R.E.M. - Perfect Circle

Reveal

REVEAL (2001)

THE LIFTING

Rem - RevealCentonovantamila persone. Una folla oceanica. Il più imponente assembramento mai visto a un concerto dei Georgiani. A Rio de Janeiro, Brasile, i Rem toccano il cielo con un dito. Sono ormai dei divi integrati nel sistema, coccolati dall’industria discografica, graditi (quasi) a tutti. Epperò vogliono continuare a gridare disperatamente la loro diversità. Una “doppiezza” che l’ex-direttore di Q, Paul Du Noyer, denuncerà in una pesante invettiva contro il “progressismo vip”: “Da un lato raccolgono con piacere i benefici derivanti dalla propria appartenenza a una multinazionale capitalista americana, la Time-Warner Aol; dall’altro, mantengono il diritto di fare la parte dei ribelli contro il sistema e di sputare nel piatto in cui mangiano: questa posizione è estremamente comoda per loro… Per Bono ho più rispetto, perché dimostra sempre più consapevolezza dell’assurdità di ciò che fa e di ciò che è. Credo che Bono si consideri un personaggio comico. Invece, non ho mai l’impressione che i Rem si rendano conto della loro assurdità. Anzi, mi sembrano proprio presuntuosi”.

Una presa di posizione emblematica delle difficoltà che incontrano Stipe e compagni nel convivere con il loro nuovo status di vip milionari, che inevitabilmente, oltre ai consensi del grande pubblico, attira loro antipatie e invidie diffuse. Peter Buck dribblerà da par suo l’argomento: “Vado a fare la spesa nei negozi piccoli e indipendenti, eppure, si sa, lavoro per l’etichetta più grande del mondo. Vedo le contraddizioni, ma non vedo perché fare affari con una grande multinazionale precluda ogni possibilità di attività politica o di altro genere, visto che praticamente tutti gli abitanti della Terra lavorano per una grande multinazionale. Il giornalista musicale che ci copre di critiche probabilmente lavora per una grossa azienda posseduta da qualcuno che produce anche sigarette e napalm”. Difficile dargli torto.

Il vero problema, per i Rem del periodo, resta una vena musicale che sta progressivamente smarrendo la sua freschezza. Ma se “Up” era un coraggioso, seppur solo parzialmente riuscito, tentativo di affrancarsi dalle proprie radici inseguendo i suoni di fine millennio, “Reveal” cerca di rifugiarsi in territori più sicuri e già abbondantemente battuti, finendo però con l’alimentare l’impressione del manierismo, se non proprio dell’imitazione di se stessi. Paradossale, allora, fin dal titolo, la vicenda di “Imitation Of Life”, uno dei brani di punta del nuovo disco. “Alcuni anni fa prendemmo la ferma decisione di non scrivere mai più canzoni alla Rem”, spiega nella circostanza Mills. “Abbiamo buttato via un sacco di canzoni perché ci somigliavano troppo… Ci pareva che Imitation Of Life appartenesse a quel genere. Ma tutti quanti ci dicevano che eravamo matti se la volevamo togliere, allora la lasciammo”. Con buona pace di Mills, però, non si potrà non riconoscere che di imitation of Rem, nei dischi a venire, se ne sarebbero succedute parecchie.

Per “Reveal” l’ormai terzetto di Athens si affida a tre sessionmen entrati da tempo in pianta stabile nella line-up: il batterista Joey Waronker e i polistrumentisti Ken Stringfellow e Scott McCaughey. Il sound torna a smussare gli angoli, facendosi più rotondo, ma anche più pieno e orchestrale. Per non usare il termine che in tanti gli affibbieranno: “commerciale”. Un album visionario e melodico, che vuol essere l’omaggio della band ai Sixties, ma anche agli sterminati paesaggi americani. “Tutte le dodici canzoni sono ambientate in grandi spazi aperti e selvaggi”, raccontano, “e contengono dentro di sé l’impressione dell’aria, del respiro, del volo ad alta quota”.

Questo senso di lucentezza e ariosità si esprime al meglio nell’iniziale “The Lifting”, sospinta dagli stacchi di piano e dai riverberi. Torna l’ossessione per la perdita del senso di gravità, in una storia sospesa tra l’ansia di spiccare il volo e il fardello inesorabile degli affanni terreni.

