Vasco Rossi

Non siamo mica gli americani

1979 (Lotus) | songwriter, rock

Con una buona dose di cinismo si può affermare che se, nel 1985, la cocaina avesse disgraziatamente causato la dipartita di Vasco Rossi al posto del suo arresto, oggi il rocker emiliano sarebbe incensato dagli stessi radical chic che fanno gara a buttare fango su di lui. Accanimento ingiusto, visto che se il Vasco odierno, bolso e nazional-popolare, è francamente imbarazzante (ma molto meno di altri idoli dell'italiano medio che, a differenza sua, o non hanno mai prodotto nulla di artisticamente significativo o, se lo hanno fatto, è stato per periodi molto brevi e con risultati decisamente inferiori - vedi Ligabue, prematuramente scomparso dopo tre album promettenti), quello a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta ha ridefinito sia il concetto di rock che di cantautorato italiano, regalandoci almeno cinque album-capolavoro e, volenti o nolenti, ha imposto un modo di scrivere e interpretare canzoni che è entrato nell'immaginario collettivo (meraviglie come "Albachiara" e "Vita spericolata" si possono solo fingere di non conoscere a memoria), oltre a essere stato un'influenza trasversale per un numero imprecisato di artisti pop e rock nostrani (cito a caso: Cccp, Tre Allegri Ragazzi Morti, 883, i Litfiba della gestione Pelù-Renzulli, Le Luci della Centrale Elettrica, Dente, Brunori Sas...).

Frutto anche lui del '77 emiliano, sarebbe, al pari di Gaznevada e Skiantos, una credibilissima colonna sonora dei fumetti di Andrea Pazienza - nelle sue canzoni c'è tutto lo scazzo post-ideologico di un Pentotal o di un Fiabeschi, anche se la sua ostentata fragilità lo tiene lontano dal cinismo alla Zanardi. Sempre per restare nell'ambito fumettistico (confronto pregnante, tenuto conto che il personaggio Vasco è stato il protagonista delle belle strisce di Massimo Cavezzali), la provincia tratteggiata nelle sue canzoni è estremamente simile alla fattoria McKenzie di Silver, seppur con la tara degli eccessi alcolici, psicotropici e sessuali assenti nelle vignette di Lupo Alberto.

Cinque capolavori, si diceva: tolto l'esordio in stile cantautorale di "...Ma cosa vuoi che sia una canzone" (da rivalutare, ma decisamente poco "stile Vasco"), si sarebbe potuto scegliere a caso tra "Non siamo mica gli americani", "Colpa d'Alfredo", "Siamo solo noi", "Vado al massimo" e "Bollicine" senza timore di sbagliare.
Alla fine prevale il disco del 1979 (stesso anno, guarda caso, di "America Goodbye" di Alberto Radius... ma, a differenza di quest'ultimo, gli Usa per Vasco non sono un oggetto di riflessione, ma un implicito metro di paragone per sottolineare le differenze con la provincia emiliana e, in generale, con l'Italia - "Non siamo mica gli americani", appunto! E, per questo il nostro rock non può che essere diverso), non solo perché è il primo in cui tutti gli elementi che hanno caratterizzato il sound e la filosofia del Nostro fanno la loro comparsa, ma anche perché contiene due immensi capolavori come "Fegato, fegato spappolato" e "Albachiara". Se gli si vuole trovare un difetto, sta negli arrangiamenti di Gaetano Curreri che stemperano in parte l'urgenza che invece troverà libero sfogo nei lavori successivi (in particolare "Colpa d'Alfredo" è un'opera punk fino al midollo, persino in ballate come "Anima fragile" e "Tropico del Cancro" o in rockettini apparentemente innocui come "Non l'hai mica capito").

Il primo brano si apre con un arpeggio che lascerebbe intuire una continuità con lo stile battistiano dell'esordio; tuttavia, dopo circa un minuto, "Io non so più cosa fare" scarta nettamente in territori più rock, mentre il testo narra delle masturbazioni mentali dell'autore che, davanti alle esplicite avances della compagna, finge di dormire. Ed è chiarissimo all'ascoltatore che le sue pur spassose scuse ("magari è femminista/ e non vuol farsi certo violentare/ ma vuole gestire") nascondono, nella migliore delle ipotesi, pigrizia, nella peggiore insicurezza sui propri mezzi. Emergono già da questo brano molte delle sue caratteristiche stilistiche (il cantato/parlato slegato dal ritmo à-la Jannacci, l'andamento alcolico e ricco di intercalari, il raccontare vicende personali per comunicare qualcosa di, quantomeno, generazionale) e tematiche (la lotta tra sessi nella quale l'uomo, inevitabilmente, soccombe o comunque ne esce in maniera pessima: Vasco Rossi è un rocker italiano che, contrariamente ai clichè su rocker e italiani, rifugge ogni forma di machismo e racconta le proprie debolezze con una sincerità assolutamente priva di retorica).
"Fegato, fegato spappolato" andrebbe tramandata ai posteri come istantanea della gioventù italiana sul finire degli anni 70 (quando i movimenti giovanili erano affogati nel sangue della repressione poliziesca e del terrorismo). Senza nulla in cui credere, non restano che l'alienazione e l'alcol, ammesso e non concesso che quest'ultimo sia peggio dell'ideologia. Dieci anni dopo i Cccp canteranno "Tedio domenicale/ quanta droga consuma" con in testa questa canzone. Quello che, tuttavia, mancherà al gruppo di Giovanni Lindo Ferretti rispetto al loro antesignano di Zocca sarà l'ironia leggera e la felicità narrativa che gli ha permesso di tratteggiare questo bozzetto di vita provinciale su un indiavolato ritmo funk-rock - con una citazione conclusiva di "God Save The Queen" dei Sex Pistols.

