R.E.M. - Perfect Circle

New Adventures In Hi-Fi

NEW ADVENTURES IN HI-FI (1996)

HOW THE WEST WAS WON AND WHERE IT GOT US

Rem - New Adventures In Hi-FiQuel mercoledì di marzo, quando Bill Berry collassa sul palco del Patinoire Auditorium di Losanna, per i Rem sembra che la fine debba arrivare davvero, e nel più tragico dei modi. Al batterista, trasportato d’urgenza in ospedale, viene diagnosticato un aneurisma cerebrale. Sottoposto a un intervento di craniotomia, Berry si salva. E senza aver riportato lesioni che ne possano compromettere le funzioni corporee e cerebrali, come sottolinea una sollevata nota della Warner, aggiungendo che per lui sarà possibile “riprendere in mano le bacchette entro le prossime due o tre settimane”. Previsione fin troppo ottimistica, però. Il gruppo, provato anche da altre disavventure (Mills si deve operare all’intestino, Stipe per un’ernia inguinale), è costretto a cancellare tutte le date successive del tour di “Monster”, che riprenderà solo il 15 maggio, a Mountain View, in California.

A complicare ulteriormente la situazione giunge l’inaspettata rottura con il manager di sempre, Jefferson Holt. Le motivazioni – recita un laconico comunicato della band – rimangono confidenziali e non saranno divulgate.

Eppure, proprio nel momento più difficile, il gruppo si ricompatta, ritrovando le ragioni più profonde del suo stare insieme. Nasce così l’idea di un disco on the road, composto prevalentemente durante il tour e registrato tra un soundcheck e l’altro, fino al suggello finale in studio a Seattle, sotto la supervisione del fido Scott Litt. Ma senza troppi artifici: per l’incisione, può bastare anche uno spartano otto piste. Da qui l’autoironico titolo dell’album “New Adventures In Hi-Fi”. Un titolo che contiene però anche un riferimento chiaro al concept di fondo: il viaggio, cui allude anche la bella copertina in bianco e nero, che ritrae un paesaggio desertico, fotografato da Stipe direttamente dal pullman.

Più che tentare un nuovo cambio di rotta, l’album si propone di riassumere tutte le anime del Rem-sound, finendo così col diventare una sorta di antologia di quattro decenni di musica popolare americana. Nelle quattordici tracce confluiscono i generi più disparati, dal roots rock al folk, dal country al blues, dal rock’n’roll all’hard rock. Ma ciò che poteva apparire velleitario – tenere insieme una babele di sonorità eterogenee – si rivela invece un’intuizione felice.

Il viaggio è l’escamotage letterario per raccontare vicende di (stra)ordinaria umanità, di nuovi perdenti e di vite al margine, sospese tra cupezze quotidiane e improvvise illuminazioni. Storie ancora una volta ammantate da un velo di malinconia e disincanto, come se, a metà decennio, l’euforia del nuovo evo clintoniano si stesse lentamente affievolendo. Torna così lo spauracchio di un progresso cieco e fatuo, quello di una società occidentale incapace di affrontare le sfide di uno sviluppo più equo e sostenibile. L’elegante ballata “How The West Was Won And Where It Got Us” ironizza sul declino dell’impero americano con un altro collage di immagini surreali.

