R.E.M. - Perfect Circle

R.E.M. - Perfect Circle

Up

di Claudio Fabretti

UP (1998)

LOTUS

Rem - UpNonostante i contrasti e i malumori, un patto tacito aveva sempre unito i quattro moschettieri di Athens: o tutti insieme, o è finita per tutti. Come se l’alchimia della band fosse un risultato unico, possibile solo dosando i quattro elementi al punto giusto. Come se non potesse esistere una band di nome Rem senza anche uno solo di loro. Così, quando un giorno di ottobre del 1997 Bill Berry comunica la sua improvvisa decisione di abbandonare, il gruppo è sul ciglio del baratro. Ogni tentativo di fargli cambiare idea si scontra con l’assoluta intransigenza del batterista, in piena crisi personale (si era appena separato dalla moglie Mari), spaventato dall’incidente di Losanna, ma soprattutto stanco di recitare un ruolo da star che non gli si addiceva. “Non gli andava più di viaggiare, mangiare cibo strano, incontrare gente nuova. Insomma, tutto quello che io trovo affascinante a lui non piaceva”, spiegherà Mills. “Quando gli venne l’aneurisma, quello che pensò fu: perché devo continuare a fare una cosa che non mi diverte? Credo che odiasse talmente tanto tutto il resto che anche fare musica non lo entusiasmava più”.

Per i Rem la perdita è enorme, non solo per via del patto segreto. Berry era il metronomo del gruppo, nonché uno specialista del taglia e cuci in studio: sapeva sempre quando bisognava asciugare un bridge o accorciare un ritornello. Una sorta di baricentro ritmico, per un gruppo che, riassunta la sua intera carriera in “New Adventures In Hi-Fi”, era alla ricerca di una nuova direzione da seguire. Ad accrescere la confusione, la necessità di rimpiazzare il produttore Scott Litt, passato al servizio di una nuova casa discografica. La scelta cade su un ex assistente di studio, Pat McCarthy, e per le session viene individuata una nuova sede, San Francisco. Ma sul nuovo progetto regna la confusione più totale.
Un cul de sac da cui Michael, Peter e Mike escono con la scelta forse più coraggiosa di tutte: andare avanti. Ricominciare da tre, perché “un cane a tre zampe è pur sempre un cane, deve solo imparare a camminare di nuovo”, come chioserà Stipe.

“Up”, però, risente inevitabilmente di questo senso di smarrimento, che è lo stesso che prova l’ascoltatore al cospetto del disco. Perché l’impressione, almeno inizialmente, è che non sia neanche un lavoro dei Rem. Drum machine, strati d’elettronica e artifici assortiti in studio tentano di soppiantare ciò che è definitivamente venuto meno – anche se Berry viene sostituito dal batterista di Beck, Joey Waronker, e, alle percussioni, da Barrett Martin degli Screaming Trees (e dei Tuatara, seconda band di Buck) – mentre banjo, armonica e chincaglierie anni Sessanta (tra cui un Moog) tentano di restituire un po’ di calore “retrò”. Con risultati in gran parte confusionari, ma anche qualche guizzo inaspettato. Al punto che ci sarà qualcuno che lo definirà “un Automatic prodotto da Brian Eno negli anni Settanta”.

Preceduto dal frammento minimalista di “Airportman” (un narcolettico tappeto di tastiere su cui Stipe biascica sparuti sussurri), il singolo “Lotus” tenta se non altro di rinverdire l’adrenalina di “Monster”, rispolverando vere parti di batteria e tirando a lucido la chitarra elettrica di Buck per nuovi riff aspri e sanguigni, con la voce di Stipe che si arrochisce, facendosi sempre più lasciva. Il dolce fiore di loto, secondo la mitologia greca, donava l’oblio delle cose. E non è difficile immaginare cosa Stipe volesse rimuovere dalla mente, dopo mesi di sofferenze e incertezze. Fatto sta che il testo si snoda frammentariamente, tra nuove associazioni libere e immagini criptiche.