"Sballi ravvicinati del terzo tipo" e "(Per quello che ho da fare) faccio il militare" sono due ballate, entrambe giocate su voce, chitarra e pochi effetti, seppure antitetiche: la prima, psichedelica e sognante, nasconde dietro al tema fantascientifico una toccante dichiarazione di ateismo (punto sul quale Vasco è sempre stato coerente - il che, coi tempi che corrono, suona quasi rivoluzionario), la seconda, invece, è semplicemente la migliore canzone che sia stata scritta sul tema del servizio militare: al posto del vittimismo generalmente utilizzato (si pensi alle canzoni dei Litfiba sull'argomento) il Nostro gioca la carta dell'umorismo goliardico, perfetto per descrivere quel teatrino dell'assurdo che, sotto una pretesa di seriosità, era la leva obbligatoria ("ma non ci si può rilassare/ i russi possono arrivare ognora/ e se ci portano via le armi come la facciamo la guerra, dimmi, coi bastoni?!") e con quel titolo geniale ci spiega che, in fondo, la vita fuori dalla caserma non doveva sembrargli meno strampalata.

La seconda facciata del 33 giri si apre con il rock danzereccio de "La Strega (la diva del sabato sera)": il brano, che si richiama al glam dei T-Rex a partire dall'utilizzo di una voce pigra e insinuante, parla di un'egocentrica zoccoletta di provincia e fa da perfetto contraltare alla successiva "Albachiara". Quest'ultima canzone andrebbe di diritto inserita tra le dieci più belle della musica italiana di sempre - e lasciamo stare il fatto che è troppo inflazionata e che il fan medio di Vasco ha fatto sempre l'impossibile per rendercela insopportabile. Si tratta di un acquerello che ritrae una ragazza timida e poco appariscente presa al fiorire della sua adolescenza. La narrazione - semplice e garbata (pure nel riferimento alla masturbazione) e, forse per questo, incredibilmente poetica - viene accompagnata in opposizione equilibrata da una ballata pianistica che, improvvisamente, lascia il posto a un rock pesante, con un riff che pare uscito dalla chitarra di Glenn Tipton (la circostanza che i Judas Priest fossero stati un'influenza per Vasco emergerà in maniera più esplicita da "Dimentichiamoci questa città" che richiama, al limiti del plagio, "Livin' After Midnight"). Il successo del brano, specie da quando comincerà a essere usato come pezzo di chiusura di tutti i concerti del Nostro, farà sì che l'intero album venga successivamente ristampato col titolo "Albachiara" (e con una copertina diversa, e più anonima, dell'originale).
"Qundici anni fa", altro rock da discoteca, è forse l'unico riempitivo del disco - seppure piacevole e con un'interessante coda progressiva - mentre la conclusiva "Vabbè, se proprio te lo devo dire" è un talking jazz in salsa dixieland e dal testo spiritoso che omaggia Enzo Jannacci (assieme a Lucio Battisti, la principale influenza italiana di Vasco).

Il disco farà di Vasco Rossi una figura di culto della scena rock italiana, status che manterrà fino al grande successo della seconda metà degli anni 80. Successo, che, va detto, è stato sempre coerentemente cercato e il suo raggiungimento è dovuto a una serie di album dall'indiscutibile valore artistico. Che poi lo stesso sia stato cementato e accresciuto con opere via via sempre più mediocri, fino all'imbarazzante presente, non toglie nulla alla grandezza che il personaggio ha avuto.

(08/07/2012)

  • Tracklist
  1. Io non so più cosa fare
  2. Fegato, fegato spappolato
  3. Sballi ravvicinati del terzo tipo
  4. (Per quello che ho da fare) Faccio il militare
  5. La strega (la diva del sabato sera)
  6. Albachiara
  7. Quindici anni fa
  8. Va be' (se proprio te lo devo dire)
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