Blood from a stone, water from wine

Born under an ill-placed sign

A stroke of bad luck, wrong place, wrong time

This flyer is out of line

The story is a sad one, told many times

The story of my life in trying times

Just add water, stir in lime

How the West was won and where it got us

Sangue da una pietra, acqua dal vino

Nato sotto un cattivo segno

Un colpo di sfortuna, posto sbagliato, momento sbagliato

Questo aviatore è fuori rotta

È una storia triste, raccontata molte volte

La storia della mia vita in un periodo difficile

Aggiungici solo acqua, mescolaci la calce

Come fu conquistato il West e dove ci ha portato

Ancora una volta Stipe ricorre a un simbologia religiosa per fotografare il presente: le frasi bibliche sull’acqua fatta scaturire dalla roccia (il Libro dell’Esodo) e sul sangue che si tramuta in vino vengono rovesciate, come a voler sottolineare un nefasto presagio. La natura è finita fuori posto, la calce – simbolo della cementificazione – confonde il paesaggio e – come reciterà il verso successivo – anche un canarino può finire intrappolato in una miniera di uranio (“the canary got trapped in the uranium mine”) e morire per le esalazioni tossiche (“now the bird has died”). La rabbia per la devastazione dell’ecosistema che aveva infiammato tante altre canzoni dei Rem finisce con lo stemperarsi in una mesta rassegnazione, di fronte all’irrimediabile dissennatezza del genere umano. Un senso di disincanto acuito dal distacco con cui Stipe interpreta il brano, sostenuto da beat slow-funk, da minimali trame di chitarra e da un accompagnamento costante di piano, che sfocia poi in un solo virtuosistico nel segno di Thelonius Monk e del Bowie di “Aladdin Sane”. L’atmosfera, a tratti, evoca anche certi paesaggi western morriconiani, omaggiati dai credits, che citano “il fischio di Ennio” (ovvero la melodia di due note del main theme del film “Il buono, il brutto, il cattivo”, diretto da Sergio Leone).

THE WAKE-UP BOMB

RemChissà quando e come è nata la passione di Michael Stipe per il glam in quel di Athens. Fatto sta che anche nella provincia sudista americana il “rock’n’roll col rossetto” di Marc Bolan e David Bowie ha fatto proseliti. Già gli stessi B-52’s, in fondo, attingevano all’estetica eccentrica e coloratissima di quella stagione. Stipe, che nel 1998 produrrà proprio un film a tema sull’era glam come “Velvet Goldmine”, aveva già disseminato gli indizi di questa passione nel corso degli anni, dall’accenno ironico a “Rock On” di David Essex su “Drive” allo ziggyano “No, no, no, you’re not alone” di “Everybody Hurts”, dalla citazione dei Mott The Hoople su “Man On The Moon” all’adesione vera e propria a quelle sonorità in “Crush With Eyeliner”. Ora, “The Wake-Up Bomb” è un nuovo omaggio a suon di riff infuocati. Registrato dal vivo (come altre tre tracce), il brano è il trait d’union col precedente “Monster”, di cui conserva lo spirito ruvido e rockeggiante. E il protagonista del testo, in fondo, potrebbe aggiungersi idealmente alla galleria di esaltati maniaci di quella raccolta. Se non fosse che Stipe lo usa per una nuova riflessione a sfondo autobiografico, prendendo risolutamente le distanze, ancora una volta, dalla figura della rockstar, con tutti gli eccessi di egocentrismo che si porta dietro.

I look good in a glass pack

I look good and mean […]

I get high in my low-ass boot-cut jean

I like being seen

I look good with my drink-eat-no-sleep

Take-a-leap longevity

I get high on my attitude, latitude, 1973

I’m in deep

Sto bene fasciato di sintetico trasparente

Mi dona e mi rende aggressivo […]

Mi sballo nel mio jeans “boot cut” a vita bassa

Mi piace essere guardato

Mangiare bere e non dormire mi rende attraente

Fai un salto, longevità

Mi eccito con le mie pose, latitudine circa 1973

Ci sono proprio dentro

Il ritratto, dunque, è quello di uno spavaldo e ultra-narcisista poseur dell’era glam, che affida all’immagine le chiavi del suo successo. Ma anche l’egocentrismo sfrenato e gli eccessi, alla lunga, possono annoiare. Così nei versi successivi si compie la parabola, da rockstar a marionetta, che agisce sul palco con mosse studiate e meccaniche, avendo sperimentato già tutto e perso gli stimoli.

My head’s on fire and high esteem

Carry my dead, bored, been there, done that, anything

Oh, the wake-up bomb

My head’s on fire and high esteem

Get drunk and sing along to Queen

Practice my T-Rex moves and make the scene

Carry my dead, bored, been there, done that, anything

Ho la testa in fiamme e un’autostima alle stelle

Mi porto dietro la mia noia mortale, l’essere stato ovunque e l’aver già fatto tutto

Oh, la bomba del risveglio

Ho la testa in fiamme e un’autostima alle stelle

Mi ubriaco e canto con i Queen

Mi esercito nelle mie mosse alla T-Rex per tenere la scena

Mi porto dietro la mia noia mortale, l’essere stato ovunque e l’aver già fatto tutto

“The wake-up bomb” è dunque lo shock del risveglio, della disillusione, che si tramuta alla fine in una sorta di rassegnata auto-commiserazione.