Grounded, 5 a.m.

The nightlite is comforting

But gravity is holding you

Once settled into sleep

You have watched, on repeat

The story of your life

Across the ceiling

And in review

A terra, alle 5 del mattino

La luce della notte è confortevole

Ma la gravità ti sta trattenendo

Una volta scivolato nel sonno

Hai guardato, in replica

La storia della tua vita

Attraverso il soffitto

E l’hai riesaminata

Torna, dunque, l’incubo, descritto nella vecchia “Feeling Gravitys Pulls”, di restare inchiodati al suolo perché attirati inesorabilmente dalla forza di gravità. Ma proprio chiudendo gli occhi ci si può elevare, svincolandosi dalle incertezze della vita. C’è una voce che chiama, invitando a volare via lontano.

Now close your eyes

And start to breathe

Allow the noise to recede…

…Allow yourself to drift and fly away”

But you just stay

Ora chiudi gli occhi

E comincia a respirare

Lascia che il rumore si dilegui…

…Lasciati galleggiare e volare via

Ma rimani e basta

Come in un percorso di risanamento fisico e spirituale, il protagonista di The Lifting cerca di spezzare gli angusti confini della propria esistenza, per inseguire un senso di sollievo e liberazione.

L’intero brano è giocato sul senso del volo, del contatto con gli elementi della natura, così nell’intro si aggiungono anche suoni subacquei, che ben si sposano con l’accenno a “oceani e città sommerse” presente nel testo.

Once you had a dream

Of oceans and sunken cities

Memories of things you’ve never known

And you have never known

Una volta hai sognato

Di oceani e città sommerse

Ricordi di cose che non hai mai conosciuto

E non hai mai conosciuto

Ma alla fine l’emozione di aver visitato luoghi mitici e sconfinati sembra solo un sogno, svanito alle prime luci del mattino. Ne resterà solo una memoria sbiadita.

I’VE BEEN HIGH

Elevarsi, trasformarsi, superando le avversità. Un concetto che ricorre ossessivamente nelle canzoni di Stipe e che acquista da qui in poi ancora maggior forza. Spiega Stringfellow: “Da ‘Reveal’ in poi mi sembra che si parli molto di trasformazione personale e di superamento, non soltanto delle avversità, ma anche dei propri limiti e dei propri confini, quelle piccole trappole e quei punti deboli che trattengono una persona”.

Un concetto che riaffiora anche in “I’ve Been High”, il cui incipit racchiude il titolo dell’album.

Have you seen?

Have not, will travel

Have I missed the big reveal?

Do my eyes

Do my eyes seem empty?

I’ve forgotten how this feels

Hai visto?

Non l’ho fatto, viaggerò

Mi sono perso la grande rivelazione?

I miei occhi

I miei occhi sembrano vuoti?

Ho dimenticato come ci si sente

Che cos’è la “grande rivelazione”? Un nuovo dilemma che si aggiunge al rebus costruito negli anni da Stipe, ma il seguito del brano restituisce ancora una volta il senso della ricerca, del superamento delle proprie debolezze, attraverso un viaggio metafisico (e non certo narcotico, come sosterranno alcuni).

I’ve been high

I’ve climbed so high

But life sometimes

It washes over me

So

I dive into a pool so cool and deep that if I sink I sink

And when I swim I fly so high

What I want

What I really want is

Just to live my life on high

Ho volato alto

Ho scalato le vette più alte

Ma la vita a volte

Mi sfiora appena

Così

Mi sono tuffato in uno stagno cosi freddo e profondo che se affondo, affondo

E quando nuoto volo così in alto

Quello che voglio

Quello che realmente voglio è

Solo vivere la mia vita in alto

Il desiderio di una vita ad alta quota. Una consapevolezza raggiunta sconfiggendo tutte le paure, come quella di affondare nelle acque gelide o di scalare vette troppo scoscese. Una riflessione solenne e soffusa, intessuta di battiti quasi dance e sospinta da un organo dolente, proprio come il cantato di Stipe. Secondo Stringfellow, “I’ve Been High” “è il capolavoro del disco, è come spostare in avanti i confini del genere che definisce musicalmente i Rem”. Merito del suo incedere maestoso, che finisce col catturare emotivamente.