Let it rain, rain, rain
Save me from myself again
Wash away my ugly sins
Opposing thumb, dorsal fin
That monkey died for my grin
Bring my happy back again
Let it rain, rain, rain
Bring my happy back again

So happy to show us
I ate the lotus
Say haven’t you noticed?
I ate the lotus
I ate the lotus
I ate the lotus


Lascia che piova, piova, piova
Salvami ancora da me stesso
Spazza via i miei terribili peccati
Pollice opposto, pinna dorsale
Quella scimmia è morta per il mio sorriso
Riportami la felicità
Lascia che piova, piova, piova
Riportami la felicità

Così felici di mostrarsi
Ho mangiato il loto
Dici che non l’avevi notato?
Ho mangiato il loto
Ho mangiato il loto
Ho mangiato il loto

Mangiare il loto diviene quindi un’esperienza catartica, che lava i peccati come la pioggia e purifica la coscienza da tutte le colpe (“Dot dot dot and I feel fine”, canta Stipe, citando It's The End Of The World As We Know It). Un gigantesco loto lampeggiante sarà anche scelto come “quinta” del tour sul palco, alle spalle della band.

HOPE

Suzanne incontra The Man Machine. E ne scaturisce un bizzarro, e per certi versi sorprendente, bozzetto elettronico. La melodia cantilenata da Stipe richiama palesemente quella del classico di Cohen, che sarà anche debitamente citato nei credits, ma viene avvolta in strati saturi e distorti di tastiere, in un clima desolato da Day After (un classico di quegli anni, basti pensare ad alcune produzioni di Radiohead, Portishead, Massive Attack e compagni).
Anche il testo riflette la metrica coheniana dell’originale, ricorrendo spesso a incipit con “you” seguito da un verbo.

You want to go out Friday
And you want to go forever
You know that it sounds childish
That you’ve dreamt of alligators
You hope that we are with you
And you hope you’re recognized
You want to go forever
You see it in my eyes
I’m lost in the confusion
And it doesn’t seem to matter
You really can’t believe it
And you hope it’s getting better


Te ne vuoi andare venerdì
E te ne vuoi andare per sempre
Lo sai che sembra infantile
Che tu abbia sognato gli alligatori
Speri che noi siamo con te
E speri nella nostra approvazione
Te ne vuoi andare per sempre
Lo vedi nei miei occhi
Sono smarrito nella confusione
E ciò sembra non avere importanza
Davvero non riesci a crederci
E speri che le cose migliorino

Smarrimento e confusione sono le condizioni da cui si cerca di uscire attraverso la speranza. Che sia quella nei medici e nella scienza (“You want to trust the doctors / their procedure is the best”, “Vuoi avere fiducia nei dottori / Il loro metodo è il migliore”), anche se “l’ultimo tentativo è stato un fallimento” (“the last try was a failure”), che sia quella della religione, alla ricerca del paradiso, magari sotto forma di un’astronave.

You want to trust religion
And you know it’s allegory
But the people who are followers
Have written their own story
So you look up to the heavens
And you hope that it’s a spaceship
And it’s something from your childhood
You’re thinking don’t be frightened


Vuoi avere fiducia nella religione
E sai che è un’allegoria
Ma i suoi seguaci
Hanno scritto la loro storia
Così guardi in su verso il paradiso
E speri che sia un’astronave
Ed è qualcosa della tua infanzia
Pensi che non devi avere paura

Alla fine, però, sembra prevalere proprio l’opposto, e il protagonista del brano appare confusamente alla ricerca di una via d’uscita.

And you’re questioning the sciences
And questioning religion
You’re looking like an idiot
And you no longer care
[...]

You want to climb the ladder
You want to see forever
You want to go out friday
You want to go forever


E metti in discussione la scienza
E metti il discussione la religione
Sembri un idiota
E non te ne importa più [...]

Vuoi salire sulla scala
Vuoi spaziare con lo sguardo all’infinito
Vuoi andartene venerdì
Vuoi andartene per sempre

Ancora una volta la fuga, dunque, come unica possibile soluzione al mal di vivere. “Volevo esplorare lo spazio in cui i due enormi despoti schierati l’uno contro l’altro, l’asse religione/spiritualità e scienza/tecnologia, si scontrano”, spiega Stipe ad Anthony DeCurtis. “E c’è anche il territorio dell’identità e della memoria e dei sogni, dove il reale e il fantastico si sposano e intrecciano”.

AT MY MOST BEAUTIFUL

La love song che non t’aspetti. Stipe ritrova d’un tratto la sua vena romantica e cesella il più dolce degli omaggi al suo amore, ma soprattutto ai Beach Boys di “Pet Sounds”, pesantemente chiamati in causa dagli arrangiamenti di piano, dalle volute barocche degli archi e dai celestiali coretti di Mills. Anche il testo regala sorrisi e tenerezze, stilizzati in forma di haiku (le brevi composizioni poetiche giapponesi basate su tre righe), come osserva Gianni Sibilla citando proprio il verso-chiave del brano.

