Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani - N. 108 - Agosto 2020

di AA.VV.

01_dueventDUEVENTI - HOW (Murmur Music, 2020)
r’n’b

Oltre che dei La Metralli, i modenesi Meike Clarelli e Davide Fasulo sono anche ideatori e animatori di un nuovo ensemble, Dueventi, assieme a Fabio Arcifa (chitarra e multistrumentista), Filippo Orefice (fiati). “How”, 7 minuti, brano eponimo e baricentrico del loro album d’esordio, ne sintetizza modus ed estetica, sorta di poema elettroacustico di suoni casuali e improvvisazione gestuale, beat formicolante e canto da automa digitale trap, poi umanizzato ma sempre catatonico come in un kammerspiel onirico o un collage espressionista. Il downtempo black-soul di “Melting Frame” si snoda in una galleria di piccole improvvisazioni che infine convergono in un aspro concertino da nightclub, e il crossover funk di “Monkeys Revenge” confluisce in un caos di sax, piano e chitarra. Quandanche emergano tentazioni di verbosa ballata soul, in “Struggle”, vengono compensate da strepiti d’isteria alla Zu. A questo lato di strenua ricerca si affianca poi quello chic ma non meno mutante: “Everyday” (carezzata da venti e gas), “I Left” (interferenze radio e finale glissando distorto da post-rock) e “Everything Can Change” (Moloko-esca con jam cacofonica di bebop elettronico). Disco improntato alla forma libera e alla tecnica mista, con una marcata, slanciata componente jazz: nei momenti di più alta concentrazione fa riportare a certi Rip Rig & Panic, anche per quell’irrisolto dissidio tra l’eccellente baraonda del complesso (avventuroso anche all’elettronica) e la personalità della cantante, una Clarelli qui anglofona che sgomita e un po’ ingombra, non così integrata. Con una produzione più netta e un missaggio più sanguigno ne sarebbe uscito un vertice. Interessanti anche la cover di “Eleanor Rigby” e soprattutto la chiusa, una “Did I Know You” che è un dub irreale generato da un’allucinazione d’armonie vocali (Michele Saran7/10)


02_structSTRUCTURE - MINDSCORE (autoprod., 2020)
elettronica, electro-pop

Primo progetto solista per Stefano Giovannardi, producer elettronico già dietro alle macchine in "Canzoni Perse" (2017) di Cesare Malfatti e nel progetto Due con Luca Lezziero. L'artista milanese sceglie questa volta di occuparsi personalmente anche delle parti vocali, in un lavoro che tiene insieme le due componenti fondamentali del suo mondo, scienza (Giovannardi è un biologo) e sound-design. Sotto il moniker Structure nasce quindi "Mindscore", una riflessione legata alla presenza dell'uomo su questo pianeta, che si avvale della consueta fitta trama di costrutti sintetici in grado di riecheggiare almeno dal punto di vista concettuale il lavoro degli Archive. Restiamo nel campo della forma canzone, ma rivestita (appunto) di strutture tecnologiche che ne aumentano l'imprevedibilità e l'appartenenza alla nostra epoca. "Mindscore" gioca abilmente con le dinamiche lungo una tracklist che diventa ancora più interessante nella seconda parte, grazie gli incastri à la Byrne di "The Wise And The Foolish", l'impronta David Sylvian in "The Middle", le raffinatezze synth-pop a metà strada tra John Foxx e Yazoo di "Upmost Order" e la perfetta chiusura crimsoniana di "We Love To Die". Un parterre di riferimenti di prim'ordine per un risultato che non lesina in quanto a dettagli e personalità, e dove l'unico aspetto minore è rappresentato dall'appeal della voce di Giovannardi, ancora in divenire per un progetto di questo tipo (Paolo Ciro7/10)