Yeah, I’d rather be anywhere doing anything

I’ve had enough, I’ve seen enough, I’ve had it all, I’m giving up

I won the race, I broke the cup, I drank it all, I spit it up

Sì, preferirei essere in un posto qualunque a fare una cosa qualsiasi

Ne ho avuto abbastanza, ho visto abbastanza, ho avuto tutto, mi arrendo

Ho vinto la gara, ho rotto la coppa, ho bevuto tutto, l’ho sputato

In fondo, è il percorso obbligato di ogni rockstar, specie di chi ha vissuto fino in fondo l’ubriacatura glam degli anni Settanta.

NEW TEST LEPER

Quel che brilla ancora una volta è però la straordinaria abilità del gruppo nel confezionare ballate sontuose col minimo degli orpelli. Il folk-rock desolato di “New Test Leper” ne offre una preziosa conferma, con Stipe intento a far scivolare un’altra sua tenera salmodia in una soffice coltre di chitarre jingle-jangle e trame elettriche. Il testo, fortemente narrativo, racconta la terribile esperienza di un lebbroso (leper, altra figura ispirata al New Test, il Nuovo Testamento) invitato in un talk-show e presto dimenticato in un angolo.

I can’t say that I love Jesus

That would be a hollow claim

He did make some observations

And I’m quoting them today

“Judge not lest ye be judged”

What a beautiful refrain

The studio audience disagrees

Have his lambs all gone astray?

Call me a leper

Non posso dire di amare Gesù

Sarebbe un’affermazione superficiale

Lui aveva fatto alcune osservazioni

E io le riporto oggi

“Non giudicare se non vuoi essere giudicato”

Che bel ritornello

Il pubblico dello studio non è d’accordo

Che le sue pecorelle si siano smarrite?

Chiamatemi lebbroso

L’ospite dello show-spazzatura, che potrebbe essere anche un malato di Aids, il nuovo lebbroso, diviene in breve un’imbarazzante scoria sociale da nascondere o rimuovere. Così in lui cresce la consapevolezza di essere caduto in una trappola.

I thought I might help them understand

But what an ugly thing to see

“I am not an animal”

Subtitled under the screen […]

When I tried to tell my story

They cut me off to take a break

I sat silent 5 commercials

I had nothing left to say

The talk show host was index-carded

All organized and blank

The other guests were scared and hardened

What a sad parade

Ho pensato che avrei potuto aiutarli a capire

Ma che brutta cosa da vedere

“Non sono un animale”

Sottotitolato sullo schermo […]

Quando ho tentato di raccontare la mia storia

Mi hanno tagliato per fare una pausa

Sono stato seduto in silenzio per 5 spot

Non avevo più niente da dire

Il presentatore del talk-show aveva la scaletta

Tutto organizzato e vacuo

Gli altri ospiti erano spaventati e irrigiditi

Che triste parata

Un’altra denuncia della falsità della tv e dell’ipocrisia di una società perbenista, pronta sempre a mettere all’indice nuovi lebbrosi. Come i malati di Aids.

Per Mike Mills è la canzone più bella dell’intero album.

E-BOW THE LETTER

Michael Stipe - Patti SmithE alla fine il tanto atteso incontro si concretizzò. Michael Stipe divide finalmente il microfono con la sua musa di sempre, Patti Smith, in una ballata mesmerica e allucinata, definita sarcasticamente da Buck “una lagna folk-rock”, e che, nonostante ciò, diverrà a sorpresa il primo singolo estratto dall’album (e scalerà, altrettanto inaspettatamente, le chart britanniche, ma non quelle americane).