I’ve found a way to make you
I’ve found a way
A way to make you smile


Ho trovato un modo per farti
Ho trovato un modo
Un modo per farti sorridere

È un amore semplice e puro, che si nutre di messaggi lasciati alla segreteria telefonica e custoditi solo per il piacere di riascoltare quella voce (“I save your messages / Just to hear your voice”), di sguardi complici e di amorevoli ciglia da contare una a una.

At my most beautiful
I count your eyelashes secretly
With every one, whisper I love you
I let you sleep
I know you’re closed eye watching me
Listening
I thought I saw a smile


Al mio massimo splendore
Conto segretamente le tue ciglia
Con ognuna sussurro ti amo
Ti lascio dormire
So che i tuoi occhi chiusi mi stanno guardando
Ascoltando
Ho creduto di aver intravisto un sorriso

La passione per l’haiku spingerà Stipe a partecipare anche a un progetto letterario, il libro “The Haiku Year”, firmato insieme al regista Jim McKay, al musicista Grant Lee Phillips, a Douglas Martin, Tom Gilroy, Anna Grace e Rick Roth, e pubblicato dalla Soft Skull Press.

THE APOLOGIST

Episodio tutto sommato minore, ma cruciale per comprendere la vena dimessa e cupa del disco. Con un verso che suona quasi sinistramente profetico.

Thank you for being there for me
Thank you for listening, goodbye


Grazie per essermi stati vicino
Grazie per l’ascolto, addio

Che la band stesse preparando il proprio epitaffio? Difficile dirlo, perché per il resto la storia si snoda proprio come un’apologia, lenta e sofferta, tra strati ovattati d’elettronica e un particolarissimo groove dettato da una congerie di percussioni metalliche ed etniche (incluse le campane tibetane!).

They call me the apologist
And now that I’m at peak
You know at first it really hurt
We joke about these things
I’ve skirted all my differences
But now I’m facing up
I wanted to apologize for
Everything I was. So
I’m sorry, so sorry...

Mi chiamano l’apologista
E ora che sono al mio massimo
Sai che all’inizio mi feriva molto
Scherziamo su queste cose
Ho evitato tutte le mie differenze
Ma ora le sto affrontando
Mi voglio scusare per
Tutto ciò che sono stato. Quindi
Mi dispiace, mi dispiace tanto...

Il protagonista è passato attraverso un percorso di disintossicazione e ha affrontato finalmente i suoi demoni. La sua autodifesa alterna così autocommiserazione e sincero pentimento. Ma resta una sottile venatura d’inquietudine, come se la metamorfosi avesse richiesto un prezzo molto alto. Quasi una nuova sconfitta.

YOU’RE IN THE AIR

Torna il dolore di una perdita come ossessione quotidiana, dalla quale è impossibile svincolarsi, perché è la stessa aria che si sta respirando: “You’re In The Air”, una dolente ballata arpeggiata da Buck e cantilenata da par suo da un disperato Stipe.

You wanted a challenge that’s calling you higher I landed on my feet by crawling
I Remember standing alone trying to forget you idling I hate to admit that that’s my
Reference point but there it is you say you want me

I’m what you found I’m upside down you’re in the air you’re in the air and I am breathing

Tu volevi una sfida che ti spingesse più in alto, io sono atterrato sui piedi, strisciando
Mi ricordo che stavo da solo provando a dimenticarti, inutilmente, odio ammetterlo che
Questo è il mio punto di riferimento, ma eccolo qua, tu dici che mi vuoi

Sono ciò che hai trovato, sono sottosopra, tu sei nell’aria, tu sei nell’aria e io respiro

Così anche le stelle, spesso evocate da Stipe al culmine di una passione amorosa, divengono elementi ostili, ingannevoli e “prevalgono” sul protagonista in una sorta di titanico e impossibile confronto.

I want the stars to know they’ve won if only to beguile
The sky has opened up again in
Heaven reconciled I want you naked I want you wild
I want the stars to know they win
Give me that smile just give it me just turn it on I’m lost again


Voglio che le stelle sappiano che hanno vinto, anche solo per ingannarmi
Il cielo si è aperto di nuovo in
Un paradiso rassegnato. Ti voglio nuda, ti voglio selvaggia
Voglio che le stelle sappiano che hanno vinto
Dammi quel sorriso, dammelo semplicemente, riaccendilo, sono perduto di nuovo

Non importa stabilire se tanta passione si indirizzi a un’amata o a un amato. Resta comunque la svolta verso liriche molto più esplicite ed estroverse. Ne è passato di tempo, da quando il giovane Michael si vergognava di mettere a nudo i propri sentimenti, coprendosi sempre con un velo di nonsense.

