John Maus

John Maus

Le fiabe dell'Apocalisse

di Alessio Belli

In America è il maestro dell'Apocalisse, ma tra cuori spezzati, diavoli e città abbandonate, John Maus è anche molto altro. Studente di musica d'avanguardia poi professore universitario, esordi lo-fi fino ai sintetizzatori fatti in casa, una creatività maniacale capace di dipingere scenari musicali synth-wave oscuri e affascinanti: ecco la sua storia e i suoi dischi

I was a musical thrills kunkie

Tra il 2017 e il 2018 John Maus ha interrotto un lungo silenzio per consegnarci due grandi dischi: Screen Memories e Addendum. Oltre a confermarne il talento, la doppietta ci ha ricatapultato in un mondo avant-pop retrò e dark, pieno di storie, ossessioni e scenari unici.

Ancora prima di conoscerne la produzione, il personaggio cattura subito l'interesse: genio e follia, passione e anarchia. Classe 1980, Austin (Minnesota): ragazzo come tanti, cresciuto con Mtv a massimo volume, soprattutto se passa "Smell Like Teen Spirits" dei Nirvana. Con punk-attitude imbraccia un basso e s'innamora di Syd Barrett. Forse la musica può fornirgli una vita diversa fuori da Austin. I primi passi sono puro lo-fi: registrazioni su multitraccia con l'aggiunta di qualche vintage synth. Vedranno la luce tra fine e inizio del nuovo millennio su quattro Ep: Snowless Winters, Love Letters From Hell, Second Album e I Want To Live.
Nel frattempo Maus studia Composizione Musicale alla California Institute Of Arts, forgiando le basi concettuali della futura discografia: il Medioevo, la devozione per la musica barocca e quella sperimentale di Pisaro, Feldman e Cage. C'è una variante non calcolata: il compagno di classe, un certo Ariel Pink, il quale lo inizia al pop creando un background a dir poco esplosivo. I due diventano fraterni amici in poche battute e condividono progetti (Maus si unisce agli Haunted Graffiti band e pubblica un singolo con Pink sotto nome Holy Shit), collaborazioni (il brano "Loverboy"), gioie (andare in tour insieme a Panda Bear) e dolori (rifiuto delle etichette di pubblicare il materiale di Maus).

2006-2007: Love Letters From Hell

I dolori terminano nel 2006. In Songs Maus raccoglie e rimasterizza quasi tutte le tracce uscite negli Ep in un album vero e proprio, pubblicato dalla britannica Upset the Rhythm. Superato l'ingannevole organo introduttivo, nasce una domanda: si può ballare a colpi di pessimismo cosmico? La risposta è sì: con "Time To Die". Inquadrato nei canoni della synth-wave, Maus riesce a essere unico e facilmente riconoscibile: merito della voce effettata proveniente da un'altra galassia, dei testi in cui sfociano studi e manie, dei tocchi di sintetizzatore vintage e dei colpi pulsanti del basso. Bizzarre ai limiti dello strambo, eppure coinvolgenti: le canzoni iniziano spesso con la ripetizione di "frasi ad effetto" supportate da frenetiche drum machine con cui John trascina l'ascoltatore nel proprio universo. "Dont' Be A Body" è una marcetta nonsense da far ascoltare al batterista dei Beatles ("Sex with car/ Sex on top of car/ Sex inside of car/ Sex with movie star/ Sex with Ringo Starr"), mentre "Real Bad Job" è la colonna sonora di un videogame in cui il nostro è scisso tra il desiderio di vivere a pieno il percorso artistico e i tanti affanni della quotidianeità.
Insieme all'inutile lo-fi di "That Night", i momenti più bassi sono - per assurdo - quelli in cui appare Ariel Pink: "Forever And Ever And Ever" e "Blowing In The Mind": fortunatamente "Maniac" a colpi di "Yeah, yeah, yeah, yeah/ I'm such a maniac" ci risolleva dalla stasi. I convinti slogan di "Less Talk More Action" e i cupi e poetici scorci di "The Peace That Earth Cannot Give" animano la seconda parte di "Songs". Si palesa la sagoma di una compagna indefinita ma vicina: "Trough The Sky For You" e "Of North of North Stars", raffigurazione di un mondo glaciale e privo di vita dove l'assenza del respiro di una donna rende tutto più spietato: la massima depressione espressa in Songs.
E se non c'è pace in Terra, figuratevi in Cielo: "And Heaven Turned to Her Weeping" è il finale lento e solenne in cui Maus nonostante il dolore ("The flowers are dying now that you've left me/ There's no one to hold anymore/ The city is haunted and nobody loves me") accenna a uno spiraglio di consolazione: "Even when you're far away from me/ You're in my dreams."