03_alessandrorALESSANDRO ROCCA - TRANSITI (Dimora, 2020)
songwriter, alternative

Esordio discografico per il cantautore varesino Alessandro Rocca che con il concept “Transiti”, dopo dieci lunghi anni di gestazione e un lavoro autoprodotto datato 2009, fa il suo ingresso ufficiale nel mondo musicale e lo fa passando dalla porta principale. “Transiti”, per mettere subito le cose in chiaro, è un album difficile, a tratti sconvolgente, per quanto spettacolare ed unico; un’arma calda e tagliente che entra nelle viscere dell’intimo umano per annientarlo, lasciando ferite difficilmente rimarginabili ed azzerando ogni parvenza velleitaria di reazione. Un viaggio all’interno dell’esistenza dove Rocca mostra coraggio e capacità descrittiva davvero inusuale nel delineare i malesseri, i dolori, le paure, gli incubi del mondo che ci circonda e degli esseri che lo occupano. Una dimensione amara, oscura e lugubre che è parte della vita ma che raramente è tratteggiata con questa dovizia di rifiniture e con la rara dote di fornire non solo l’aspetto visivo dell’oggetto, della persona, del luogo o del concetto espresso, bensì costruendo un’immagine mentale completa, in grado di sollecitare la percezione attraverso più stimoli. Autore sia dei testi che delle musiche, Alessandro Rocca (calda voce solista e chitarra acustica) ha costruito un percorso dolceamaro caratterizzato da sonorità sottili dove affogare contenuti di pathos, coadiuvato da un ensemble di ottimi musicisti impegnati su svariati ed evocativi strumenti quali: mellotron, armonica a bocca, vibrafono, violoncello, clarinetto, contrabbasso tra gli altri. Per tracciare un commento adeguato sarebbe riduttivo porre l’accento su singoli brani. “Transiti” è un gioiello da ascoltare per intero, dall’inizio alla fine, possibilmente più volte per un accesso completo all’opera. La strada è quella tracciata, a suo tempo, dall’esasperazione del giovane Juri Camisasca, dall’abulia di Mauro Pelosi o dai tormenti di Fausto Rossi. Rocca s'inserisce in questo difficile ma affascinante filone artistico e lo fa in modo personale, mirabile e audace, regalando all’ascoltatore il perfetto strumento per una cruda introspezione (Cristiano Orlando7/10)


04_milanoshaMILANO SHANGHAI - LABIRINTI EP (Irma, 2020)
art-pop

Si presentano con un giusto biglietto da visita i Milano Shanghai, “Labirinti”: un mantra apatico, riverberi e punteggiature elettroniche, in un funk docilmente sincopato. Ma vanno anche oltre. “25 Dicembre” e “Salvagente”, declamazioni melodiose recitate come fossero verbali, sono incorniciate rispettivamente da un unisono chitarra-voce degno di un tema di colonna sonora e da un sinuoso synth-pop intervallato da vocalizzi soul femminili. “Binari” quasi cambia tutto, in uno scenario tribale di distorsioni aspre, e con “Interferenze” trovano poi un acume di cupezza di trip-hop Bristol-iano, severamente irrigidito nella sua isteria ripetitiva ma crescente. Piccolo collettivo (Pietro Gregori, fondatore e autore, Nino Doneda, ritmi, e Elvis, elettronica) al debutto con un Ep d’amore-odio per il versante periferico del capoluogo lombardo da cui proviene. Più che per reale conflittualità brilla per un istintivo sincretismo di spunti e suggestioni, anche tracce di jazz (pezzo bonus: “Esilio”), che tende a sgattaiolare dai generi noti e sgretolare la dominazione del frontman. Nella loro indolenza (per la verità ammosciante) dona canzoni che puntano allo status di composizioni ariose, coinvolgenti nelle loro scansioni orientate al groove nettamente scolpito. Quantomeno per spontaneità gareggiano con gli alessandrini Overture. Master di Stefano Elli, artwork di Guendalina Galli (Michele Saran6,5/10)


05_cortecCORTECCIA - QUADRILOGIA DEGLI STATI D’ANIMO EP (autoprod., 2020)
alt-pop

I Corteccia, di Milano, ossia Pietro Puccio (voce e batteria) e Simone Pirovano (tastiere ed elettronica), propongono le quattro canzoni di “Quadrilogia degli stati d’animo”: più che in sequenza si va però a coppie, dicotomie. Un lato spirituale, “Il silenzio danneggia”, una cantata colta tra un revival doo-wop anni 50 e un’aurora, e “Solidi”, nenia rarefatta e angelica, ne interseca uno ben più corporeo, l’arrangiamento a orologeria di “Sono la montagna lontana” (con spunti minimalisti nel ritornello), e ancor meglio l’invocazione su poliritmo esotico di “Oasi”. Il duo più Lorenzo Caperchi alla produzione migliora l’omonimo “Corteccia” (2016) di debutto con un insolito Ep per canto alto, pianismo sommesso, contorni digitali e ritmi accesi, d’ispirazione gospel, ossatura tribale e respiro leggero. Testi intonati con una poesia naturalista obliqua nient’affatto malvagia. Video per ognuna delle quattro canzoni, tutti da vedere (Michele Saran6,5/10)