ALL THE WAY TO RENO (YOU’RE GONNA BE A STAR)

Ma il vertice del disco è, ancora una volta, una specialità della casa. Una classica ballata old-style, di quelle ariose e fatate che Stipe sa ancora pennellare con impareggiabile grazia. “All The Way To Reno (You’re Gonna Be A Star)”. La strada obbligata per la celebrità passa per Reno, Nevada.

Humming

All the way to Reno

You’ve dusted the non-believers

And challenged the laws of chance

Now, sweet

You were so sugar sweet

You may as well have had “kick me”

Fastened on your sleeve

You know what you are

You’re gonna be a star

Canticchiando

Lungo la strada per Reno

Hai coperto di polvere gli scettici

E sfidato le leggi delle possibilità

Ora, cara

Eri così dolce

Tanto valeva che tu avessi

Un’etichetta con su scritto “Prendimi a calci”

Sulla manica

Tu sai quello che sei

Diventerai una star

Una giovane, affascinante promessa. Una starlet in erba che si incammina sul sentiero della fama, spazzando via lo scetticismo dei detrattori. Ma è un percorso disseminato di insidie. Specie se ci si lascia cullare troppo dai sogni. E allora può sorgere il sospetto di essersi spinti troppo in là, di aver compiuto un passo azzardato.

Is written on your feet

Your Achilles heel

Is a tendency

To dream

But you’ve known that from the beginning

You didn’t have to go so far

You didn’t have to go

È scritto sui tuoi piedi

Il tuo tallone d’Achille

è la tendenza

A fantasticare

Ma lo sapevi benissimo dall’inizio

Non ti saresti dovuta spingere così lontano

Non saresti dovuta andare

Un testo semplice e piano, impreziosito però da una sontuosa cornice musicale: sognanti arpeggi di chitarre acustiche, delicate trame elettroniche intessute dalle tastiere, fiati e archi – egregiamente sintetizzati da Johnny Tate – che suggeriscono un senso di romantico abbandono. Sarà il secondo singolo estratto dall’album.

SHE JUST WANTS TO BE

A differenza della starlet di “Reno”, la (o il?) protagonista di “Just Want To Be” esiste davvero. “Penso si tratti di qualcuno che abbiamo già conosciuto”, si limiterà a dire Buck. Ma ancora una volta la soggettiva individuale si allarga, fino a comprendere dubbi esistenziali e universali. Essere o non essere, verrebbe da dire. Lei vuole solo “essere”, magari dopo aver messo in discussione la sua esistenza. Perché la ricerca della propria identità, di una nuova vita, più piena e appagante, nelle canzoni di Stipe, passa sempre attraverso un sofferto processo di autocoscienza.

It’s not that she walked away

Her world got smaller

All the usual places

The same destinations

Only something’s changed

It’s not that she wasn’t rewarded

With pomegranate afternoons

And Mingus, Chet Baker and chess

It’s not the stampeding fortune

Of prim affectations

She’s off on her own

But she knows

Now is greater than the whole of the past

Is greater, and now she knows

She just wants to be somewhere

She just wants to be

Non è che se n’è andata

Il suo mondo è diventato più piccolo

Tutti i soliti posti

Le stesse destinazioni

Solo che qualcosa è cambiato

Non è che non fosse ricompensata

Da pomeriggi di melograno

Da Mingus, Chet Baker e scacchi

Non è una fortuna

Fuggire in preda al panico

Di sussiegose ostentazioni

Se ne va da sola

Ma sa

Che ora è migliore di prima

è migliore, e ora lo sa

Lei vuole solo essere da qualche parte

Lei vuole solo essere

La citazione di Mingus e Baker, due pallini di Buck, ha fatto pensare persino a un riferimento a quest’ultimo, altri hanno visto nell’idea di una nuova vita “più piccola”, ma anche “migliore di prima” un’allusione all’abbandono di Berry. Nessuno ha mai confermato queste interpretazioni; è certa, invece, la qualità della musica, con una bella melodia nel refrain, esaltata dai riff e dagli arpeggi finissimi di Buck, oltre che dal solito afflato orchestrale.