DAYSLEEPER

Rem - DaysleeperMa l’unico instant classic dell’album sarà l’ennesima ballata in sei ottavi, molto remmiana e decisamente déjà vu (rivolgersi dalle parti di “Automatic For The People”). Gli immancabili arpeggi fatati, l’altrettanto prevedibile interpretazione accorata di Stipe, il refrain che si apre suadente e radioso. Bella, “Daysleeper”, ma ormai manieristica nella sua confezione. Meno comune il protagonista, un broker di Borsa (il verso “the bull and the bear are marking their territories” allude proprio agli animali che rappresentano le performance positive e negative sui mercati) alle prese con una vita fuori sincrono rispetto al resto dell’umanità: lavora di notte, mentre gli altri dormono, e riposa di giorno, coprendo il brusio del mondo con una “ocean machine”, una macchina che mima il rumore dell’oceano favorendo il riposo.

I’m the screen, the blinding light
I’m the screen, I work at night
I see today...
Don’t wake me with so much
The Ocean machine is set to 9
I’ll squeeze into heaven and valentine
My bed is pulling me
Gravity

Sono lo schermo, la luce abbagliante
Sono lo schermo, lavoro di notte
Vedo oggi...
Non svegliarmi con tutte queste cose
La Ocean machine è impostata sul 9
Mi tufferò nel paradiso e nei sogni
Il letto mi sta attirando
Con la gravità

Il numero 9 potrebbe indicare la massima potenza della “Ocean machine”, così come l’orario mattutino in cui essa entra in funzione. E torna il richiamo della gravità, ad attirare stavolta il daysleeper verso il suo letto, dopo una nottata trascorsa a ricevere direttive (“receiving dept., 3 a.m.”), a tenere d’occhio il fuso orario dei paesi asiatici (“Hong Kong is present/ Taipei awakes”) e a fare i conti con un terribile mal di testa (“my night is colored headache grey”).
Ma vivere controtempo è un’esperienza logorante, così il daysleeper, narcotizzato dalle luci e dalla caffeina, sfoga tutto il suo malessere.

I cried the other night
I can’t even say why
Fluorescent flat caffeine lights
Its furious balancing

Ho pianto l’altra notte
Non so dire nemmeno il perché
Luci piatte e fluorescenti, caffeina
Il loro furioso equilibrio

Un altro scampolo di vita appartata, isolata, in controtendenza. Un po’ come quella che da sempre conduce Michael Stipe.

DIMINISHED

La vera prodezza del disco è però questo inquietante monologo giocato sui chiaroscuri, sugli spericolati intrecci tra slide e synth, echi di trombe e soffici linee di basso. Il protagonista è accusato di aver commesso un crimine (un omicidio?) e tenta di difendersi chiamando in causa anche una presunta giuria.

I watched you fall
I think I pushed
Maybe I’m crazy
Maybe diminished
Maybe I’m innocent
Maybe I’m finished
Maybe I blacked out
How do I play this?

I will give my best today
I will give myself away
I have never hurt anything
Is the jury wavering?
Do they know I sing?


Ti ho guardato cadere
Penso di averti spinto
Forse sono pazzo
Forse sono incapace
Forse sono innocente
Forse sono finito
Forse ho staccato la spina
Come posso comportarmi?

Farò del mio meglio oggi
Mi impegnerò al massimo
Non ho mai fatto del male a nessuno
La giuria è incerta?
Sanno che canto?

Prevale dunque un tono sardonico, in cui trovano posto nuove allusioni allo strapotere dei media (anche sui processi) e un riferimento alle “strategie oblique” di Brian Eno, considerato da molti, e forse non a torto, il vero nume ispiratore dell’intero album.

I’ll consult the I-ching
I’ll consult the tv
Ouija, oblique strategies
I’ll consult the law books for
Precedents
Can I charm the jury?


Consulterò l’I-ching
Consulterò la tv
La tavoletta Ouija, le strategie oblique
Consulterò i libri di legge per
I precedenti
Posso convincere la giuria?

L’I-ching o “Libro dei Mutamenti” è un testo sacro cinese, mentre la tavoletta Ouija, sulla quale sono disegnate tutte le lettere dell'alfabeto, è usata per porre domande alle anime dei defunti, i quali replicherebbero attraverso un medium componendo le risposte sulla superficie della lavagna.
Chiude il brano un inserto da quella “I’m Not Over You” che non è mai stata inclusa nella tracklist. Poco più di un frammento, con Stipe ad accompagnarsi da solo alla chitarra.

