Verve

Verve

Il grande rimpianto del brit-pop

di Danny Stones

Durante i tempi d'oro del brit-pop furono prima un "oggetto misterioso", poi gli avversari più "temibili" di Oasis e Blur, grazie all'exploit mondiale di "Urban Hymns". Quindi, lo scioglimento e l'avvio della carriera solista del leader, Richard Ashcroft. E nel 2008, a sorpresa, la reunion. La parabola della band di Wigan, Lancashire, tra successi e rimpianti
La nostra retrovisione di quanto accadde ai Verve di Richard Ashcroft e Nick McCabe parte dal ricordo delle considerazioni di chi visse l'annata d'oro del gruppo, quella del 1997/98, all'indomani del non del tutto imprevisto scioglimento della band, che tanto clamore tuttavia suscitò nelle pagine di quelle stesse riviste inglesi che fino a qualche anno prima descrivevano con l'aggettivo "inconcludente" la musica del gruppo di Wigan, Lancashire.
Il video di "Sonnet", quarto singolo del fortunato, sotto tutti i punti di vista, Urban Hymns, era ancora in alta rotazione sui canali televisivi di tutta Europa, i Verve erano stati comunemente insigniti quali band dell'anno, e la sensazione era che ciò non fosse che il vero incipit di un percorso non più tortuoso che avrebbe portato il gruppo diritto verso la storia del rock britannico.
D'altronde, in una profetica - quanto superba all'epoca - dichiarazione del 1993, Richard Ashcroft, mente discussa del gruppo, annunciava: "La storia ha un posto anche per noi, magari impiegheremo tre album per entrarvi, ma alla fine saremo lì, nel posto che ci spetta". Non si può affermare che Richard non avesse le idee ben chiare sin dall'inizio su ciò che sarebbe stato del suo gruppo...

Accostati a numerosi fenomeni e sotto-fenomeni della musica inglese di quegli anni, i Verve esordiscono con il singolo "All In The Mind" nel Marzo del '92; la canzone fonde le strutture e le soluzioni degli Stone Roses con il rumore tipicamente shoegazer della chitarra di McCabe, fan non dichiarato di My Bloody Valentine e Jesus and Mary Chain. Il brano convince le riviste locali e la Hut Recordings che li ha messi sotto contratto, la quale prepara loro il terreno favorevole per l'album d'esordio, pubblicando altri due loro singoli, "She's A Superstar" e "Gravity Grave", che come "All In The Mind", raggiungono la vetta delle chart indipendenti inglesi. Il gruppo, composto anche dal bassista Simon Jones e dal batterista Peter Salisbury, comincia subito ad attirare attenzioni intorno a sé, anche a causa del comportamento arrogante che li contraddistingue già nelle prime esibizioni; Ashcroft e soci decidono deliberatamente di proporsi senza alcun preavviso in abito unplugged, non presentandosi ai soundcheck, o abbandonano improvvisamente il palco senza farvi ritorno se qualcosa non era di loro gradimento, o ancora devastando microfoni e altre apparecchiature di proprietà dei gestori dei piccoli festival cui erano chiamati a esibirsi.

Le buone recensioni ottenute dai tre singoli di lancio portano i Verve in sala di registrazione per incidere quello che sarà l'album d'esordio, A Storm In Heaven. Il disco non si avvale della presenza di nessuna di quelle tre canzoni, e ben otto dei dieci pezzi sono composti proprio "all'impronta", sotto l'effetto di sostanze allucinogene e alcol, componenti e temi essenziali in tutto l'arco della carriera del gruppo. Ne nasce un lavoro in cui a dominare sono le atmosfere sulfuree e cavernose, psichedeliche, seppur ancorate a schemi tipicamente pop, che si presenta come un unico blocco da inghiottire e assorbire col tempo. Alla strumentazione di base, la band aggiunge qua e là fiati e percussioni, come in "The Sun, The Sea", che uniti al grande lavoro di Nick McCabe alla chitarra, impongono alla base ritmica accelerazioni e divagazioni che la stampa inglese boccia come totalmente out of focus. Il basso di Jones crea un sottofondo misterioso in grado di amplificare la vena psichedelica delle liriche di Ashcroft: "Already There" e "Beautiful Mind" fungono da anestesia già nella prima parte del disco, il quale salvo qualche breve episodio - vedi il singolo "Blue" - propone per tutta la sua durata quest'atmosfera evocativa, lasciandoci come intrappolati all'interno di un sogno, che parte con l'iniziale "Star Sail". L'album è interessante nelle sue intenzioni, ma effettivamente sembra ancora un poco acerbo, e forse avrebbe avuto bisogno dell'inserimento nella scaletta di almeno un paio delle canzoni che lo precedettero

