John Maus

We Must Become The Pitiless Censors Of Ourselves

2011 (Upset The Rhythm) | synth, dark-wave

Un bambino annoiato, ancora imbacuccato per i freddi tardo autunnali che minano l'esistenza dei newyorkesi, lavoratori, piccoli borghesi. Un bambino, otto anni circa, indaffarato a strappare i fili di un tappeto che correda il soggiorno dell'amica della mamma che, come al solito, l'ha trascinato con sé nei suoi classici pomeriggi dedicati alla socializzazione. Un biscottino, un'aranciata, il modellino della Ford Torino su cui scorazzavano Starsky & Hutch che finisce sotto il divano. Due sbuffi che non sortiscono alcun effetto. Che c'è lì dentro? Posso? Nessuna risposta. La solitudine del figlio unico. O di chi si sente tale. E la sua voglia di esplorare.
Inoltrandosi dentro l'armadio che contiene a fatica una discreta pila di Lp, album, vinili. Strane copertine, volti tetri ed espressioni brusche. Però belli, potrebbero essere i nuovi nemici di Silver Surfer, con quelle bocche rossissime, le cravatte azzurro-grige, i capelli a punta e gli occhiali di ghiaccio. Gary Numan... John Foxx... Kraftwerk... Peter Murphy... Sister Of Mercy... "Joooooohnnnn!!! Dai che andiamo tesoro!!!!" Nooooo, proprio adesso!? Ma la prossima settimana, quando torniamo da Barbara...

Sì, pare proprio vederlo il piccolo John Maus colto da improvvisa fascinazione per le figure di culto della scena electro-pop-dark-wave di importazione britannica. Sono shock da cui è difficile riprenderti, soprattutto se ti colgono in tenera età. E che ti spingono a sognare a occhi aperti, tentando di emulare le gesta dei nuovi supereroi, mentre gli anni passano e i tuoi coetanei vestono jeans calati pericolosamente e flanella, bermuda e berretto da baseball. Non è che forse sto sbagliando? Non è che mi sono fatto abbindolare da quegli strani inglesi anni 80? A forza di pensarci, qualche amico John se l'è fatto, dalle parti di Ariel Pink pare abbia qualche sodale, ma con la sensazione che forse il pop synthoso tocca coltivarselo da soli. E così ben oltre la soglia post-adolescenziale, sui 25 anni, ecco il primo timido risultato sulla lunga distanza, Songs, solo canzoni, vi prego di non farmela pesare troppo! Sì, ci sono i synth, però, stanno ritornando di moda.

Cosa fa Maus? Scrive brani che si nutrono di dark-synth-decadenza, con voce ora disperata-lontana, ora baritonale-vicina. E c'è pure qualche chitarra. Si balla, si canta e ci si accorge che Johnny ha imparato la materia. Pure troppo. Sembra una fotocopia. Ed è allora tempo per un secondo capitolo, "Love Is Real". E, caspita, è un nuovo centro. Canzoni brevi, misteriose, con cantato ora disperato-lontano, ora baritonale-vicino, sintetizzatori a manetta, un calderone perfetto da esportare nella più vicina disco dark-wave post-atomica, per cogliere alla sprovvista gli utenti ballerini intenti a celebrare il 75esimo anno di attività dei Depeche Mode. Darebbe un senso di continuità e un po' di fiato alla "Everything Counts" di turno.
E siccome non c'è due senza tre, ecco arrivare un terzo capitolo, quello che chiude il cerchio. Dai, trattasi di un altro bel giocattolo; la materia è la medesima, ancor meglio prodotta, ma sempre con quell'aria finto-ingenua, un po' naif che aiuta a non farsi catalogare nelle enciclopedie della musica di consumo. Forse un piccolo appunto al Maus lo si può fare per quel che concerne la scrittura, meno brillante rispetto alle prove precedenti, un po' troppo ripetitiva. Ma probabilmente la monotonia di fondo aiuta nella costruzione dell'atmosfera inequivocabilmente dark-synth come andava di moda per la prima volta 30 anni fa circa.
Portentosi in questo caso i neanche tre minuti di "Quantum Leap", con intro di tastiere simil-epico e connubio batteria basso alla Cure seconda maniera, il tutto corredato da vocalismi cavernosi. Un perfetto modellino dei bei tempi che furono. Ancora meglio scoprire che quando la canzone si spegne cede il passo repentinamente all'aria sognante di "... And The Rain", che si fa quasi sepolcrale, ma sempre rispettosa di certi dettami pop, mentre descrive una pioggia che continua incessantemente a cadere.

E Maus rimane clamorosamente in bilico, pur rischiando sempre di scivolare nella prima pozzanghera di turno. Non ambirà all'originalità ma è un discreto equilibrista. Anche quando fa il verso al romanticismo del fu Black in "Hey Moon", a bordo di un semplice arpeggio pianistico, con tastierine sibilanti, e la divisione dei cori con una dolce fanciulla (la cantautrice Molly Nilsson); una bella canzone, onesta e adatta a quei tardi pomeriggi in cui sarà arrivata l'ora per andare a raccogliere l'uva. E Maus è anche capace di esaudire qualche desiderio recondito: come si sarebbe comportato Ian Curtis all'interno dei New Order? "Head For A Country" è la vostra risposta! L'ostinazione di "Matter Of Fact" e le pose ultravoxiane di "The Crucifix" rappresentano altri due buoni motivi per confermare che Maus sa scrivere dei perfetti bignami synth-pop, capaci di rinverdire antichi fasti, far scivolare qualche lacrima ad anziani utenti ancora non affetti da cinismo e magari spingere qualche ragazzino a rovistare nella soffitta di un amico più grande. E ora scusate, vado a indossare l'impermeabile grigio e mi posiziono sul balcone in attesa di una notte buia e tempestosa, mentre tutti intorno urlano e they call me the "Believer".

(13/07/2011)



  • Tracklist
  1. Streetlight
  2. Quantum Leap
  3. ...And The Rain
  4. Hey Moon
  5. Keep Pushing On
  6. The Crucifix
  7. Head For The Country
  8. Cop Killer
  9. Matter Of Fact
  10. We Can Breakthrough
  11. Believer
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