17-19/07/2009

Pitchfork Festival

Union Park, Chicago (Usa)


di Elisa Graci
Pitchfork Festival
CHICAGO - Per il quarto anno consecutivo Chicago ospita il Pitchfork Festival, e Union Park, a pochi passi dal quartiere più cool della città, Wicker Park, è invaso pacificamente da decine di migliaia di giovani e meno giovani appassionati di indie-rock. La tre giorni musicale è sold out e fuori dagli ingressi del parco i bagarini americani si sgolano per fare affari.

Le previsioni del tempo non sono proprio rassicuranti, ma venerdì 17 (che in Usa non porta sfortuna), con un cielo grigio che non promette niente di buono, tocca ai Tortoise, portabandiera della scena musicale della città dell’Illinois, inaugurare uno dei tre palchi del Pitchfork Festival 2009. Quest’anno i creativi organizzatori della manifestazione hanno pensato per la prima giornata (una sorta di pre-festival) di far decidere ai fan le scalette delle band e così John McEntire e compagni, con nostro sommo piacere, suonano tra le altre “Tnt” e “Glass Museum”, e ascoltare quest’ultima nel cuore di Chicago fa venire i brividi. L’esecuzione dei brani è perfetta. Una precisione che fa quasi paura.

Tra applausi scroscianti arrivano i tre Yo La Tengo e, tra un cavallo di battaglia e l’altro, rompono la regola, inserendo in scaletta un paio di canzoni nuove, deliziose, per poi farci sorridere e ricordare un vivo recente passato con Tom Courtenay e Sugarcube.

Sono le 19.20 ed è il momento dell’attesissimo ritono dei Jesus Lizard, che la città aspetta da una decade ormai, i suoni sono taglienti come sempre, in particolare la chitarra di Denison. Il pubblico esplode, dopo tutto non sono diventati uno dei gruppi più importanti del post-hardcore a caso, e il frontman David Yow sembra rinvigorito da tale entusiasmo: in 40 minuti di live salta, si sgola, sputa, si lancia tra la folla e dà appuntamento ai concittadini per un nuovo concerto a fine novembre al Metro di Chicago.

L’arduo compito di concludere la prima giornata dopo il set infuocato dei Lizard è dei Built To Spill, che festeggiano il ventennale dalla formazione in quel di Boise, Idaho. Le loro chitarre anni 90 la fanno da padrone per tutto il set, tra lunghe jam session, ballate come “Kikked In The Sun” e gran finale con “Carry The Zero”, sinceramente ormai siamo tutti un po’ stanchi e allo stesso tempo ansiosi che il vero festival cominci l’indomani.

Sabato 18. Il cielo è ancora nuvoloso, fa freschino e il programma è serratissimo. Diciotto band in tre palchi, si comincia prestissimo, alle 13.00, con Disappears, progetto di Brian Case (90 Day Men, The Ponys), contemporaneamente nel palco piccolo è la volta dei Cymbals Eat Guitar da New York (città sempre molto presente in questo festival). E ancora è una corsa tra i vari stage per vedere e ascoltare una serie di band (The Duchess and the Duke, Plants And Animals, Fucked Up, The Antlers, Bowerbirds) e finalmente è la volta dei chiaccheratissimi The Pains Of Being Pure At Heart, il loro omonimo album di debutto è suonato in heavy rotation dalle indie radio statunitensi (un disco che sembra fatto tutto di singoli!) e il pubblico è caloroso e divertito: i cinque giovani ragazzi di Brooklyn sono quasi commossi da tanto entusiasmo e fa tenerezza vederli così felici sul palco cantare “We Will Never Die”. La loro musica, dalla chiara influenza British anni 80, è una ventata di freschezza ed entusiasmo. Tra i tanti brani energici, “Young Adult Friction”, con il suo ritmo serrato e un ritornello irresistibile, infiamma il parco. Bravi.

Sono le 16.20 e Final Fantasy (il canadese Owen Pallett) si presenta sul grande palco da solo con violino e tastiera, e strega i più di 40.000 presenti (tutti in religioso silenzio) con un set di rara bellezza e classe, fatto di virtuosismi e suoni celestiali. Sbalorditiva la sua capacità di costruire loop e melodie creando con il solo violino la base strumentale delle sue canzoni. Owen stesso dichiara sul palco di essere spaventato e di non aver mai suonato un set così ambizioso a un festival, ma il risultato è eccezionale e applauditissimo.

Dopo i giovani e divertenti Polnytail, arrivano, ancora da Brooklyn, gli Yeasayer: una gran bella sorpresa, il loro rock-pop sperimentale è uno strano incrocio tra Duran Duran e Depeche Mode, con un pizzico di India tribale e di Radiohead. Il live è coinvolgente, e proprio mentre suonano la loro hit “Sunrise”, la pioggia decide di scendere fortissima sul pubblico in estasi, un momento bellissimo.

