Ludovico Einaudi

Ludovico Einaudi

La forma delle emozioni

intervista di Francesco Paolo Ferrotti

La figura di Ludovico Einaudi non ha certo bisogno di troppe presentazioni. Dopo aver conquistato l'attenzione di pubblico e critica con il concept-album "Le Onde" (1996), passando per due seguiti riusciti come "Eden Roc" e "I Giorni", oggi è tra gli artisti italiani più fortunati in campo internazionale, fino al grande successo alla Royal Albert Hall di Londra lo scorso anno, preceduta dal notturno e onirico "Nightbook" (2009).
Negli ultimi tempi, la crescente popolarità del "fenomeno Einaudi" ha determinato una singolare polarizzazione del gusto estetico, ma c'è un punto in cui sostenitori e detrattori finiscono per convergere: Einaudi ha coniato uno stile limpidamente riconoscibile, facendo non pochi proseliti. 
La sua è una musica che appartiene a una dimensione temporale indefinita, in cui s'intrecciano diverse epoche e culture musicali: la canzone popolare, la tradizione classico-romantica, il jazz e il rock, il minimalismo, l'elettronica; ma anche culture extraoccidentali, con alcune delle quali la sua musica condivide la tendenza alla ripetizione e al "loop", determinando nell'ascoltatore effetti ipnotici. È infine una musica che dialoga con il cinema e la letteratura, evocando paesaggi sonori, storie e memorie collettive. 

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o incontrato Ludovico Einaudi presso l'Hotel Wagner di Palermo, in occasione del suo recente concerto insieme all'Orchestra Sinfonica Siciliana. Quanto segue è il resoconto di oltre un'ora di avvincente conversazione con il pianista e compositore torinese che, ripercorrendo anche le tappe della propria carriera, offre un quadro complessivo del suo rapporto con l'arte dei suoni.

Qual è stato il suo primo approccio al pianoforte?
Mia madre suonava il piano, così io ho cominciato da bambino. Se ripenso ai miei primi studi, devo confessare che l'approccio iniziale con lo strumento non è stato molto gratificante: avevo un maestro che forzava sempre la mia natura e non era mai contento di ciò che facevo. Nell'accostarsi a uno strumento musicale, bisogna seguire le proprie inclinazioni: è necessaria una base tecnica comune, ma il buon maestro è quello che promuove la natura specifica di ogni allievo.

Lei come scoprì la propria natura più autentica? 

Sin dall'inizio, io non ho mai desiderato di fare l'interprete di musica classica; la mia scelta nella musica si orientò piuttosto verso l'aspetto creativo, e con questo obiettivo poi studiai composizione. Però mi resi anche conto che la composizione da sola non mi bastava: il solo lato teorico-intellettuale mi faceva sentir limitato; a me piaceva il lato concreto, il "fare musica". Così, a un certo punto cominciai a scrivere musica per piano e a eseguirla personalmente. Fu un esperimento dettato da un'urgenza espressiva, non sapevo se avrebbe avuto risonanza: di certo, non mi sarei mai immaginato di trovarmi, quindici anni più tardi, nei teatri più importanti del mondo... Guardandomi indietro, per alcuni versi posso dire che la mia dimensione l'ho trovata dis-imparando ciò che mi avevano insegnato in passato. Oggi al piano non so suonare "tutto", e non mi interessa saper suonare tutto; ma ciò che suono lo faccio al meglio: è la mia firma, la mia musica.

In che modo la sua musica ha acquistato quelle connotazioni "popular" che la fanno apprezzare anche al pubblico refrattario alla "classica"?
Anche in questo caso, la svolta fu al termine dei miei studi di composizione. In quel momento, mi trovai stretto nella cornice della "classica" contemporanea: un luogo chiuso, per soli addetti ai lavori, in cui le mie passioni musicali sarebbero rimaste escluse. Mi sentii soffocare. Decisi allora di intraprendere un'altra strada, aprendo le porte a ciò che ho sempre amato, tutte quelle esperienze musicali che mi hanno formato e poi accompagnato nel corso della mia vita: a partire dalle canzoni popolari francesi che mi faceva ascoltare mia madre da bambino; poi i Beatles e Rolling Stones che scoprii grazie a mia sorella; in seguito l'approccio alla musica jazz, l'approfondimento di altre culture grazie al viaggio in Africa; la musica elettronica che ho esplorato collaborando con i fratelli Lippok; fino alla più recente esperienza de "La notte della Taranta", in Puglia, in cui ho invitato parecchi artisti provenienti da culture diverse. Il mio alfabeto musicale si nutre di tutto ciò: la musica popolare è il sangue che scorre dentro le mie vene. 