Il titolo fa riferimento all’e-bow, quel particolare congegno che genera un campo magnetico e, messo a contatto con le corde della chitarra, permette di ottenere un sustain variabile e illimitato, un suono di archetto simile al violoncello e una nutrita serie di colori timbrici per le note e i loro armonici. Buck ne fa un uso sapiente, con avvolgenti code di chitarre che si incuneano in una nebulosa di mellotron, moog e sitar elettrificati. Un’atmosfera quasi “art rock” che ben si confà al magico intreccio delle due voci: dimessa e strascicata, quasi à-la Dylan, quella di Stipe, febbrile e spettrale quella della Smith. Una “lettera mai spedita”, scritta sul bus alle 4 del mattino, che si trasforma in un nuovo flusso di coscienza: Stipe si rivolge alla Smith, affidandole una sorta di controcanto.

Look up. What do you see?

All of you and all of me

Fluorescent and starry

Some of them they surprise

The bus ride. I went to write this, 4:00 a.m.

This letter

Fields of poppies, little pearls

All the boys and all the girls

Sweet-toothed, each and every one a little scary

I said your name

Guarda in alto. Cosa vedi?

Tutto di te e di me

Fluorescente e stellato

Alcune tra le stelle ci sorprendono

Dopo il giro in bus sono andato a scrivere questa, alle 4 del mattino

Questa lettera

Campi di papaveri, piccole perle

Tutti i ragazzi e le ragazze

Golosi, tutti un po’ timidi

Ho pronunciato il tuo nome

Il mantra di Stipe prosegue come un torrente in piena, tra associazioni di immagini in libertà e ossessioni autobiografiche ricorrenti – “questa storia della fama… questa storia della celebrità… non la capisco”, e ancora i timori dell’adolescenza, la diversità, la fuga nelle sostanze artificiali – finché Patti Smith giunge a unirsi a lui in un refrain da brividi.

I’ll take you over

I’ll take you there

Aluminum, it tastes like fear

Adrenaline, it pulls us near

Ti porterò laggiù

Ti ci porterò lì

L’alluminio, sa di paura

L’adrenalina, ci avvicina

La Smith pronuncia i primi due versi, Stipe gli altri due. Ma più che le parole contano il pathos, l’alchimia. La collaborazione con la sacerdotessa della new wave, provata dalla perdita del marito Fred “Sonic” Smith, morto nel 1995, proseguirà per tutto il 1996: Stipe la seguirà durante il suo intero tour, immortalandola in una serie di suggestivi scatti in bianco e nero che andranno a comporre una mostra e il libro “Two Times Intro: On The Road With Patti Smith”.

LEAVE

A conferma della natura sperimentale di “New Adventures In Hi-Fi”, giunge anche la canzone più lunga dell’intero repertorio dei Rem. Negli oltre sette minuti di “Leave” si susseguono spericolati colpi di scena: una trasognata intro acustica dopo un minuto si trasforma in un fulminante rock’n’roll, sfregiato da un’ossessiva sirena (mixata da Scott McCaughey tirando su la levetta delle ottave di un vecchio sintetizzatore Arp Odyssey) e da un nugolo di effetti elettronici, con Stipe che torna ad alzare la voce, condensando in un epico ritornello questa sorta di elegia sulla partenza e sui tormenti che l’accompagnano.

Nothing could be bring me closer

Nothing could be bring me near

Where is the road I follow

To leave, leave?

It’s under, under, under my feet

The sea spread out there before me

Where do I go when the land touches sea?

There is my trust in what I believe

That’s what keeps me

That’s what keeps me

That’s what keeps me down

To leave, believe it

Leave it all behind

Nulla può toccarmi

Nulla può avvicinarmi

Dov’è la strada che seguo

Per andarmene, partire?

È sotto, sotto, sotto i miei piedi

Il mare si apre lì davanti a me

Dove vado quando la terra tocca il mare?

Lì è la fede in ciò che credo

Ecco ciò che mi trattiene

Ecco ciò che mi trattiene

Ecco ciò che mi tiene imprigionato

Me ne vado, credimi

Mi lascio tutto indietro

Una riflessione sospesa nel dubbio, nell’incertezza di un distacco, di un nuovo percorso da intraprendere, che appare però l’unica via di scampo. E ancora una volta torna il desiderio compulsivo di perdere ogni contatto con la terra, di elevarsi al di sopra della forza di gravità, già espresso con chiarezza in “Feeling Gravitys Pull”, ma anche, meno esplicitamente, in “Fall On Me”. Decollare è allora la metafora del distacco dalle radici e dagli affanni quotidiani, all’inseguimento dei sogni.

