, l’album respira davvero.
L’intenzione dichiarata era recuperare lo spirito di club dark anni Ottanta, quelle notti in cui il post-punk non era revival ma necessità. Le influenze si percepiscono come impronta, non come citazione didascalica: c’è un’idea di cupezza strutturale, una tensione gotica che attraversa pezzi come “Pendulum” o “Bad Wolf” senza scivolare nella caricatura. Il risultato è un lavoro sorprendentemente coeso, quasi ascrivibile per la prima volta in modo netto a una categoria.
L’opener “Thrust” mette subito le cose in chiaro: nervi scoperti, dinamiche spezzate, un Maynard più irrequieto che rabbioso. È probabilmente la sua interpretazione più spigolosa da anni, ma non aspettatevi ruggiti in stile Tool. Qui il canto si muove su registri bassi, spesso parlati o declamati. Per alcuni sarà una scelta espressiva consapevole, per altri un limite ormai strutturale. La linea vocale tende al droning, alla scansione ossessiva più che alla melodia piena. In questo senso, la presenza di Carina Round diventa cruciale: quando le viene lasciato spazio reale, il disco acquista profondità e dinamica. Quando invece resta confinata a contrappunto, si avverte una certa frustrazione, perché il suo potenziale viene solo parzialmente esplorato.
“A Public Stoning” funziona proprio grazie al gioco di contrasti: strofe trattenute, ritornello che esplode con violenza controllata, basso pulsante e synth che mordono. “Self Evident”, con il suo sarcasmo velenoso, è il momento in cui l’ironia tipica del progetto torna a graffiare: una produzione chirurgica, una tensione quasi industriale che maschera una scrittura più complessa di quanto sembri al primo ascolto. È uno di quei brani che sembrano semplici e invece sono costruiti su incastri millimetrici.
Non tutto, però, regge allo stesso modo. “Seven One”, nonostante la presenza di ospiti di peso come Tony Levin e Danny Carey, resta un episodio più interessante sulla carta che nella resa finale: l’idea della narrazione e delle stratificazioni alternative è affascinante, ma nell’economia del disco appare come un intermezzo dilatato, più laboratorio che brano compiuto.
Ma il vero punto di forza di “Normal Isn’t” è la produzione. L’album chiede ascolti in cuffia: il basso è corposo, le batterie (spesso multiple) lavorano su piani diversi, i synth creano una coltre emotiva costante. È un suono che talvolta sembra costruito in laboratorio, dark-pop-rock calibrato al millimetro, ma con una personalità precisa. Nulla suona davvero come Puscifer e questo resta un merito.
A livello tematico, il disco è attraversato da un senso di disillusione più compatto rispetto al passato. Polarizzazione, mascolinità tossica, propaganda, assuefazione digitale: non c’è il bisogno di lanciare pietre, quanto piuttosto di osservare il pendolo che oscilla. Il messaggio non è catartico, è consapevole. Non c’è redenzione immediata ma l’invito a non normalizzare l’anomalia.
Resta però la sensazione di un progetto che, pur scegliendo una direzione più definita, rischia una certa autoreferenzialità. I Puscifer erano nati come spazio di libertà assoluta, imprevedibili per natura. Qui l’identità è forte, ma meno sorprendente. È un lavoro solido, spesso intenso, con alcuni momenti davvero riusciti, tuttavia non sempre all’altezza delle proprie ambizioni.
25/02/2026