Anche alcuni grandi del passato dialogavano con la musica popolare... 
La musica di Chopin era intrisa di melodie popolari, così come quella di Mozart o di Stravinsky. Il fatto di essere partecipe del linguaggio collettivo di un'epoca permette alla musica di essere compresa da tutti: secondo me, è una cosa molto bella, non trovo ragione valida per rifiutare alcuni aspetti del linguaggio musicale comprensibili a un ampio numero di persone e capaci di muovere emozioni. Io stesso ho ripreso quelle esperienze che mi hanno emozionato, per restituirle al pubblico a modo mio.

einaudi0651_02Un termine associato con frequenza alla sua musica è "minimalismo". Si ritrova nella categoria? Le sembra ancora attuale?

Mi sembra una parola che appartiene ormai alla storia. Di sicuro ha avuto un significato importante con i maestri del minimalismo americano, come Steve Reich e Philip Glass, che recuperarono quegli elementi musicali messi al bando dal mondo dell'avanguardia, in cui tutto era stato rinnegato. Loro furono i primi a riportare all'interno della musica quegli elementi che in fondo ci sono da sempre, a cominciare da ritmo, armonia e melodia. Non va anche dimenticato il fatto che, contemporaneamente alla negazione di tutto da parte dell'avanguardia, ci furono grandi capolavori all'interno della popular music: nel corso degli anni 60, ancora nel periodo clou della musica d'avanguardia, i Beatles scrivevano alcune melodie stupende. Dicendo questo, non voglio negare il valore di alcune esperienze di ricerca che sono state importanti in un periodo storico; altrettanto storicamente, il minimalismo ha avuto importanza come risposta antagonista, riportando in vita quei valori che erano stati messi da parte. In tempi più recenti, poi, c'è stata una corrente di autori fatti rientrare nella categoria del "minimalismo", nella quale ogni tanto vengo inserito anche io in modo piuttosto improprio. Certo, magari in un mio albero genealogico potrebbe esser incluso anche il minimalismo; ma sono presenti altre parentele che mi hanno condotto a risultati alquanto diversi. 

Qual è oggi il suo rapporto con ciò che evoca la parola "avanguardia"? 
Dipende da cosa intendiamo. In senso stretto, come sappiamo, l'avanguardia era costituita da un gruppo di artisti che promulgavano una certa concezione di arte visiva e musicale. In un'accezione più ampia, "avanguardia" significa aprire nuovi punti di vista, tracciare un sentiero che non è stato ancora battuto. Trovo sia stimolante cercare nuove direzioni, qualcosa che si rinnovi: nel percorso di un artista c'è sempre il desiderio di trovare una nuova sintassi, di aprire ulteriori prospettive sia per sé che per gli altri. Se con "avanguardia" intendiamo questo, allora è una componente necessaria anche per confrontarsi con le opere del passato. Infatti, riflettere sulle forme passate significa innanzitutto comprenderne il senso espressivo in relazione all'epoca, capire che non si possono riprendere tali e quali: una forma architettonica o musicale passata può essere anche reinterpretata, ma per esprimere un'altra visione. Altrimenti diventa un recupero storico, non una nuova opera.
 
Durante la scrittura di un brano, come vive il rapporto tra tradizione e innovazione?
Come un equilibrio difficile da raggiungere. Nell'utilizzare l'armonia e la melodia si presuppone sempre una tradizione; è stata scritta una tale quantità di musica che, comunque ci si muova, si finisce per toccare le relazioni storiche: diventa quasi un gioco che si intrattiene con la memoria del passato. Spesso avverto un conflitto interiore, come un dialogo interno alla creazione tra un moto naturale espressivo e un aspetto critico: quest'ultimo è anche necessario, ma non deve sottomettere il primo, altrimenti la musica non scaturisce più in modo spontaneo.

Secondo lei, la musica tonale ha una maggiore capacità di raccontare storie, di commuovere il pubblico? Come spiega che ancora oggi molti non apprezzano la musica atonale?
 
In parte, può dipendere dal contesto e dalle aspettative dei fruitori. Quando il grande pubblico assiste a un concerto di musica classica, accade che si provino sensazioni negative se in conclusione viene eseguito un brano di Stockhausen. Ma si potrebbe anche immaginare una situazione specularmente opposta se, per ipotesi, alla fine di un concerto con musiche di Berio fosse proposta una canzone di Battisti. In certi ambiti puoi recepire meglio determinate cose rispetto ad altre. Tuttavia, credo che sia anche vero quello che suggerisci: la musica legata a un linguaggio tonale muove più facilmente e immediatamente le emozioni, forse perché più carica di ascolti sedimentati, di memoria collettiva.

