Zen Circus

Andate tutti affanculo

2009 (Unhip/ La Tempesta/ Infecta Suoni E Affini) | folk-punk

Gli Zen Circus sono un'altra di quelle band che a un certo punto hanno capito che continuare a cantare le loro canzoni in inglese li avrebbe portati in un vicolo cieco fatto al massimo di qualche tour in club scalcagnati qua e là per l'Europa e dischi venduti a manciate. Allora Andrea Appino s'è messo a scriverli in italiano, i suoi testi, e quel che ne è venuto fuori è piaciuto a tutti, perlomeno quel che è bastato perché decidessero di inciderci un disco intero, nella lingua degli avi. "Andate tutti affanculo" doveva essere un Ep e doveva uscire tempo fa, ma tutta una serie di vicissitudini che oggi nessuno sente il bisogno di ritirare fuori ha fatto sì che vedesse la luce solo poco dopo l'estate scorsa. E come prima di loro è capitato a gente del tipo di Afterhours, One Dimensional Man (geneticamente modificati nel Teatro degli Orrori) e Perturbazione, con l'approdo alla madrelingua gli Zen Circus sembrano aver trovato la quadratura del cerchio. Benvenuti nel club.

Di gavetta ne hanno fatta tanta, i tre ragazzotti pisani, e si sente soprattutto dal vivo. Un basso, una chitarra e una batteria senza grancassa ("minimale", scrivono loro nel booklet del cd) sono sufficienti per far ardere ogni genere di palcoscenico: energia pura e teatralità esasperata che eccitano gli animi di fan e ascoltatori d'occasione. Come spesso accade a chi sa rendere così bene in presa diretta, i lavori da studio lamentano una sorta di piccolo iato diffuso che pervade il grosso dei brani e che per il momento mette un freno all'esplosione di quella che in quanto a idee e a mestiere è una delle migliori band in circolazione nel nostro paese. Detto questo, "Andate tutti affanculo" è un buon disco, ben confezionato e di sostanza.

L'eco del sodalizio stretto negli anni passati con Brian Ritchie, che ha fruttato un tour e, nel 2008, il disco "Villa Inferno" si sente ancora e sarebbe stupido e sorprendente se non si sentisse. C'è un po' di Violent Femmes e c'è molta America, negli Zen Circus, c'è il college rock degli anni Ottanta che digerisce il punk e arriva a farsi mainstream. Rem, Pixies, Replacements, pochi in Italia ne hanno imparato davvero la lezione come hanno fatto loro, a pochi è riuscito l'amalgama tra quelle sonorità sporche e la rigidità metrica di una lingua che, si dice da sempre, col rock and roll non riesce proprio a scendere a patti. Quando canta in italiano, Appino scandisce con vigore, altro che mormorii alla Michael Stipe, piuttosto viene da pensare alle protuberanze baritonali di Augusto Daolio e alle litanie di Giovanni Lindo Ferretti.

L'album è fatto di dieci pezzi tondi tondi carichi di risentimento e ironia. Già dal titolo si capisce che gli Zen Circus ce l'hanno con qualcuno, e la tesi è declinata con sapienza in quasi ogni singolo episodio. "L'egoista", che apre le danze, è una sorta di ballata marziale in cui Appino se la prende con uno incazzato ancora più di lui, ma in fondo senza arrivare a crocifiggerlo. Poi c'è la corsa sfrenata di "Vecchi senza esperienza", meno di due minuti senza tirare il fiato in puro low-fi: se gli Hüsker Dü fossero nati a Marina di Pisa anziché nel Minnesota avrebbero scritto canzoni come questa.
Il terzo brano è uno dei più riusciti, e parla di morte e di morti e di come capita che un bambino ne capisca il significato. "It's Paradise" si srotola come una marcetta sgangherata suonata da macabri menestrelli saltimbanchi. A molti il proprio funerale piacerebbe immaginarlo così. Poi, dopo la nomadiana "We Just Wanna Live", con tanto di coretti da parrocchia, ecco il gioiello. È "Vuoti a perdere", rockettone dal suono pieno che parla d'amore e scorciatoie morali(stiche?), con un ritornello lanciato da un intreccio di chitarre sincopate e una linea di basso che Peter Buck e Mike Mills non avrebbero saputo fare meglio. Poi, certo, a cantare, con classe, c'è Nada: una potenziale hit.

Quindi la title track, che a dispetto delle aspettative è una filastrocca caustica ma tutto sommato posata in cui non si manda a quel paese proprio nessuno nemmeno nel ritornello, che d'altronde non c'è. Con "Amico mio" e "Ragazza di provincia" si torna a guardare al di là dell'Atlantico (anche ai Byrds, stavolta), e già dai titoli si può intuire senza eccessivo sforzo d'immaginazione che non si tratta esattamente di dichiarazioni d'amore.
L'ultima canzone seria è "Gente di merda", e qui siamo dalle parti di un hard-rock che non fa sconti di alcun genere all'appeal da canzonetta. Non ne fa nemmeno Appino, che ci va giù duro e trova anche il modo di incastonarci quello che potrebbe essere il manifesto dell'intero disco: "E' solo mia quest'ironia/ ma io ho voglia di scherzare/ e di volare via/ a prendersi sul serio ci vuole molto poco/ la storia ce lo insegna".

Per chiudere gli Zen Circus scelgono di affidarsi al loro irriverente "Canto di Natale", una ninnananna che ritrae un giovane tossico alle prese con un pranzo di Natale che non finisce mai e un pusher maghrebino che non ne vuol sapere di accettare un paio di guanti nuovi a integrazione dei venti euro in contanti che lui, il tossico, si ritrova in tasca. C'è pure la telefonata con Abdul, francamente esilarante: "Dai, è Natale!", "Importa un cazzo a me del Natale, io musulmano", "Ma per favore, Abdul, sto male!", "E se stai male vai all'ospedale". Capito i tipi, no?

(13/02/2010)

  • Tracklist
  1. L'egoista
  2. Vecchi senza esperienza
  3. It's paradise
  4. We just wanna live
  5. Vuoti a perdere
  6. Andate tutti affanculo
  7. Amico mio
  8. Ragazza eroina
  9. Gente di merda
  10. Canzone di Natale
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