“Crêuza de mä“, lo premetto subito, è il mio album italiano preferito di sempre. Ma mi rendo anche conto dell’immediato paradosso, non essendo in lingua italiana, ma in uno strano patois genovese “antico” che neanche esiste più, se mai è esistito. Anzi, una sorta di miscuglio di fantasia di varie lingue e fonemi mediterranei che è stato inventato per l’occasione, su una base di genovese, che per secoli è stata la lingua franca dei commerci e delle rotte sul mare, incorporando già di suo centinaia di parole di origine straniera, islamica in particolare. Il risultato è un linguaggio che Fabrizio definisce “di sogno”. Genova è una delle capitali storiche di questo Mare. Una città stretta fra le montagne e il mare, di cui aver paura e da cui essere irrimediabilmente attratti. Genova è Repubblica Marinara, è la voglia di scoprire una via a Occidente per il Giappone, sono battaglie con i feroci Saladini, ma anche i carrugi e il porto, i vicoli che portano dai monti e dalla città fino al mare, sono le terrazze strappate alla montagna e coltivate a vite, sono commerci e incontri e conoscenza di terre lontane, abitate da persone diverse, che hanno in comune il Mediterraneo. Questo viaggio che si legge in filigrana attraverso l’album è un omaggio a quella che è stata la culla delle civiltà antiche: fenici, greci, romani, sardi, mori, catalogni, arabi, turchi, ebrei, egizi. Il Mare nel quale siamo nati e ci siamo evoluti, stratificati gli uni sugli altri, con sempre questa linea d’orizzonte verso la quale guardare. Il melting pot del Mare Nostrum è straordinario – pizzica, tarantella, musica andalusa, lo gnawa marocchino, rai algerino, blues del deserto, la musica classica araba e polifonie corse, il Rembetika greco, la musica medio-orientale, dall’Egitto alla Siria, la musica turca, quella greca. Ma per fare una sintesi serve qualcuno che padroneggi la materia. Perché va sottolineato che il miracolo laico di questo disco è anche l’incontro, stelle allineate e momento perfetto per entrambi, fra Fabrizio De Andrè e Mauro Pagani.
Pagani è stato il folletto della Pfm originale, flauto e violino, fuoriuscito perché troppo stretto nel prog e, da subito, ricercatore di musica etnica in generale, araba e mediterranea in particolare. Già dal 1978 ha pubblicato un album che sa di world music, ha lavorato con Moni Ovadia e il Gruppo Folk Internazionale, ha partecipato a un progetto di musica strumentale e vocale medievale con Alia Musica, e con Carnascialia insieme a Demetrio Stratos e alcuni musicisti del Canzoniere del Lazio ha ripreso le sonorità popolari dell’Italia centrale e meridionale. In quegli anni non era facile mettere le mani su dischi o cassette che venissero dai quattro angoli del Mediterraneo. Pagani colleziona “bulimicamente” questo mondo fatto di voci straniere, strumenti a plettro e percussioni diverse, musica popolare e musica classica. Impara a suonare bouzouki e oud, il liuto arabo, li compra in mercatini e botteghe: l’oud – che ha un ruolo centrale nel suono del disco – lo trova su una bancarella al mercato di Algeri, fatto di legno delle cassette della frutta, il rosone con un pezzo di plastica, e ha un suono “magicamente meraviglioso”.
Nel disco ci sono molti strumenti inusuali: “Crêuza de mä” si apre con un assolo di gaida macedone, sorta di cornamusa diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo. Nelle intenzioni di De André è come un banditore che annuncia la storia. Poi arrivano bouzouki e viola a plettro. A mano a mano, compare l’oud, ovviamente, ma anche shannaj e saz turco e marimba, flauto traverso e a canna, chitarra andalusa, mandolini, chitarra ottava, oltre a percussioni di ogni tipo e in “Sinan Capudàn Pascià” anche la batteria di Walter Calloni. Non è folklore, è trovare una alchimia fra musica e parola, quelle parole tronche e ricche di dittonghi e iati che la lingua genovese, secondo De André la meno neolatina di tutte, può offrire.