Cosa ne pensa quando viene definito "neoclassico"? 
Forse qualcuno fa un'associazione molto superficiale per l'utilizzo di alcuni suoni o l'orchestra. Questo termine non mi appartiene affatto, mi evoca qualcosa di accademico e un po' lezioso.

Come si colloca tra Classicismo/forma e Romanticismo/emozione? 
I compositori romantici sono quelli che hanno scardinato progressivamente le forme, ma queste ultime sono sempre presenti, pur se meno squadrate rispetto al Settecento. La forma è un aspetto indispensabile in musica, perché offre la direzione. Ovvero, funziona come un'impalcatura: può diventare anche invisibile, ma tiene in piedi l'architettura. Ad esempio, nelle canzoni c'è sempre la forma-canzone: può essere elaborata, smontata, ma è presente anche nei brani più sperimentali, come alcuni dei Radiohead. D'altro canto, l'attenzione per la forma non può diventare fine a stessa: ci nutriamo di musica per nutrire lo spirito, e in questo io credo profondamente. Se fossi interessato solo alle geometrie musicali, avrei fatto un altro mestiere. Il giusto mezzo è l'equilibrio tra le due componenti, poiché la musica non è emozione pura, ma nemmeno soltanto geometria: è piuttosto l'intreccio tra l'emozione e la geometria. Questo è ciò che provo quando ascolto Bach: quella che appare come perfezione ingegneristica e numerica si rivela connessa con la spiritualità e la sfera emotiva. Così, la musica raggiunge il massimo risultato.
 
È possibile che il nostro gusto moderno per Bach sia condizionato dalla tendenza a "romanticizzare" la sua musica? Ad esempio, trasferendo al piano le partiture per clavicembalo..
A mio avviso, comunque lo suoni, traspare una luce piena di pathos. Anche se lo fai suonare da un computer, senza interpretarlo, dalla trama contrappuntistica scaturisce "qualcosa" che va ben oltre la formula matematica.

einaudipianoTornando alla sua produzione, che rapporto c'è tra il mondo dei suoni e l'evocazione di certe "immagini"? Mi riferisco pure ai titoli dei brani... 
Ci sono varie possibilità. Un album come "Le Onde" era ben lontano da quella che potrebbe essere la rappresentazione di una "cartolina del mare"; lo spunto mi venne dalla lettura di un libro di Virginia Woolf: lì ritrovai l'idea dello scorrere del tempo nell'arco di una giornata, il senso ciclico di ripetizione delle onde che continuano a battere a riva, seguendo le onde interiori della protagonista, segnata da gravi forme di depressione alternate a momenti di esaltazione. Tutti questi elementi si prestavano bene a esser investigati musicalmente; alcuni titoli furono poi estratti da pagine del libro, come "La linea scura". In altri casi, invece, come in "Divenire", lo spunto può nascere da un tema più generale, suggerito magari da diverse letture di poesia o filosofia che conduco in un certo periodo. Spesso, assegno i titoli in un secondo tempo: li metto a confronto per trovare un equilibrio complessivo, come se mettessi a posto una poesia. 

Quali suoi lavori, oltre "Le Onde", le sembrano più completi? 
Credo che abbiano tutti una loro fisionomia specifica, magari con la prevalenza di alcuni aspetti o altri: alcuni lavori sono più ricchi di significati anche da un punto di vista concettuale, altri meno. Ad esempio, l'album "Una Mattina" aveva meno pretese filosofiche e lo considero più come una raccolta di brani; ciò non toglie che musicalmente mi piace e continuo ancora a eseguirlo. Un lavoro come "Nightbook", insieme all'aspetto musicale, rivela una maggiore potenzialità nell'idea più ricca, così come forse anche "Divenire". "I Giorni" è legato a un viaggio, e ricorrono alcuni elementi, come la "melodia africana": nel complesso ha un suo intreccio riuscito, che mi ricorda un bel momento della mia vita. 

La sua musica ha avuto grande fortuna, ma il successo ha determinato anche una fazione di detrattori. Come si pone rispetto a ciò? 
Sinceramente, non sto a preoccuparmi troppo di ciò che si dice intorno: ho una grande passione per il mio lavoro e cerco di impegnarmi al massimo. Poi è normale che ci sia qualcuno a cui non piace ciò che faccio, perché non lo trova corrispondente a ciò che vorrebbe ascoltare.