06_geddGEDDO - FRATELLI (Music FC, 2020)
songwriter

“Fratelli” per Davide Geddo rappresenta dichiaratamente un traguardo di consapevolezza. Le sue disquisizioni polemiche ma divertite (e talvolta divertenti) comprendono qui una “avvelenata” a tutto campo sul valore coevo del musicista italiano, “Su la testa”, un techno-rock parodistico sui rituali discotecari, “Fino all’alba” e una requisitoria sull’odio social, “La guerra tra poveri”. Ma Geddo è e rimane un sognatore romantico che inventa storie di sana pianta o le rielabora a partire dalla sua esperienza di vita, e proprio in quest’ambito si apprezzano le soluzioni più musicali: “Come un pazzo”, rock’n’roll para-Springsteen, una nostalgica “Differenze” coniugata alla maniera del Dylan rurale, una disperata “A colpi di karate”, con fiddle, una dedica ben calibrata sul soul da pianobar, “Anna vorrei”, con tromba. Quarto album dell’autore ingauno, il più lungo e forse il migliore per fibra e maturità, oltre che per interpretazione gradevolmente teatrale, con un canto che sunteggia uno, nessuno e centomila mastri cantautori nostrani. Qualche ospite in duetto per dare senso e corpo al titolo: Roberta Carrieri, Folco Orselli, Federico Sirianni, Alberto Visconti, e la chitarra di Paolo Bonfanti in “Parlandone da vivo” (anche singolo) (Michele Saran6/10)


07_diegopoDIEGO POTRON - READY TO GO (Rivertale Productions, 2020)
blues-folk

Diego “Dead Man” Potron, voce e chitarra del brianzolo, debutta nel 2006 esclusivamente dal vivo. In “Electro Voodoo” (2013) incide i suoi primi, rozzi e cattivi stomp di strada accompagnandosi con la batteria a pedale. Più innocui i successivi, raccolti in uno split con Elli De Mon (2016), controbilanciati peraltro anche da una meditazione pacata, “Song For Mr Occhio”. Qui infatti la sua personalità artistica si scinde: il Potron elettrico continua a spron battuto come Dead Man’s Blues Fuckers in coppia con Christian Amendolara, mentre il Potron acquietato in “Winter Sessions” (2018) svaria al folk acustico. “Ready To Go” raffina questo secondo ego. “Diving Duck Blues” si fregia di un pianoforte ribattuto e un assolo di simil-vibrafono, e “It’s Preferable Not To Travel With a Dead Man” è in pratica una fantasia da american primitive allargata a jam da cocktail-jazz. Altre persino narrano più con gli arrangiamenti che con le parole, come la ballata incorporea di “Mooreland”, sospinta (o proprio resa possibile) dai botti di chitarra e piano, o una “Last Heart Beat” che si fregia soprattutto di contrappunti dolenti e sorrentini, o una “Two Brothers” dal refrain invocante affogato in tastiere assordanti. Su un piano più ruspante stanno la campagnola “Get Out Your Voice”, il talking-blues sprintato a honky-tonk di “Mr Choppy”, e un tributo al shuffle del grande blues-rocker del Mississippi, “While I Sleep My Bitch Plays Bo Diddley”. Il disco ha le sue pillacchere, la dizione anglofona ciancicata, qui più vistosa perché posta in primo piano nel missaggio, in generale il canto ancora da stabilizzarsi tra enfasi desertica e frivolezza pop, oltre a una cover riempitiva poco ricevibile (la “Stayin’ Alive” dei Bee Gees) e qualche scenografia concreta (cinguettii, parlottii) tendente all’ingenuotto. Perlopiù felice comunque questa mutazione da bluesman a cantautore perché integra, sempre contemplandola, la dominante blues di toni estroversi, volitivi e talvolta chiocci, e coloriture approfondite, specie nel suono d’insieme d’una piacevolezza rara. Unico ospite: Alessio Capatti (piano). Co-prodotto con Femore Productions (Michele Saran6/10)