La band si imbarca in un tour americano in supporto ai Black Crowes dei fratelli Robinson, partecipando anche a qualche data del Lollapalooza, quando Peter Salisbury viene arrestato per aver distrutto una camera d'albergo di Kansas City in preda a un abuso di alcolici, e Richard, il giorno seguente, sviene poco prima dell'esibizione dei Verve per disidratamento dovuto ai postumi della nottata precedente. Il gruppo è richiamato in patria dove sono già state programmate delle date in compagnia degli allora sconosciuti Oasis, coi quali sanciscono una sorta di patto di non belligeranza per i giorni a seguire. Intanto, il nome del gruppo diventa The Verve, in seguito alle lamentele di un'etichetta jazz omonima degli Stati Uniti. E proprio in America viene pubblicato un Ep omonimo compilato con tracce prese dai retri dei singoli e qualche canzone ritenuta significativa dal disco d'esordio. Pochi mesi più tardi un altro Ep, No Come Down, contenente alcune b-side già comparse in vecchi singoli, dei mix alternativi e una traccia dal vivo, giunge nei negozi inglesi, ben presto dimenticato.

Nel novembre del 1994 i quattro membri del gruppo si ritrovano nei Loco Studios, in Galles, per registrare il secondo capitolo con il produttore Owen Morris, figura di rilievo nella scena brit-pop inglese, nonché produttore dei migliori lavori degli stessi Oasis, che nel frattempo godendo del successo di "Definitely Maybe", avevano invertito coi Verve il ruolo di band supporter.
Dalle registrazioni in Galles nasce A Northern Soul, un album che mantiene più di un legame con A Storm In Heaven, ma estende i confini territoriali del gruppo, strizzando inevitabilmente l'occhio anche alle produzioni brit-pop contemporanee, senza tuttavia dedicarvi il fondamento e la ragione del disco. A Northern Soul è carico delle atmosfere dense e robuste del suo predecessore, e talvolta sembra anche concedersi qualche divagazione di troppo, vedi il minutaggio eccessivo di diversi brani che sembrano davvero dilatarsi senza concludere nulla di significativo; ma, parallelamente alla vena psichedelica e stralunata cui Ashcroft e McCabe non sembrano voler rinunciare in favore di un songwriting più consono alla moda del momento, ecco accostarsi una piccola parentesi di brani melodici e in linea di massima "standard" per il periodo, in particolare i singoli "On Your Own", una discreta ballata acustica che si perde però in un banalissimo e inutile finale, e soprattutto l'epica "History", probabilmente uno dei migliori brani mai composti dal gruppo, che ricalca le soluzioni di Morris per l'arrangiamento del singolo natalizio degli Oasis di quell'anno, vale a dire "Whatever". Aggiungono spessore all'album il rock impetuoso delle due canzoni iniziali, "A New Decade" e "This Is Music", oltre al migliore episodio old-style del lotto, "Stormy Clouds". Ma, ancora una volta, i Verve sembrano non aver raggiunto il nocciolo, il core delle loro capacità, verosimilmente stressati e stanchi della vita piena di eccessi vissuta fino a quel momento. L'album, carico di alte aspettative da parte di stampa e band stessa, si rivela un doloroso insuccesso per Ashcroft, che alza bandiera bianca pubblicamente, cadendo in un pericoloso esaurimento nervoso, mentre Nick McCabe, al termine di un concerto a Glasgow e in seguito a dissidi interni al gruppo, abbandona la band rinunciando al resto dei concerti e causando lo scioglimento dei Verve, che assistono impotenti al crollo dei loro sogni di gloria. Nei crediti di "(What's The Story) Morning Glory?", Noel Gallagher dedica all'incompreso "genio di Richard Ashcroft" una delle canzoni del nuovo album degli Oasis, "Cast No Shadow", e mentre il suo disco battaglia con "The Great Escape" dei Blur nelle classifiche inglesi di quei mesi, A Northern Soul sprofonda nel dimenticatoio in pochissimo tempo.