SATURN RETURN

Tra le insospettabili passioni di Michael Stipe c’è anche quella per l’astronomia. Nasce così questa stramba dissertazione sul pianeta Saturno, il guardiano del sistema solare, che “soggioga” gli uomini.

Saturn is orbiting nothing

Is off on its own

Is breaking from home

Harder to look yourself square in the eye

Easy to take off […]

Cover the mirror, look to the sky

You climbed into your rocketship triumph

Lift up and hold out your hands

Saturno non orbita intorno a niente

è lontano per conto suo

Se ne va dalla sua dimora

Più difficile guardarti dritto negli occhi

Facile decollare […]

Copri lo specchio, guardi verso il cielo

Sali sulla tua astronave trionfante

Ti sollevi e tendi le mani

Nel mito, Saturno è il più terrificante tra i pianeti, temuto dall’umanità perché governa lutti e sfortune. Il pianeta impiega circa 29 anni e nove mesi per compiere il giro completo dell’eclittica, segnando quindi due momenti cruciali nella vita delle persone: i 29-30 anni e i 58-59 anni. Si tratta, appunto, dei Ritorni di Saturno, due periodi spesso associati a delicate fasi psicologiche di cambiamento personale, specialmente la prima, che prelude all’ingresso definitivo nella vita adulta. Ma “Saturn Return” – tema anche dell’omonimo musical del 1998 – potrebbe significare l’approdo a una condizione di pace e serenità: per questo il protagonista del brano, simbolicamente, sale su un’astronave per raggiungere il pianeta. “A new gravity”, un’altra forma di gravità, raggiunta ancora una volta attraverso l’elevazione e la trascendenza, i concetti dominanti dell’intero “Reveal”. Tra i vari personaggi citati nel testo, c’è anche Galileo (“to wake Galileo”), ovvero proprio colui che scoprì l’anello di Saturno.

Un brano singolare ed eccentrico, nel repertorio dei Rem, e non solo per via del testo: la musica è infatti composta alla tastiera da Buck e costruita con una sorta di fantasioso collage di loop e parti suonate in presa diretta da Stringfellow.

IMITATION OF LIFE

Rem - RevealDopo essersi cullati in queste ninnananne stranianti, i Rem ritrovano il piglio deciso dei loro anthem rock nel singolo trainante dell’album, quella “Imitation Of Life”, che – nomen omen – susciterà dubbi sul reale livello di originalità della loro produzione di quegli anni. Perché è indubbio come gli hook e le soluzioni armoniche che Stipe e compagni continuano sapientemente a orchestrare siano ormai frutto di una certa autoreferenzialità. Come quel muro di chitarre molto “Talk About The Passion” su cui si regge il brano. Anche il testo torna ad attingere al nonsense e alla cripticità delle prime creazioni di Stipe. Un insieme di parole, frasi, e concetti che legati tra loro riescono a creare una certa musicalità. “È pura suggestione linguistica”, chiarirà lo stesso cantante.

Charades, pop skill

Water hyacinth, named by a poet

Imitation of life

Like a koi in a frozen pond

Like a goldfish in a bowl

I don’t want to hear you cry

That’s sugarcane that tasted good

That’s cinnamon that’s hollywood

C’mon c’mon no one can see you cry

Sciarade, talento pop

Giacinto d’acqua, citato da un poeta

Imitazione della vita

Come un koi in uno stagno ghiacciato

Come un pesce rosso in una boccia di vetro

Non voglio sentirti piangere

Quella canna da zucchero ha un buon sapore

Quella cannella, quella hollywood

Andiamo, andiamo, nessuno ti vedrà piangere

I riferimenti al koi – un pesce tropicale usato spesso come animale ornamentale nei laghetti – e al pesce rosso chiuso nella boccia di vetro, uniti al titolo, lasciano trasparire un senso più profondo del brano: spesso quella che viviamo è solo un’imitazione della vita, un simulacro, una parvenza, ingabbiata nella routine e nell’artificiosità dei comportamenti. Come quelli della ragazzina infreddolita, costretta a dissimulare le proprie sensazioni durante un evento di moda.