FALLS TO CLIMB

RemA concludere l’album, il brano che ne riassume al meglio l’essenza. Cadere per risalire, ancora una volta il processo di capitolazione e purificazione come inevitabile prezzo da pagare alla felicità. “Up” è una galleria di personaggi che tentano disperatamente di vincere il proprio disagio mettendosi in discussione, anche quando tentano di giustificarsi a oltranza. Ma in “Falls To Climb” prevale ancora il dubbio, velato da nuovi rimandi biblici (i deboli sopraffatti, la prima pietra da scagliare) in un clima solenne, enfatizzato dal drumming marziale e dal cantato sospeso di Stipe, su tremolanti distese di synth.

I’ll take the position
Assume the missionary part
You work by committee
You had me pegged from the start
[...]

Who cast the final stone?
Who threw the crushing blow?
Someone has to take the fall
Why not me?

Prenderò posizione
Assumerò la parte del missionario
Lavori su commissione?
Mi hai etichettato fin dall’inizio [...]

Chi ha scagliato l’ultima pietra?
Chi ha tirato il colpo risolutore?
Qualcuno deve cadere
Perché non io?

Un’espiazione volontaria, secondo quanto riferisce lo stesso Stipe, ispiratosi a una novella della scrittrice americana Shirley Jackson, dal titolo “La lotteria”. Il racconto, infatti, narra di un villaggio in cui periodicamente una persona viene estratta a sorte per essere immolata attraverso la lapidazione. È questa la “cerimonia” cui allude il testo, aggiungendovi una denuncia contro la sopraffazione dei più deboli (“a weakling on its knee”), capri espiatori quasi per vocazione (“a punch toy volunteer”).

Gentlemen mark your opponents
Fire into your own ranks
Pick the weakest as strategic
Move. Square off. To
Meet your enemy
For each and every gathering
A scapegoat falls to climb
As I step forward, silently
Deliberately mine


Signori, sceglietevi i vostri avversari
Sparate nelle vostre stesse linee
Prendete il più debole, come strategia
Schieratevi. Per
Incontrare i vostri nemici
Per ogni raduno
Un capro espiatorio cade per salire
Mentre vado avanti, silenziosamente
Deliberatamente io

Ma, come nel messaggio evangelico, il sacrificio assume quasi una valenza catartica, liberando dalle catene della schiavitù e della prevaricazione.

My actions make me beautiful
And dignify the flesh
Me. I am free. Free

Le mie azioni mi rendono bello
E danno dignità alla carne
Io. Sono libero. Libero

“Come ‘New Adventures In Hi-Fi’ – sottolinea Sibilla – anche ‘Up’ si chiude con un messaggio di liberazione. Ma se in “Electrolite” quell’“I’m not scared I’m outta here” lasciava presagire la fine di un lungo viaggio, in “Falls To Climb” la libertà assume un messaggio ancor più profondo. Potrebbe essere quella che segue la morte e che svincola dagli affanni terreni, ma potrebbe essere anche, più laicamente, quella che si conquista, per l’appunto, dopo una caduta, al termine di un doloroso processo di riappropriazione di se stessi e della propria identità.
“Up” è il primo disco in cui Stipe acconsente a pubblicare per intero i testi nel libretto interno. Scelta quantomai felice, perché se musicalmente l’album appare discontinuo e a tratti sottotono, a livello lirico rivela un autore ormai pienamente maturo, senza più paura di affrontare a viso aperto i suoi tormenti e i suoi demoni. Forse anche per questo un fin troppo generoso Berry si spingerà a dire: “Io me ne vado e loro producono il loro album migliore... mi sento un vero idiota”.

La critica, invece, sarà piuttosto fredda, dividendosi tra quanti imputano alla band di essersi persa in una terra di nessuno e quanti, invece, le riconoscono quantomeno il merito di aver rinnovato il proprio sound, magari strizzando un po’ l’occhio alle sinuose parabole elettroniche di fine secolo di band coeve come Radiohead e Stereolab. Commercialmente, invece, è proprio un flop: se ne venderanno due milioni di copie in tutto il mondo, meno della metà del risultato ottenuto da “Out Of Time” nei soli Stati Uniti. In compenso, ai Rem si spalancheranno le porte del Duemila con il più grande concerto della loro vita.



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