Quando tutto sembra perduto, Ashcroft recluta un vecchio amico, Simon Tong, a rimpiazzare il disertore McCabe, e richiama gli altri compagni della band per provarci di nuovo, stavolta con il produttore Youth negli studi Metropolis di Londra. Nick McCabe, sanata la rivalità per la leadership del gruppo, rientra alla base quando Richard ha già composto tutti i pezzi del nuovo lavoro. Il chitarrista impone una nuova fase di arrangiamenti per i brani di Ashcroft e la composizione di altri pezzi da includere nell'album, con un nuovo produttore, Chris Potter, e in un altro studio di registrazione di Londra, l'Olympic, dove vengono registrate circa venti canzoni per quello che sarà Urban Hymns, il disco capolavoro della band di Wigan.
L'album vede la luce nel 1997, all'ombra di "Be Here Now" degli Oasis, dell'omonimo dei Blur, e in un periodo in cui Prodigy e Radiohead raccolgono i maggiori consensi di critica e pubblico. Il video di "Bittersweet Symphony" coinvolge e disarma il pubblico di Mtv, che accorre nei negozi a comprare l'album dei Verve, non sapendo cosa stavano in realtà acquistando. Il brano in questione - va detto - contiene una irriconoscibile base presa in prestito da un vecchio pezzo dei Rolling Stones, che, venuti al corrente del misfatto, non rinunciano al 100% degli introiti di una canzone così fortunata. Ashcroft si vendica con il resto dell'album, che contiene gran parte delle migliori canzoni eseguite dal gruppo, fra cui spiccano la splendida ballata "The Drugs Don't Work", poi ripescata e resa patetica da Ben Harper, il wah-wah di "Weeping Willow", e l'altro fortunato singolo "Lucky Man". Ma è tutto l'album a convincere, sia nelle parti acustiche sia in quelle ormai di stampo tipicamente verviano, ovvero le psichedeliche "Catching the Butterfly" e "Velvet Morning".
La profezia di Ashcroft viene ricordata quando i Verve vengono eletti band dell'anno, spodestando gli amici-rivali Oasis da un ovvio, ma non meritato, primo gradino del podio. Sembra tutto filare per il verso giusto, quando altri dissapori fra la band e Ashcroft portano alla nuova dipartita di McCabe nel bel mezzo del tour americano.

Dopo mesi di speculazioni, la band dichiara di essersi ufficialmente sciolta, mentre Ashcroft registra le canzoni di quello che sarà il suo primo album solista, Alone With Everybody, accompagnato da una nuova band, fatta eccezione per la presenza del batterista Peter Salisbury, che sceglie di seguirlo in questa nuova avventura. Dei Verve non si saprà più nulla fino al novembre 2004, quando esce una raccolta, comprendente quattordici delle canzoni più significative del gruppo, inclusi i primi tre rari singoli e due outtake dalle sessioni di Urban Hymns, oltre a un dvd con tutti i video ufficiali della band.

Il percorso di Ashcroft solista riparte con la casa discografica Virgin, dalle fondamenta del successo dell'ultimo album dei Verve, senza però replicarne l'efficacia negli arrangiamenti e soprattutto nel songwriting, qui bisognoso come non mai di nuove idee e di una produzione meno regolare e fredda. Le orchestrazioni che avvolgono alcuni dei brani, ripescate direttamente da "History" e da "Bittersweet Symphony", riprendono in considerazione un pop sinfonico in cui l'eccesso melodico porta facilmente alla nausea da secondo ascolto, un po' come accade per alcune composizioni degli ultimi Rem. Vanno risparmiate una manciata di canzoni, tuttavia ripetitive e non trascendentali ("A Song For The Lovers", "Money To Burn" soprattutto), che evitano a Alone With Everybody la bocciatura completa.

Nel 2002 Ashcroft ci riprova con Human Conditions, un lavoro stavolta più ambizioso del precedente, in cui riecheggiano ancora una volta gli arrangiamenti orchestrali del pop di Byrds e Beach Boys, e di alcune composizioni dei Rolling Stones, ma che grazie a melodie più accattivanti in grado di resistere alla prova del tempo, riesce a convincere e deliziare. Sono soprattutto i singoli "Check The Meaning", "Buy It In Bottles", "Science Of Silence" a restare maggiormente impressi, oltre alla sinfonica "Nature Is The Law" in chiusura del disco, che vede anche la presenza di Brian Wilson dei Beach Boys, quasi a legittimare la direzione intrapresa da Ashcroft. Non accade più nulla di rilevante da segnalare, oltre all'ingresso nella formazione live dei Blur da parte di Simon Tong, in sostituzione di Graham Coxon per la tourneé di "Think Tank".

Il terzo disco solista di Ashcroft,Keys To The World, esce nel 2005, ma è ancora un passo falso. Ossessionato da un'idea di classicità che purtroppo in questo caso fa rima soltanto con sterile inattualità, Ashcroft non riesce a costruirsi una personalità forte che gli permetta di stare al passo non solo coi tempi, ma anche col suo passato.

