Dodicesimo album in studio per i REM. il secondo come terzetto: e la prima constatazione da fare è che è impossibile evitare che una qualsiasi loro pubblicazione non divenga il pretesto per fare il punto sulla loro ventennale carriera, costellata di buoni dischi e di almeno un paio di capolavori. Dunque non ci esimeremo dal farlo.
Ebbene, la cosa più evidente che emerge dall’ascolto del nuovo disco è che probabilmente i REM non sono più una band in grado di stupire. Nonostante riescano a sfornare con impressionante puntualità perfette canzoni pop come “Imitation Of Life”. Come se, raggiunto l’azimut del loro percorso artistico anni fa (vogliamo dire con “Automatic For The People”?), necessitino da allora di giustificare ogni lavoro successivo con pulsioni pratico/artistiche: l’album punk, quello rock, quello sperimentale. Nulla di male, sia chiaro: mantenere una simile coerenza artistica e un tale credito di pubblico e critica a ventuno anni di distanza dall’esordio non è esente da costi, e non si può certo pretendere da Stipe e soci una continua evoluzione (verso cosa, poi?) di un suono ormai consolidato e tuttavia ancora capace di rapire il cuore e le orecchie. Per questo nuovo lavoro il gruppo, presa ormai confidenza con la line-up a tre elementi, si compatta attorno alla produzione di McCarthy e si avvale di Joey Waronker (batterista di Beck, già al lavoro su “Up”) ai tamburi e dell’ex Posies Ken Stringfellow alla chitarra.
“Reveal” è la controparte solare di “Up”: ripristina la ritmica, sommersa dal suo predecessore in omaggio all’assenza di Berry, e coltiva le deviazioni elettroniche già apparse sul suo predecessore trattandole in maniera ben poco riverente, una serie di effetti che germogliano nell’ombra affatto organici alla classica struttura da ballad dei pezzi. Come “Up”, “Reveal” contiene alcuni impagabili gioielli, ma non riesce a dissiparne del tutto le ombre. Ombre del passato, innanzitutto, perché quello che è sempre stato visto come un essenziale pregio, il trademark REM, l’inossidabile elemento stilistico che ne identifica il sound, comincia a diventare un peso.
Nonostante il trattamento vagamente dub subito dagli archi attorcigliati sulla melodia nell’iniziale “The Lifting”, una delle cose migliori del disco. Nonostante “I’ve Been High” ingarbugli ripetuti tessuti elettronici attorno all’obliqua interpretazione vocale di Stipe. Ci sono elementi di evoluzione in “Reveal”, ma è un’evoluzione talmente silenziosa da risultare quasi invisibile, soprattutto perché la qualità sonica del lavoro appare stanca ed indolente, incapace di sviluppare appieno i nuovi temi introdotti (l’elettricità spinta di “She Just Wants To Be”, l’intro nervoso di “Disappear”) e subito pronta ad adagiarsi su suoni e melodie consolidati.
Meglio allora apprezzare il lato più frivolo (non è un disco estivo, dopotutto?) esplorato dal delizioso singolo “Imitation Of Life”, con Buck che fornisce il puntuale jingle jangle e Stipe che coltiva un refrain assassino, dalle fragranze sixties di “Beat A Drum”, nel solco delle cose più leggere del gruppo, e dalla riuscita imitazione dei Beach Boys di “Summer Turns To High”. O osservare con ammirazione il classicismo REM-iano di un pezzo come “All The Way To Reno”. E godersi il sole.
25/10/2006
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