St. Vincent

Actor

2009 (4AD) | songwriter, alt-pop

Last trip to Tulsa, Annie goes to Broadway.
Annie Clark, cantautrice e polistrumentista nativa dell'Oklahoma, ex-stagista di Glenn Branca, protegé di Sufjan Stevens e fuggevolmente Polyphonic Spree, già rivelatasi con autentici gioielli quali "Jesus Save, I Spend", "Your Lips Are Red" e "The Apocalypse Song" (dall'album d'esordio "Marry Me" del 2007), ridicolizza la paura del sophomore (così gli americani chiamano "il secondo album che è sempre più difficile nella carriera d'un artista") con un volo senza rete nel cielo dei panorami sonori della musica per cinema e dei costrutti sinfonici applicati al suo pop barocco un po' lillipuziano.

Dice lei che per superare il blocco della autrice, dopo due anni di tour che le avevano quasi fuso il cervello, ha passato giorni e giorni sul suo divano a guardare i film, specialmente i cartoni della Disney, e che, dagli oggi, dagli domani, le è venuta l'ispirazione su come dovessero suonare i pezzi del nuovo album. Dice lei che nel profondo di ogni musicista c'è sempre l'ambizione malcelata di essere un compositore e così anche a lei, pur non pensando di averne le capacità, è venuta voglia di scrivere musica "seria".

E, difatti, nel nuovo "Actor" c'è un po' di tutto questo: ambizioni da musical psichedelico, atmosfere elfmaniane/disneyane, fastosi arrangiamenti per fiati e archi che omaggiano Stravinsky, solide basi elettroniche e un filo conduttore nei testi che sembra rimandare a una sorta di concept simbolico e impressionista sulle frustrazioni della donna americana, qualcosa d'incerto fra Sylvia Plath e la "Desperate Housewife". E le ambizioni trovano un immediato riscontro sul piano della scrittura: tutto in "Actor" è non solo arioso, maestoso, luminoso, ma anche agile, spiazzante, orecchiabile, testimone di un fragile equilibrio, sintomo di uno stato di grazia che rilancia il suo potere ipnotico ogni volta che sei sul punto di ridestarti.

"The Strangers" apre su corali incantate e prosegue con una trama orchestrale e sintetica sostenuta dal ritmo della cassa, su cui si libra la voce eterea e riverberata fino al bridge distorsivo che dà sul finale. "Save Me From What I Want" ammalia a passo di marcia, sospinta da bassi convessi e voluminosi, fra response da girl group e intarsi psichedelici di chitarra. "The Neighbors" è l'aria broadwayana perfetta che cala su un andamento downtempo, fra scatti indie-rock, accompagnamenti corali e un'avvolgente armonia di moog. "Actor Out Of Work" è il primo singolo: una miniatura di synth-pop barocco. "Black Rainbow" è una gioiosa follia tutta costruita su un ritmo synth in levare, coi bellissimi rimandi fra i fiati e gli archi, fino all'ascensione sinfonica conclusiva in cui entrano la batteria, a colpi di cassa, e le linee di chitarra quasi glam.
Ma il vero capolavoro è "Marrow": solita ouverture corale/orchestrale e poi... una serie di bordate elettro-funky con break sincopati, di nuovo archi e corali, quasi gotiche stavolta, in sottofondo, Edward "Mani di Forbice" che recita nello stesso film con Bjork e Madonna. "The Bed" rinnova l'ascendenza elfmaniana col suo arpeggio orientale, le riprese operistiche da Sol Levante e le citazioni morriconiane del finale. La cantata per pattern di piano/basso e batteria metronomica "The Party" si produce in un ritornello ululato da brivido, poi ripreso in coro nella chiusa bandistica, mentre il balletto onirico-psichedelico di "Just The Same But Brand New" suggella degnamente un'opera da applausi prima che il neoclassicismo di matrice folk di "The Sequel" cali il sipario.

La stessa Annie Clark, eppure completamente nuova.

 

(06/05/2009)

  • Tracklist
  1. The Strangers
  2. Save Me From What I Want
  3. The Neighbors
  4. Actor Out Od Work
  5. Black Rainbow
  6. Laughing With A Mouth Of Blood
  7. Marrow
  8. The Bed
  9. The Party
  10. Just The Same But Brand New
  11. The Sequel
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