Tre anni dopo, a sorpresa, arriva la notizia della reunion dei Verve.
C'era dunque una certa curiosità e anche una discreta aspettativa, soprattutto da parte degli estimatori di vecchia data, nei confronti del nuovo lavoro, Forth, realizzato dal nucleo originario della band (escludendo la seconda chitarra di Simon Tong, del resto subentrato durante la lavorazione del terzo disco) e in parte già eseguito dal vivo nelle numerose apparizioni della band in festival estivi in giro per il mondo.
"Love Is Noise", il primo singolo estratto, aveva suscitato più di qualche legittima perplessità, a causa di un arrangiamento troppo patinato e stucchevole e di un'attitudine pop ostentata che, per un attimo, aveva fatto temere per il gruppo una inesorabile deriva in territori mainstream, molto vicina a Keane e Coldplay. Il brano, tuttavia, tende a rimanere un episodio isolato all'interno del lavoro, che si discosta in maniera netta dalla direzione stilistica predominante. La conferma viene già dall'opening track "Sit And Wonder": una composizione molto complessa e articolata, che riporta alle mente la visionarietà pastosa dei primissimi lavori del gruppo. Il pezzo si segnala per il tratto libero e fluido del ritrovato chitarrista McCabe, abile nel plasmare un flusso ininterrotto di allucinazioni lisergiche sostenute da una base ritmica poderosa.
Da qui in poi il disco si biforca in due direzioni: da un lato ballate romantiche dalla linea più melodica e dall'altro brani più lunghi, aperti a incursioni psichedeliche e ampie parentesi dalla struttura vagamente improvvisativa. Non serve aggiungere che le cose migliori si ascoltano nei pezzi appartenenti a questa seconda categoria, in cui la fantasia compositiva del gruppo può scatenarsi con maggiore libertà. "Numbness" è un blues algido e introspettivo, graffiato da una chitarra aguzza che ricorda certi momenti degli Spacemen 3. "Noise Epic" assume invece la fattezze scomposte di un'interminabile jam (oltre otto minuti) lungo l'asse Television/Can/Sonic Youth, capace di alternare spirali ipnotiche di psichedelia in progressione circolare a sfuriate noise-krautedeliche davvero appetibili. "Columbo" si avvolge in una coltre spessa di dream-pop rarefatto e sfuggente con venature canterburyane. Sulla stessa lunghezza d'onda anche "Judas", impreziosita da inserti orchestrali e tenui tentazioni soul/gospel.
Non si può purtroppo dire lo stesso a proposito dei pezzi più lineari e pop: "I See Houses" e "Rather Be" rievocano vecchie pagine dell'Ashcroft solista ma, nonostante il livello qualitativo fletta sensibilmente (scalfendo lo coesione e la compattezza del lavoro complessivo), "Appalachian Springs" e "Valium Skies" riescono a mantenersi a galla, grazie a un songwriting solido e controllato.

Un punto di (ri-)partenza credibile e pienamente giustificato per una band che proprio a partire da queste canzoni dovrà saper dimostrare di aver conseguito quella maturità che spesso nel corso della sua storia le è mancata, fino a comprometterne in più occasioni la stessa sopravvivenza.

Contributi di Francesco Giordani ("Forth")

Verve

Il grande rimpianto del brit-pop

di Danny Stones

Durante i tempi d'oro del brit-pop furono prima un "oggetto misterioso", poi gli avversari più "temibili" di Oasis e Blur, grazie all'exploit mondiale di "Urban Hymns". Quindi, lo scioglimento e l'avvio della carriera solista del leader, Richard Ashcroft. E nel 2008, a sorpresa, la reunion. La parabola della band di Wigan, Lancashire, tra successi e rimpianti
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Discografia
  THE VERVE

 

  

 

 A Storm In Heaven (Hut, 1993)

6

 No Come Down (Ep, Hut, 1994)

5,5

 A Northern Soul (Virgin, 1995)

6

Urban Hymns (Virgin, 1997)

8

 This Is Music: The Singles (antologia, Virgin, 2004)

 

 Forth (Virgin, 2008)

7



 RICHARD ASHCROFT

 

  

 

 Alone With Everybody (Virgin, 1999)

5

 Human Conditions (Virgin, 2002)

6

 Keys To The World (Virgin, 2006)

4,5

 RPA & The United Nation of Sound (Parlophone, 2010)

4,5

 These People (RPA, 2016)

6,5

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