Lift me, lift me

I attain my dream

I lost myself, I lost the

Heartache calling me

I lost myself in sorrow

I lost myself in pain

I lost myself in clarity

Memory, leave, leave

Sollevami, alzami

Così realizzerò il mio sogno

Ho perso me stesso, ho perso

L’angoscia che mi chiamava

Mi ero perso nell’affanno

Mi ero perso nel dolore

Mi ero perso nella chiarezza

Nel ricordo, partire, partire

“Leave” è uno dei pezzi-chiave del disco, sia musicalmente, perché condensa le ricerche e le intuizioni sul sound – futurista, a dispetto della primitiva tecnologia utilizzata per le incisioni – sia concettualmente, perché ne esplora in profondità il tema dominante: il viaggio, la partenza, la ricerca di sé. Lo farà, con risultati meno brillanti, anche la successiva “Departure”.

BITTERSWEET ME

Il secondo singolo estratto ripiega, invece, nell’intimità di una relazione sentimentale, naturalmente irta di insidie e per questo “dolceamara”. Una canzone dall’impianto piuttosto classico, imperniata su un ficcante riff di chitarra, con un’andatura energica sulla falsariga di “Monster”. Stipe ancora una volta tenta di divincolarsi dai cliché delle love-song, attingendo a un linguaggio colorito e immaginifico.

I move across, innocence lost

All flashing pulsar

I move across the earth in my new pattern shirt

I pass satellites

“You’re so bitter”, your complaint

I can’t give you anything

I don’t know who you’re livin’ for

I don’t know who you are anymore

I’d sooner chew my leg off

Than be trapped in this

How easy you think of all of this as bittersweet me

I couldn’t taste it

I’m tired and naked

I don’t know what I’m hungry for

I don’t know what I want anymore

Mi muovo da una parte all’altra, innocenza perduta

È tutto un lampeggiare

Mi muovo sulla terra con la mia camicia nuova a disegni

Sorpasso i satelliti

“Sei così amaro”, ti lamenti

Non posso darti nulla

Non so per chi vivi

Non so più chi sei

Preferirei strapparmi la gamba a morsi

Che rimanere intrappolato in tutto ciò

Troppo facile pensare a me come qualcosa di dolceamaro

Non potrei assaggiarlo

Sono stanco e nudo

Non so di cosa sono affamato

Non so più cosa voglio

“Stanco e nudo”, come al capolinea di una storia finita male. Le stesse frasi saranno poi rivolte in forma interrogativa alla (ex?) partner: “But are you tired and naked?/ Are you tired and naked?”. E proprio “Stanco e nudo” sarà il titolo dell’immaginario film italiano, interpretato da Valeria Golino, che farà da sfondo al videoclip del brano.

SO FAST, SO NUMB

Distorsori tiratissimi ed echi psichedelici venano un’altra magica dimostrazione d’arte povera remmiana. Bastano un riff incisivo e un’apertura melodica plasmata da Stipe nel refrain per incendiare il cuore di un brano che sale subito in cattedra come uno dei più trascinanti dell’intera raccolta. Una nuova invocazione, rivolta direttamente in prima persona a un ragazzo (“motor boy”) che rischia di bruciare la propria vita.

You’re moving through rough waters

Motor boy

And swimming in your sleep

How could I be so blind, mis-sighted

Not to see there’s something wounded deep

Anyone could scratch your surface now

It’s all amphetamine

You’re blasting yourself into the present

To blur some past indignity

Ti stai muovendo in acque tempestose

Motor boy

E stai nuotando nel sonno

Come potrei essere così cieco, ottuso

Da non vedere che c’è una ferita profonda

Ora chiunque potrebbe scalfire la tua superficie

È tutta anfetamine

Ti inaridisci nel presente

Per dimenticare qualche brutto ricordo del passato

Dall’allusione alle anfetamine alla necessità di rimuovere il passato, tutto lascia pensare a una nuova situazione al limite, che rischia di volgere in tragedia, come già accaduto agli amici Kurt Cobain e River Phoenix, compianti su “Monster”.

