“Che musica ti piace, Thelonious? Che cosa ascolti?”
“Oh, tutto. A me piace tutta la musica”
“Tutta? Anche il country?”
“Scusa ma, esattamente, che parte della mia risposta non hai capito?”
(da un’intervista a Thelonious Monk, anni 60)
Dimenticate per un attimo il Flea dalla presenza fisica esuberante, scimmiesca e anfetaminica, quello che percuote il basso con i Red Hot Chili Peppers o strabuzza gli occhi in pellicole come “Belli e dannati”, “Il grande Lebowski” o “Paura e delirio a Las Vegas”.
Scordate per un attimo anche il suo passato burrascoso, germogliato in un contesto familiare spesso ostile, condito da piccoli crimini adolescenziali tra cui l’uso/spaccio disinvolto di droghe con l’amico di sempre Anthony Kiedis e il compianto Hillel Slovak (primo chitarrista nei RHCP).
Scoprirete che probabilmente l’unica cosa che gli ha garantito la sopravvivenza fisica e spirituale in tutti questi anni è stata la necessità di imparare.
Dai pomeriggi trascorsi in casa ad ascoltare le feroci session bebop della band del patrigno fino alle prime esperienze con la cornetta (poi sostituita dalla tromba), dal periodo hardcore punk con i Fear al lavoro come turnista di lusso in un’infinità di dischi pop e rock, Michael Balzary ha sempre dimostrato inconsciamente di voler andare oltre la svolta con la sua band principale, nella fattispecie provando a migliorarsi come musicista ed essere umano, possibilmente senza costrizioni.
Il suo entusiasmo ancora fanciullesco, così come la tendenza a far scendere qualche lacrima mentre parla di cose importanti, sono gli elementi da cui partire oggi per comprendere un progetto come “Honora”, che fondamentalmente è il tentativo di una persona di 63 anni di raccontare sé stessa in un quadro più rappresentativo dei singoli colori che lo compongono.
Dopo un primo esperimento solista nel 2012 con l’Ep “Helen Burns”, acerbo ma già in grado di dispensare una molteplicità di riferimenti musicali, Flea ha sentito il bisogno di ripartire da quello che considera il suo vero imprinting, l’unica eredità rilevante emersa dal difficile rapporto con il patrigno: il jazz.
Premesso che, al pari di Thelonious Monk, Flea approccia la musica come un unicum piuttosto vasto e senza schemi, è stato il bebop (in primis quello di Charlie Parker, Fats Navarro, Dizzy Gillespie, poi quello di Miles Davis) a guidare la sua scoperta del mondo delle sette note. Ma per arrivare al punto di muoversi realmente in quel settore, Michael è dovuto tornare ad approfondire lo studio della tromba per combattere il senso di inadeguatezza causato dal relazionarsi con chi su quelle sonorità ci aveva costruito una carriera.
Ciò che colpisce subito di “Honora” infatti, oltre ai featuring di Thom Yorke (partner artistico di Flea già all’epoca degli Atoms For Peace) e Nick Cave, è la presenza di un vero parterre de roi di specialisti come Jeff Parker alla chitarra, Anna Butterss al contrabbasso (andate a ripescare il suo notevolissimo “Mighty Vertebrate” del 2024), Deantoni Parks alla batteria, Mauro Refosco alle percussioni, il produttore e sassofonista Josh Johnson, il veterano Rickey Washington (padre di Kamasi) al flauto, che è diventato un po’ il mentore di Flea in questo viaggio. Nessuno di loro avrebbe potuto dire no a una collaborazione del genere, ma probabilmente Balzary non li avrebbe mai contattati se non fosse stato rassicurato più volte sulla sua capacità di reggerne il confronto.
Fin dal primo singolo estratto, “A Plea”, vengono messi in chiaro temi comuni a tutta l’opera, ovvero un’impostazione contemporary jazz elaborata e stradaiola (“Make something beautiful/ I don’t care if it’s a little scrap of squiggly crayon on a paper/ Make something beautiful and see somebody/ Give it to somebody/ I’m not being corny, this shit is real”), dai forti riferimenti black, coniugata a dovere anche negli arrangiamenti strumentali di “Maggot Brain” dei Funkadelic, “Thinkin’ Bout You” di Frank Ocean, e nell’orgoglio seventies di “Free As I Want To Be”.
Flea e i suoi compagni mostrano una certa grazia nello sconfinare in altri territori, di volta in volta imbellettati di elettronica (la versione di “Willow Weep For Me” con un trattamento synth ispirato da John Frusciante), di ambient (gli undici splendidi minuti rarefatti di “Frailed”) o di country esistenzialista (il vibrante contributo vocale di Nick Cave nella cover di “Wichita Lineman”), anche a costo di far perdere a tratti un po’ il focus della proposta.
Contrariamente alle aspettative (anche lecite) di molti appassionati, “Honora” non è un disco di mero bassismo o virtuosismi. Mostra anzi una totale dedizione alla scrittura e all’urgenza di comunicare quello che per Flea è vero oggi, percorrendo la strada del tributo sincero a un genere del passato senza mai perdere di vista la contemporaneità, come ci ricorda involontariamente anche la copertina, scelta in tempi non sospetti.
In quello scatto, che vede una colomba appoggiarsi sulla spalla della suocera di Michael (siamo nell’Iran degli anni 60, quello non ancora strangolato dai dogmatismi), c’è già tutta l’intenzione di chi prova a rivendicare con fierezza un desiderio di libertà ed espressione mantenendo intatta la speranza.