03/07/2007

Patti Smith

Cavea Auditorium, Roma


di Mauro Vecchio
Patti Smith
Nel maggio 1967, Scott McKenzie canta: “Se stai andando a San Francisco, assicurati di portare fiori fra i capelli”. Inizia, così, l’estate dell’amore. Nel distretto di Haight-Ashbury migliaia di giovani americani si uniscono in una nuova, rivoluzionaria esperienza sociale. La Bay Area viene riempita dagli echi inglesi del “Sergente Pepe”, che diventano grida orgasmiche al Monterey Pop Festival.
C’è, tuttavia, chi non raccoglie fiori perché, forse, nemmeno li vede al di là degli occhiali da sole. A New York, i Velvet Underground pubblicano, nello stesso anno, il disco della banana e celebrano una realtà metropolitana molto diversa. Se le droghe psichedeliche, a San Francisco, sono un mezzo per attraversare le porte della conoscenza, Lou Reed canta con atonale disperazione: “Non so dove sto andando”.

E’ il 1967 quando la ragazza-madre Patricia Lee (“Patti”) Smith si trasferisce nella Grande Mela e incontra Robert Mapplethorpe nella libreria dove inizia a lavorare. Giornalista rock, Patti è innamorata delle icone musicali della controcultura, da Jimi Hendrix alla musa ispiratrice Grace Slick. Eppure l’aria decadente e ambigua del Max Kansas City la porta ad esplorare, alla metà del decennio successivo, percorsi più crudi e taglienti. La nascente “sacerdotessa del rock” diventa madrina del punk e della successiva “nuova ondata”.

Oggi, luglio 2007, Patti Smith, compiuto il suo viaggio tragico nel rock poetico e metropolitano, può permettersi una festa, una celebrazione, un rito.
“E’ il giorno dell’anniversario della morte di un grande musicista e poeta, Jim Morrison”. Quando le tastiere di Tony Shanahan ricamano l’intro di “Soul Kitchen”, si comprende che il senso ultimo di questo concerto è rivivere un passato ormai disperso.
Alla Cavea dell’Auditorium non c’è un prato sconfinato, né un sole colorato che brilla nel cielo, ma Patti è determinata come sempre, profondamente loquace. “Dobbiamo abituarci al suono che c’è qui, andare avanti nell’avventura musicale di stasera per vedere dove ci porterà”.

Quarant’anni dopo quell’estate di amore libero, nelle sue corde lacerate la missione di riportare tutti sulle spiagge di Venice o, meglio, della sua “Redondo” che attacca il concerto con le flessioni reggae della chitarra del fido Lenny Kaye.
Ma, stasera, la poetessa di Chicago non è che un tramite, anziana saggia divulgatrice del verbo del rock. “Questa è una canzone di Bob Dylan” dice, come a voler spiegare un capitolo di storia, e attacca una brillante versione acustica di “Changing Of The Guards”.
In fondo si tratta di un tour in supporto al suo ultimo  disco di cover rock-folk “Twelve” che, a tre anni da “Trampin”, rivisita, con grande eleganza, vecchi classici.
Splendido, per esempio, il clarinetto prima dolce poi impazzito che costruisce “Are You Experienced?”. Il piccolo tributo all’immancabile (dato il contesto) Jimi Hendrix è uno dei vertici di tutta la performance della band.

Patti Smith riesce ancora a sprigionare un’aura magnetica, capace, con un semplice movimento delle mani, di oscurare completamente il Jay Dee Daugherty in camicia a righe da impiegato o il filiforme Lenny Kaye che se ne sta al posto suo a lavorare sui giri armonici.
La sacerdotessa ricorda il motto del “potere alle persone” e, così, si avvicina agli spalti, alza lo sguardo verso le stelle, cammina anche a rischio di inciampare nei fili del microfono.
E, soprattutto, canta, nella solita maniera sgraziata la “Within You Without You” di George Harrison. Un senso effettivo di comunità intima avvolge gli spettatori quando parte la nenia indiana di “Ghost Dance”, che accoglie il desolato body cello di Giovanni Sollima. Ed è forse con il musicista italiano che “l’avventura musicale” riesce veramente a trovare la sua via. In questo modo l’inno acido di “White Rabbit” (introdotto da uno strampalato discorso su Raffaello che chiede alla Smith un pezzo di pizza) e l’atmosfera violacea di “Beneath The Southern Cross” assumono una vera dimensione di rito intimo.
Intimità, tuttavia, che si trasforma subito in festa corale quando si sentono i primi accordi del piano di “Because The Night”. Molti si alzano e corrono verso il bordo del palco mentre Patti sorride e concede strette di mano. Sulle tristi “Pissing In A River” e “We Three” alcuni sono addirittura stesi sul palco a braccia conserte.
E’ l’atmosfera d’amore che la poetessa vuole, invitando ad abbassare le luci per rileggere con grandissima eleganza “Smells Like Teen Spirit”, che esalta un Sollima in stato di trance.

Patti saluta tutti, ma tutti sanno che tornerà presto.
Non c’è celebrazione del 1967 senza un appello accorato contro la guerra. “Dobbiamo fermare tutte le piccole guerre per evitare che ci sia una grande guerra”. Lo sfogo apre, così, il bis e la band inizia a dare fuoco alle polveri con la più o meno fedele versione di “Gimme Shelter”.
E, allo stesso tempo, non c’è spettacolo di cover senza quel classico dei Them che inizia con i versi “Jesus died for somebody’s sins but not mine”. “Gloria” ruggisce, dilatandosi sulla batteria frenetica prima di cedere il passo ad una blanda cover di “Perfect Day”. E’ solo una pausa, perché la festa può concludersi con la progressione scatenata di “Rock and Roll Nigger”.
Le luci sul palco si spengono. Per qualche istante la cavea rimane nell’oscurità. Qualcuno alza gli occhi al cielo. La luna di questo tre luglio sembra portare fiori tra i capelli. 
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