Così, anche ciò che a parole si disprezza rimane una tentazione fatale, da ricreare, mentre si scivola nel baratro dell’apatia, che fa perdere ogni sensibilità.

You say that

You hate it

You want to re-create it

I’ve been around, I’ve been your lover

I let it go, Kill Devil Hills

You’re coming onto something so fast, so numb

That you can’t even feel

Dici che

Lo odi

Lo vuoi ri-creare

So come vanno le cose, sono stato il tuo amante

L’ho lasciato perdere, a Kill Devil Hills

Ci stai arrivando così velocemente e così insensibilmente

Che non riesci nemmeno più a sentirlo

Curioso, in particolare, l’accenno a Kill Devil Hills, la città della Carolina del Nord dove il 17 dicembre 1903 i fratelli Wright sperimentarono per la prima volta il motoaliante. Ma il tema principale resta quello dell’autolesionismo, come sembrano confermare i versi successivi, che tracciano il quadro di una completa degenerazione psico-fisica, tra “occhi e cuore da pescecane” e “sangue che si sta gelando”.

LOW DESERT

L’attraversamento del deserto segna uno dei momenti più cupi del disco. La slide di Buck disegna trame nervose, l’hammond rimbomba straniante e il cantato di Stipe si fa lugubre. Un nuovo viaggio metafisico, in cui il tempo sembra essersi fermato nell’istante fatale di un incidente stradale.

It happened fast, it’s over quick

A little dust and the engine kicks

Did your hands drift down off the wheel?

A roadowl hit your windshield?

An eyelash or a little bit of sleep?

Did time stand still?

Just call it, now, and you’re on your way

È successo alla svelta, è finito velocemente

Un po’ di polvere e il motore scalcia

Ti sono scivolate via le mani dal volante?

Un uccello ha colpito il parabrezza?

Una ciglia o un piccolo colpo di sonno?

Si è fermato il tempo?

Richiamalo adesso, e sarai sulla strada giusta

Il deserto è con ogni probabilità quello del Nevada, che circonda Las Vegas. Una moltitudine di luci e casinò, neon e fumo, che si fa quasi opprimente, come questa terra desertica, che “potrebbe inghiottire un uomo vivo”.

All the ashtrays cities and the freeway drives

Broken casinos and waterslides

The 18 wheeler and the payback dives

Gravity pulls on the powerlines

A jetstream cuts the desert sky

This land could eat a man alive

Let’s say you’d leave it all behind

Tutte quelle città portacenere con le loro tangenziali

Casinò fatiscenti e scivoli acquatici

Il tir autosnodato e le bettole da vendetta

La forza di gravità preme sulle linee elettriche

La scia di un jet taglia il cielo del deserto

Questa terra potrebbe inghiottire un uomo vivo

Diciamo pure che ti lasceresti volentieri tutto quanto alle spalle

Stipe ne parlerà diffusamente come una delle sue tracce preferite del disco: “Per me è una canzone stupenda e mi sorprende che quasi nessuno mi faccia delle domande al riguardo. Anche se la gente mi imputa di non essere affatto chiaro quando scrivo i miei testi, io vi assicuro che non lo potrei essere di più. Odio quella fottuta parola, enigmatico, e di certo non è mia intenzione crearmi addosso l’immagine di un guru che parla per metafore. Tutto quello che scrivo ha un senso ben preciso per me e mi viene naturale scriverlo in quel modo. Non riuscirei a scrivere altrimenti. In questo caso magari non sono riuscito a spiegarmi nel migliore dei modi, ma avevo proprio questa immagine di qualcuno che stava guidando un pick-up in mezzo al deserto e che si è ritrovato fuori strada dopo aver urtato qualcosa, forse un animale. La scena è drammatica, anche se nessuno muore e sia il cielo che le montagne stanno lì a guardare”.