Un’altra caratteristica del genovese è la sua gentilezza dei termini. Ci sono alcune canzoni che toccano temi con un linguaggio nudo e crudo, che tradotto in italiano suonerebbe troppo forte, volgare. “Jamin-a”, “lupa di pelle scura”, è una canzone carica di sensualità, carica erotica violenta, un orgasmo: ”Jamin-a” “è la compagna di un viaggio erotico che ogni marinaio spera, anzi pretende di incontrare in ogni posto, dopo le pericolose bordate per colpa di un mare nemico o di un comandante malaccorto”. Mussa e belìn suonano accettabili, le controparti italiani difficili da accettare, in una canzone. Stessa cosa per quando in “Crêuza de mä” si parla di incontrare ragazze per bene, che “ti peu ammiàle senza u gundun”, ragazze che (a differenza delle abituali, suppongo) puoi ammirare anche senza il preservativo. Proprio per questo, è insolito e uno spettacolo linguistico vedere Fabrizio che si lascia andare in descrizioni mai concesse finora. Ironico come sempre, ma anche sensuale, decisamente sexy. Con quella voce, poi. Una lingua sconosciuta può fare miracoli…
C’è la figura de ‘A Pittima, colui che nella società genovese riscuoteva i soldi per conto dei creditori con ogni mezzo possibile e ci sono le prostitute di “‘A Dumènega”, il giorno libero in cui possono passeggiare per la città, insultate e derise dal popolino bigotto e dai benpensanti, uno dei quali magari un marito inconsapevole: tutto questo su una musica che sottolinea questa confusione di urla e bimbi che chiedono gli sghei “per andare al casin”. E’ una rivisitazione, su ritmo popolare dei secoli andati, del tema di “Bocca Di Rosa”, con qui – appunto – la lingua a mascherare “le oscenità” del testo. Alla fine il viaggio si ricollega idealmente, come fosse un controcampo, con la partenza all’inizio: il marittimo che parte in “Da A Me Riva” vede il fazzoletto bianco della moglie che lo saluta dal molo in controluce, rimira il piccolo corredo da navigazione nel baule, “tre camicie di velluto, due coperte un mandolino e un calamaio di legno duro/ e in una berretta nera la tua foto da ragazza per poter ancora baciare Genova/ sulla tua bocca in naftalina”. Si riparte.
E’ un album che ha davvero solcato i mari e attraversato i confini. Cantato con “quella voce”, riflessiva e drammatica, scanzonata e sottilmente ironica, spesso tutto insieme. Empatica. Voce senza tempo, esattamente come l’album. Aggiungerei che le immagini che Fabrizio – al di là della lingua “inventata” – cita, inventa, richiama sono straordinarie in sé, è poesia di viaggio, è testimonianza di amore, è voglia di non avere confini.
Di mischiare la realtà con la fantasia, che è una cosa che gli è sempre riuscita molto bene. Un album concettuale, come tutti gli album di questo (nel 1984) 44enne che cesella ogni sillaba come se dovesse pronunciarla per l’eternità, come se ogni parola fosse la pietra definitiva di una strada da percorrere. Potrebbe essere una di quelle stradine, la Crêuza, che in Liguria separano i poderi, e le case, e scendono sempre verso il mare. De Ma. O Crêuza come quelle increspature larghe che il soffio del vento sul mare disegna, come strade nel mare da seguire.
Comunque sia, nelle sette canzoni di questo album c’è davvero un mondo, anzi più mondi, da scoprire, da cui farsi ammaliare, lungo i quali sognare. Da navigare. E’ vero che quando si parte, anche per un’avventura musicale, si sa quello che si lascia e non quello che si troverà. Qui De André e Pagani, in una odissea moderna, han veleggiato anche per noi, e hanno riportato a casa lo scrigno del tesoro sepolto forse nella sabbia, forse fra gli scogli, del Mar Mediterraneo.