BeirutPer fortuna i temporali estivi durano poco e dopo Wavves, Doom e Lindstrom, è il turno di Beirut, aka Zach Condon, il giovane ma ormai consumato fondatore del progetto è molto atteso. Purtropo una band non all’altezza non riesce a rendere dal vivo la bellezza della sua musica, il batterista è fuori sincrono, il bassista pure, ma la voce di Zach riscalda e la sua presenza è magnetica. Fantastico il duetto di “Sunday Sun” con Final Fantasy al violino per tutta l’ultima parte del set.

Sul palco principale fervono i preparativi per l’ultimo live della giornata, in sottofondo "Human Nature" di Michael Jackson (R.I.P.).

Ore 20.40. Sono pronti The National. Semplicemente un concerto grandioso. La band è padrona del palco, e mentre snocciola canzoni su canzoni da "Alligator" e "Boxer", il frontman Matt Berninger (probabilmente ubriaco) cade, si rialza, urla e sussurra. La band, composta da due chitarre, basso, batteria, violinista/polistrumentista e un trombettista, è mostruosa. Apoteosi le performance di "Fake Empire" e di "Mr November", con tanto di stage diving di Berninger (elegantissimo nel suo completo, anche mentre si tuffa sul pubblico). Che meraviglia.

Domenica 19, altre 18 band, dalle 13.00 si esibiscono Michael Columbia, The Mae Shi, Dianogah (non sapevo fossero ancora in giro!), Frightened Rabbit, i Blitzen Trapper da Portland, i Killer Whales, e i Women dal Canada, che riscuotono un discreto successo con i loro suoni cacofonici e l’esecuzione della ormai famosa “Black Rice” (ma quant’è dolce e bravo il chitarrista!).

Sono le 16.15, e sembra finalmente luglio: sole e caldo. Tra tanta bellezza e perfezione, ecco che arriva il momento buuu del festival: The Thermals. Un live orrido, quattro cover in 40 minuti di set, dai Sonic Youth ai Nirvana, poi Breeders e finale con "Basket Case" dei Green Day. Le canzoni sono tutte uguali, l’unica traccia di dinamismo è nei saltelli della bassista e le cover sono la copia esatta delle originali. Non si intravede il motivo della loro presenza a questo festival. Totalmente fuori contesto.

The WalkmenPer fortuna, dopo questo brutto momento, arrivano, da New York ovviamente, The Walkmen. Mi sbilancio: uno dei live migliori visti quest’anno. Con l’aiuto di un’orchestra di fiati di sette elementi, la band si esibisce in un concerto meraviglioso, coinvolgente ed emozionante. Gli straordinari musicisti che compongono il gruppo (il batterista e il chitarrista su tutti) creano un unico mix di suoni vintage, romantici, struggenti e potentissimi. Hamilton Leithauser ha una voce spaventosamente bella, capace di acuti strabilianti e si capisce perché molti degli artisti presenti al festival sono al lato del palco ad applaudirlo. Memorabili le versioni di “Luisiana”, “In The New Year” e “The Rat”.

Mentre sul palco piccolo si esibiscono Vivian Girls, Mew e The Very Best, l’area principale è in fervida attesa per Grizzly Bear e The Flaming Lips.

Prima, però, è la volta dei francesi M83, che non riesco ad apprezzare completamente forse perché ancora stregata dai The Walkmen, forse perché il sole è troppo alto per questi ritmi elettropop.

I Grizzly Bear sono pronti a rispondere alle aspettative del numerosissimo pubblico, e, nonostante alcuni problemi tecnici, ci riescono bene. Elegantissime le melodie e perfette le armonie delle loro voci, I quattro spaziano dalle atmosfere eteree di “Knife” a quelle più pop di “Two Weeks”. Un bel concerto, con il quale hanno anche festeggiato il compleanno del batterista. Auguri!

Wayne Coin (Flaming Lips) si improvvisa gelataioOre 20.30, ci siamo, il gran finale è tutto per i Flaming Lips, e non poteva esserci conclusione migliore. La festa che contraddistingue i live della storica band di Oklahoma City coinvolge tutti in uno sforzo finale di entusiasmo e urla. Palloncini, coriandoli, il palco affollato come sempre da personaggi dai vari travestimenti, un’esplosione di gioia. E anche se Wayne Coyne parla e conversa col pubblico più di quanto canta, lo perdoniamo intonando tutti insieme “Do You Realize”.

Ore 22.00, con grande ordine 50.000 persone defluiscono dal parco e il Pitchfork Festival è finito.
Bravi agli organizzaori che hanno creato una macchina praticamente perfetta per il pubblico e per gli addetti ai lavori. Bravo il pubblico, rispettoso, entusiasta, curioso, sorridente. Bravi gli artisti, per le esibizioni ma anche per l’autentico senso di comunità e di collaborazione che hanno dimostrato, presenziando a tutti i concerti dei propri colleghi.
Pronti per fare il biglietto per l’anno prossimo?

Foto di Joseph Desler Costa
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