ELECTROLITE

RemA chiudere l’album, una nuova ballata struggente, di quelle à-la “Automatic For The People”. “Electrolite fu scritta a Chicago, sul pianoforte di un appartamento in subaffitto in cui viveva la mia ragazza dell’epoca”, racconta Mills, autore di quasi tutte le parti di piano del pezzo, un altro piccolo gioiello di semplicità, con i ricami del banjo e l’impasto fragrante di chitarra, piano e percussioni a dar man forte al cantato armonioso di Stipe, mentre il violino di Andy Carlson aggiunge nuove sfumature malinconiche.

È un benvenuto precoce e sardonico al nuovo millennio, che si snoda lungo la Los Angeles delle star, della Twentieth Century e dei divi di Hollywood, citati rigorosamente in rima (Martin Sheen, Steve McQueen, Jimmy Dean). La Los Angeles di Mulholland Drive, la grande strada che separa Bel Air dalla San Fernando Valley, che il regista David Lynch immortalerà qualche anno dopo in uno dei suoi capolavori.

Quasi una fine del viaggio, come se il transito nel deserto, malinconicamente evocato nella precedente “Low Desert”, si fosse concluso con l’approdo tra le caotiche arterie della metropoli californiana. Il titolo sembra giocato sull’ambivalenza: l’elettrolita è una sostanza che in soluzione e allo stato fuso si dissocia in ioni producendo un liquido in grado di condurre elettricità, ma la parola può anche essere letta nel senso di electro-light, luce elettrica, come l’enorme distesa illuminata della Los Angeles notturna.

Twentieth century go and sleep

You’re Pleistocene. That is obscene. That is obscene

You are the star tonight

Your sun electric, outasight

Your light eclipsed the moon tonight

Electrolite

You’re outasight

If I ever want to fly

Mulholland Drive

I am alive

Hollywood is under me

I’m Martin Sheen

I’m Steve McQueen

I’m Jimmy Dean

Il ventesimo secolo va a dormire

Sei Pleistocene. Tutto ciò è osceno. Tutto ciò è osceno

Sei tu la stella stanotte

Il tuo sole elettrico, meraviglioso

La tua luce stasera eclissa la luna

Elettrolita

Sei meraviglioso

Se mai io volessi volare

Mulholland Drive

Sono vivo

Hollywood è sotto di me

Sono Martin Sheen

Sono Steve McQueen

Sono Jimmy Dean

“Sono vivo”, esclama Stipe alla fine del viaggio. Per poi ribadire nel verso successivo: “Non avere paura/ Sei vivo” e ancora “Non ho paura/ Me ne vado”. Come se gli spettri che affollavano il disco si fossero finalmente dissolti. Qualche incallito dietrologo ne trarrà addirittura la conclusione di un possibile scioglimento della band con la fine del decennio. Uno Stipe quasi romantico, per quanto gli è possibile, con quelle allusioni alla sua “stella”, la cui luce riesce persino a eclissare la luna. Il finale luminoso rischiara solo in parte un album tutt’altro che solare, dove dominano le cupezze e le inquietudini, le tinte grigie e plumbee, come quelle della copertina e del bel booklet.

“New Adventures In Hi-Fi” non replicherà i successi planetari dei suoi due predecessori (pur vendendo circa 5 milioni di copie), come d’altra parte era logico aspettarsi, per la natura stessa del disco: un diario di viaggio on the road, schizzato su un ideale bloc notes, con quei suoi paesaggi sonori stilizzati e quei suoi timbri sperimentali, proiettati in un futuro ipotetico che forse, per la band, non sarebbe mai arrivato. Perché “New Adventures In Hi-Fi” è anche, per certi versi, il canto del cigno dei Rem. Almeno di quelli originali, in formazione-tipo. Dopo, con l’abbandono di Bill Berry, proseguiranno apparentemente nella stessa direzione di sempre. Ma non potranno più essere gli stessi. Per alcuni – incluso chi scrive – la loro stagione d’oro finisce davvero qui, in quest’ora debordante di musica ch’è quasi la summa di una carriera intera. Paradossale, per una band che aveva appena firmato un faraonico rinnovo di contratto con la Warner per la strabiliante cifra di 80 milioni di dollari!