In cosa è riposta la differenza tra semplicità come valore e semplicità come disvalore? 
La differenza è sottile. Se entri in un giardino giapponese e vedi pochi elementi sistemati in un certo modo, ti sembra di entrare in un luogo sacro. Se invece provi a sistemare gli stessi elementi in un altro luogo, il risultato non è lo stesso: perché non c'è dietro tutto un lavoro, la ricerca di un equilibrio su quello spazio. La semplicità di tratto non è qualcosa che si trova per strada e che si adotta perché riesce più facile. Richiede un cammino. È innanzitutto una filosofia. 

"Less is more"...
Esatto. È un principio che investigo da quasi vent'anni, anche se non sempre ho seguito soltanto quello. 

Sente allora di condurre in qualche modo una battaglia estetica? 
No, io non credo in una perfetta regola dell'arte. La mia produzione rispecchia la mia sensibilità, ma poi il mondo è bello perché è vario. Io stesso apprezzo anche molta musica diversa dalla mia, per esempio l'elettronica atonale di Alva Noto, che stimo tantissimo. 

Quali sono i compositori che sente affini e che ascolta? 
Potrei ricordare Arvo Pärt o il tedesco Max Richter, che è davvero interessante. Un album che recentemente mi ha colpito, anche per l'analogia con il titolo del mio "Nightbook", è "Night Song" di un autore norvegese. Per quanto riguarda il minimalismo americano, non è frequente che lo ascolti. Philip Glass ha talmente investigato il proprio mondo sonoro che è difficile che mi sorprenda ancora; con l'eccezione delle colonne sonore: negli ultimi anni, ho apprezzato molto quella che ha composto per "Sogni e delitti" di Woody Allen. 

Per i lettori di OndaRock, vorrei chiederle qualcosa sulle passioni più o meno recenti in campo di rock e dintorni... quali sono i primi nomi che Le vengono in mente? 
Innanzitutto tre album dei Radiohead: "The Bends", "Ok Computer" e "Kid A". Li ho ascoltati talmente tanto che ormai li conosco a memoria! Poi amo i Beatles, i Rolling Stones ai tempi di Brian Jones, i primissimi Pink Floyd, in particolare "A Saucerful of Secrets"... mentre non mai digerito un album come "The Wall". Non posso tralasciare di citare anche Hendrix, Cream, The Who... c'è stato anche un periodo che ho ascoltato King Crimson, Yes e affini. Poi la stagione degli anni 80 è stata quella che mi ha disorientato. Un disco per me molto importante, perché mi ha riavvicinato al rock, è stato "The Joshua Tree" degli U2, gruppo che ho continuato ad amare in "Achtung Baby". 

Qual è la svolta più significativa nell'era di internet e youtube? 
In passato come oggi, il mezzo ha sempre influenzato la musica. Negli ultimi anni si tendono a smembrare gli album e siamo tornati ad un'epoca di brani singoli. Il che non è affatto un male: mentre nell'era del cd spesso si inserivano tracce soltanto per riempire lo spazio del formato-album, negli anni del singolo c'erano capolavori in tempi ridotti. Oggi, la forma dei 3-5-6 minuti è ancora una cornice entro cui si possono dire molte cose. 

In conclusione, ci sono nuovi progetti in cantiere?
In questi mesi sto lavorando ad alcuni brani che ho scritto, ma sono ancora nella fase di raccolta; quando preparo un nuovo progetto non sempre ho sin dall'inizio un'idea precisa di ciò che diventerà, ma lo scopro strada facendo. In ogni caso, conto di registrare un nuovo lavoro nell'arco di un anno. C'è poi un desiderio che coltivo già da un po': vorrei realizzare un progetto didattico, rivolto alle nuove generazioni di giovani che si approcciano al pianoforte.

***

Si ringraziano: Antonio Renna, Gisella Cangemi e l'Orchestra Sinfonica Siciliana

Discografia
 Time Out (1988)
 Stanze (1992)
 Salgari (1995)
 Le Onde (1996)        
 Fuori dal mondo (soundtrack, 1998)
 Eden Roc (1999) 
 I Giorni (2001) 
 Luce dei miei occhi (soundtrack, 2001) 
 Le parole di mio padre (soundtrack,2001)
 Dr. Zhivago (soundtrack, 2002) 
 La Scala Concert 03.03.03 (2003)
 Echoes: The Einaudi Collection (2003)
 Una mattina (2004) 
 Diario Mali (2005) 
 Divenire (2006) 
 Nightbook (2009) 
 The Royal Albert Hall Concert (2010) 
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