Dura la vita per Jonathan Wilson! Salutato come erede della scena musicale Laurel Canyon, il produttore e musicista ha infranto subito il sogno dei cultori dell’estremismo
vintage (“
Gentle Spirit"), esibendo un piglio estetico alquanto insolito nell’era del
lo-fi a tutti i costi (“
Fanfare”).
Dal criptico esordio “Frankie Ray” sono passati in verità ben undici anni, un periodo durante il quale il quarantatreenne della North Carolina ha mostrato sempre di più interesse per l’estrema cura del suono, a volte a scapito della composizione, assumendosi la responsabilità anche del tradimento più scandaloso (secondo alcuni), ovvero il passaggio da
indie-folker a reincarnazione di
Elton John, dell’ex-batterista dei
Fleet Foxes,
Josh Tillman/
Father John Misty.
Negli ultimi anni Jonathan Wilson ha collaborato con
Roy Harper,
Chris Robinson,
Phil Lesh e tanti altri, fino ad arrivare alla corte di
Roger Waters per la realizzazione di “
Is This The Life You Really Want?” e il susseguente tour. Ed è in quest’ultima avventura che va ricercata in parte la nuova dimensione creativa di “Rare Birds”, un progetto che, all’interno dell’introspettivo e profondo stile cantautorale dell’autore, introduce sognanti ed eteree gemme sonore di chiara derivazione
Pink Floyd/
Talk Talk/
Peter Gabriel, aprendo ancor di più la strada all’effervescenze pop dei
Beatles e al baroque-pop.
Premesso che il quarto album di Jonathan Wilson è destinato a dividere ancor di più i fan dai detrattori, va sottolineata la presenza per la prima volta di batterie elettroniche e sintetizzatori, elementi che collimano con le intenzioni di ottenere un suono ancora più massimalista e complesso, spesso ai limiti della claustrofobia lirica.
E’ un album ricco di luci e ombre, “Rare Birds”, sembra quasi che lo scopo sia quello di rappresentare tutte le variegate esperienze artistiche in un corpo unico: il piano prende possesso della scena, allontanando le speranze di molti fan della prima ora, costantemente in attesa di un
guitar-album potente e graffiante.
Dalla psichedelia in stile Laurel Canyon (“Over The Midnight”) al noir romantico dei
Pink Floyd il passo è comunque breve (“Sunset Blvd.” anticipata dalla coda di pochi secondi in perfetto stile
David Gilmour di “There's A Light”); a volte sembra di avere tra le mani un disco di un altro
Wilson (Steven) - in particolare nella
title track e nelle grevi note di piano di “49 Hair Flips”.
Liricamente incentrato sul fallimento di una relazione, l’album offre una sequenza comunque ambiziosa di riferimenti e cliché tardi anni 80: dalla curiosa assonanza di “Trafalgar Square” con “Get It Right Next Time” di Gerry Rafferty, alle citazioni di “Don’t Come Around Here No More” di
Tom Petty in ”Hard To Get Over”, entrambi sconfinanti in un prog-funk di chiara marca
gabrieliana.
In verità solo dopo molti ascolti la nebbia si dirada, mettendo in luce la reale portata del disco, il cui valore rischia di essere offuscato da un pregiudizio estetico che confonde la purezza con l’essenzialità.
“Rare Birds” è l’album più tradizionalista della carriera del musicista americano, anche se la stratificazione lirica e strumentale è alla fine più complessa di quanto sembri a un primo ascolto, un po’ come accadde per i
Fleetwood Mac ai tempi del trittico miliardario (“Fleetwood Mac”, “
Rumours”, “Tusk”), non a caso alcune atmosfere di “Loving You”, al di là del cammeo vocale di
Laraaji, rimandano alla arcinota “Sara” o, se volete restare nel moderno, a qualcosa dei
War On Drugs.
Wilson paga anche il suo personale tributo al pop inglese, con la mini-sinfonia pop in soli quattro minuti e quarantuno secondi di “Miriam Montague”, che mette in fila
Kinks, Beatles ed
Electric Light Orchestra con un tocco lieve e meno
British; in converso il giocoso country stile
CSN&Y di “Hi-Ho The Righteous” si tinge di introspezione e colpi di scena tipici del
progressive.
Lana Del Rey restituisce il favore ricevuto per “Lust For Life” (il video di “Love”) nel gradevole pop-folk di “Living With Myself”, mentre
Josh Tillman fa la sua bella presenza in “49 Hair Flips”, confermando il suo nuovo
status creativo con una ballata pianistica che pesca sia in
Elton John che nei
Beach Boys.
Con questo ricco bagaglio di fascinazioni sonore il musicista conduce in porto l’album più fragile e vulnerabile della sua carriera. La varietà espressiva di “Rare Birds”, se da un lato svincola l’autore dalla forzata configurazione
retrò che sembrava aver ingabbiato il suo profilo artistico, d’altro canto sottolinea quelle lievi
défaillance (la voce non eccelsa, la scrittura a volte prevedibile) che fino ad ora molti gli avevano perdonato in virtù di quell’aura mistica che lo accompagna.
Ora che Jonathan Wilson si è messo a nudo, è difficile prevedere quale sarà il responso del pubblico, per me la risposta (positiva) è racchiusa nei minuti conclusivi di questo estenuante album, ovvero “Mulholland Queen”: un avvolgente abbraccio lirico per piano e voce che alfine rassicura coloro che sull’onda dei singoli pubblicati temevano una
debacle creativa.
Tirando le somme, “Rare Birds” è alfine quello che in gergo si ama definire un album transitorio o ancor meglio interlocutorio, la cui forza e tenacia rischia di essere apprezzata solo col passare del tempo.