Like a Friday fashion show teenager

Freezing in the corner

Trying to look like you don’t try

Come una teenager a un evento di moda del venerdì

Che trema dal freddo in un angolo

Cerchi di far vedere che non stai fingendo

Il rapporto tra vita reale e simulazione, del resto, è da sempre un’ossessione di Stipe, costretto spesso a sperimentarne le contraddizioni sulla propria pelle. Ma c’è un po’ di artificiosità anche nelle musiche, colme di un’euforia che suona a tratti forzatamente ostentata.

I’LL TAKE THE RAIN

Ma anche rispolverando i soliti strumenti del mestiere, i Georgiani riescono ancora a commuovere. Specie quando ad assisterli è la magia melodica dei tempi d’oro. È il caso di questa ballata semi-acustica, imbevuta di uno spleen malinconico e fatalista. Un lungo (per i loro standard) excursus di memorie ed emozioni sospese, impreziosito da un ficcante intermezzo strumentale.

The rain came down

The rain came down

The rain came down on me

The wind blew strong

And summer’s song

It fades to memory

La pioggia scendeva

La pioggia scendeva

La pioggia scendeva su di me

Il vento soffiava forte

E la canzone d’estate

Svanisce nella memoria

Quasi l’accettazione passiva di un destino ineluttabile, simbolizzato dall’avvicendarsi delle stagioni, con la pioggia che cancella il ricordo sbiadito dell’estate. Forse, una tappa necessaria di quel processo di maturazione/trasformazione cui allude costantemente il disco. Così anche per vivere appieno una storia d’amore – sembra suggerire Stipe – bisogna sapersi calare nei suoi lati più oscuri.

I used to think, as birds take wing

They sing through life, so why can’t we?

We cling to this, and claim the best

If this is what you’re offering

I’ll take the rain, I’ll take the rain, I’ll take the rain

Ero solito pensare, quando gli uccelli spiccano il volo

Cantano per tutta la vita, allora perché noi non possiamo?

Ci aggrappiamo a questo, e pretendiamo il meglio

Se questo è ciò che stai offrendo

Prenderò la pioggia, prenderò la pioggia, prenderò la pioggia

Eppure, anche tra le pieghe delle ballate più crepuscolari, trapela sempre un filo di luce. Perché “Reveal” è il lato solare, primaverile, di “Up”. Ripristinata la ritmica, sommersa nel predecessore per rispetto dell’amico defezionario Berry, l’album affina quelle stesse intuizioni elettroniche, innestando una serie di effetti sulla classica impalcatura delle ballate remmiane. Ma è soprattutto un disco che si crogiola nel passato, in quella vena melodica che ha sempre fatto la fortuna della premiata ditta di Athens, recuperando con la classe e il manierismo ciò che si è inevitabilmente perso in freschezza e originalità. E alla fine si tiene a galla. Al punto che buona parte della critica lo apprezzerà molto più del predecessore, mentre la band arriverà a descriverlo con toni fin troppo entusiastici: “Mi piace pensare che quando la nostra carriera sarà finita e la gente si metterà a risentire i nostri dischi, Reveal sarà uno dei tre-quattro che eleggeranno tra tutti, e diranno: ah, sì, ecco com’erano i Rem”, sostiene Buck, convinto anche che contenesse “buona parte della dance che ascoltavamo io e Michael, senza peraltro che si tratti di un disco dance”.

Sarà un po’ meno entusiasta il pubblico americano, che lo accoglierà con vendite inferiori alle attese (700.000 copie). Ma la stessa Warner non si impegnerà allo spasimo nella promozione. “Basta guardare chi c’è adesso in classifica… negli Stati Uniti non siamo particolarmente in voga”, chioserà il chitarrista. L’Europa, invece, ormai seconda patria della band a tutti gli effetti, tributerà riconoscimenti decisamente più calorosi, trascinando “Reveal” sul podio delle classifiche britanniche, tedesche e francesi. Non a caso, il momento cruciale della campagna di promozione sarà un concerto gratuito a Colonia, in Germania, davanti a 100.000 persone. Alla fine, l’album, fuori dalla madrepatria, venderà cinque milioni di copie, confermando comunque l’immutata potenza commerciale della band di Athens. Anche nella versione “cane a tre zampe”.

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