09_missmoMISS MOG - BENJAMIN (autoprod., 2020)
techno-pop

Il terzetto veneto dei Miss Mog si ripresenta con il secondo “Benjamin” insistendo fedelmente nella medesima ballabile aura nichilista crepuscolare, specie a inizio e fine, il recitativo con sovratoni ambientali di “Vi ho sentito” e la cavatina pianistica di “Un topo modesto”. Il limite sta nello strapotere delle tastiere, tanto che spesso sembra di sentire il parto di un producer neo-italodisco (“Alieni”, “Plancton”, “Le cose da fare”): la strumentale “The Fly” ne è così la conferma, sia pur forte della migliore linea di basso e spizzichi di collage campionati. Dopo un mito vivente, “Federer” (2016), una dedica a un mito estinto (Benjamin, ultimo dei tilacini). Complessivamente meno riuscito, ma la triade in successione di “Il dottor Piuma”, “Meredith Levov 1964” e (in parte) “Ai piani eterni” è un virtuale mini di una certa levatura che avrebbe in “Meredith” il picco creativo di rarefatta canzone-scenografia: ritmo di sveglia a orologeria, calderone di declamazioni, ipnotici accenti elettrodub. Produzione: Tommaso Di Santo (Londra) (Michele Saran5,5/10)


08_filippopFILIPPO PODERINI - MOSHI MOSHI PRONTO PRONTO (La Cura, 2020)
songwriter

Di origini umbre, Filippo Poderini partecipa alla Mr No Money Blues Band prima di varare la carriera solista, che si concreta una volta di più con “Moshi Moshi Pronto Pronto” a suo nome, un disco di transizione che prova a bussare a parecchie porte. Prima parte tendente all’inascoltabile, flirtante con stereotipi da it.pop già sdati e nemmeno convinti (esistenzialismo spicciolo, espliciti riferimenti all’immaginario coevo, tono emotivo e languido), ripiena di suoni grevi techno che affossano la chitarra. Nella seconda fa leva sul suo passato prossimo elettro-rock alternativo a nome iF L, per “Irony & Sorrow” (2017) e “Acoustic Dj” (2018), e in duo come Algo Vuol Dire Qualcosa per “Altrove” (2018) in accoppiata con l’ex cantante dei Moleskin, il conterraneo Marco Mencarelli, e l’andazzo assume una certa serietà: l’ipnotico r’n’b “Idiomatik” con rap, il drum’n’bass con timpani e armonia a base di distorsioni dinamiche di “Mdm”, la fantasia strumentale sincopata e quasi psichedelica di “Elettrolisi” e un monologo interiore su riflessi ambient, “Lo so che tu lo sai”. Tracce di distinto ecclettismo. Co-edito con Microsolchi (Michele Saran5/10)


10_dasDASP - L’INDIPENDENTE ITALIANO (autoprod., 2020)
power-pop

Il cosentino multistrumentista Domenico Palopoli fonda i Bangie’s Bob e quindi, dapprima a quattro mani proprio con il cantante dei Bangie’s e poi da solo a nome DASP, imbocca la via delle colonne sonore. Una piccola testimonianza di questa fase si ha con l’Ep “In My Mind” (2017). Per “L’indipendente italiano”, primo vero album (ma di nuovo poco più lungo di un Ep), Palopoli si rifonda cantautore e allarga il soprannome a complesso. Le loro “Indipendente italiano”, “Epoca lontana” e “Solo te” non vanno oltre l’alternanza classicamente Pixies-iana tra strofa in piano scheletrico e ritornello in forte distorto; la storia non cambia neanche in “1960”, acustica, quasi una demo, e neanche quando cerca innesti di remix elettronico, “Vortice”. L’unica idea, l’impasto tra la chitarra e un sintetizzatore di clima Duran Duran-iano, viene giostrata dall’arrangiamento di pugno dei due membri della sezione ritmica, Fulvio Caruso (basso) e Gennaro Pittore (batteria), e qui e là rocka epicamente, ma il resto è un mezzo disastro di concept logoro a base d’interpretazioni canore ragazzinesche (Michele Saran4,5/10)

Playlist
DUEVENTI - HOW (Murmur Music, 2020)
STRUCTURE - MINDSCORE (autoprod., 2020)
ALESSANDRO ROCCA - TRANSITI (Dimora, 2020)
MILANO SHANGHAI - LABIRINTI EP (Irma, 2020)
CORTECCIA - QUADRILOGIA DEGLI STATI D’ANIMO EP (autoprod., 2020)
GEDDO - FRATELLI (Music FC, 2020)
DIEGO POTRON - READY TO GO (Rivertale Productions, 2020)
MISS MOG - BENJAMIN (autoprod., 2020)
FILIPPO PODERINI - MOSHI MOSHI PRONTO PRONTO (La Cura, 2020)
DASP - L’INDIPENDENTE ITALIANO (autoprod., 2020)
Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.