Da uno come John Maus non ci aspettiamo una raccolta di brani per San Valentino e dediche zuccherose. L'inizio di Love Is Real suggerisce uno stacco dall'angoscia del predecessore: se prima il Paradiso piangeva, adesso è semplicemente reale e invita a non correre più: "Don't have to run anymore/ You don't have have to run anymore from love". "Do Your Best" - uno dei brani più belli e magnetici mai concepiti da Maus - ci mostra un individuo solitario in città: non è una novità, ma la sua missione - consolare un'altra anima solitaria - ci presenta un "attivismo" prima inesistente.
Gli slogan sono concreti e diretti, vedi "Rights For Gays", eppure la "normalità" è già finita... ecco l'Inferno. "Love Letters From Hell", "Don't Worship The Devil" (con annesso "No!") e "Tenebrae": passaggi trascinanti, folli e divertenti.
La lenta e ipnotica "The Silent Chorus" precede la doppietta militare composta dalla strumentale "Navy Seals" e "Pure Rockets". Come? Vi è mancato il caro tragico Maus? Tranquilli, con "My Whole World's Coming Apart" tutto "torna a posto", considerando che le urla di "Too Much Money" sono la cosa più disturbante mai registrata dall'americano, e "Old Town" e "Time Is Weird" ci riportano tra vecchie costruzioni malinconiche.

Songs e Love Is Real, seppur privi dei picchi della fase matura, sono due buoni lavori, in cui l'autore mostra con personalità le carte in tavola. Purtroppo non riscontrano il favore di critica e pubblico, ma identificano subito Maus come un artista di culto, un outsider fuori dagli schemi, le mode e tra i fautori dell'hypnagogic pop.

2011-2012: We Can Breakthrough

Non c'è solo la musica, nella vita di Maus. Studia e insegna filosofia politica alle Hawaii, poi in Svizzera. Ogni tanto si prende una pausa barricandosi in una stanza nel nativo Minnesota. Non compone canzoni: preferisce dedicarsi agli esperimenti di chimica e ogni tanto rischia di farsi saltare in aria. Un'esplosione effettivamente ci sarà... ma riguarda il mondo delle sette note.

Nel 2011 esce We Must Become The Pitiless Censors Of Ourselves, citazione di una frase del professore francese di filosofia Alain Badiou. La materia è la medesima, ancor meglio prodotta, ma sempre con quell'aria finto-ingenua, un po' naif che aiuta a non farsi catalogare nelle enciclopedie della musica di consumo. Portentosi i neanche tre minuti di "Quantum Leap", con intro di tastiere simil-epico e connubio batteria basso alla Cure seconda maniera, il tutto corredato da vocalismi cavernosi. Un perfetto modellino dei bei tempi che furono. Ancora meglio scoprire che quando la canzone si spegne cede il passo repentinamente all'aria sognante di "... And The Rain", che si fa quasi sepolcrale, ma sempre rispettosa di certi dettami pop, mentre descrive una pioggia che continua incessantemente a cadere. E Maus rimane clamorosamente in bilico, pur rischiando sempre di scivolare nella prima pozzanghera di turno. Non ambirà all'originalità ma è un discreto equilibrista. Anche quando fa il verso al romanticismo del fu Black in "Hey Moon", a bordo di un semplice arpeggio pianistico, con tastierine sibilanti, e la divisione dei cori con una dolce fanciulla (la cantautrice Molly Nilsson); una bella canzone, onesta e adatta a quei tardi pomeriggi in cui sarà arrivata l'ora per andare a raccogliere l'uva.
E Maus è anche capace di esaudire qualche desiderio recondito: come si sarebbe comportato Ian Curtis all'interno dei New Order? "Head For A Country" è la vostra risposta. L'ostinazione di "Matter Of Fact" e le pose ultravoxiane di "The Crucifix" rappresentano altri due buoni motivi per confermare l'impressione che Maus sa scrivere dei perfetti bignami synth-pop, capaci di rinverdire antichi fasti, far scivolare qualche lacrima ad anziani utenti ancora non affetti da cinismo e magari spingere qualche ragazzino a rovistare nella soffitta di un amico più grande.

Supportato dal successo di critica e pubblico del disco, Maus pubblica l'anno seguente la raccolta di outtake A Collection Of Rarities And Previously Unreleased Material. Non è il goffo tentativo di battere il ferro finché è caldo, ma, al contrario, l'apertura del cassetto dei ricordi per tirare fuori ulteriori perle di assoluto valore che aiutano a completare il ritratto del personaggio. La gelida apertura di "North Star" e la spedita "All Aboard" si collocano subito tra i suoi brani-manifesto, condensati di sensualità al led e linee vocali solenni e severe da canto gregoriano. Ma il buon Maus tiene a ricordarci che, nonostante la formazione accademica, l'obiettivo ultimo è sempre quello di essere "as much poppy as I can", come spesso dichiarato. Per quanto stringata e obliqua possa risultare la sua idea di pop: la brevissima "The Law" e "Bennington" centrano però in pieno l'obiettivo, appassionando e comunicando leggere come non mai.
"Angel Of The Night" e "Rock The Bone" sono tra gli altri highlight dell'album, particelle che risuonano romantiche e consolatorie nell'abbandono della notte metropolitana, mentre "The Fear" e "Fish With Broken Dreams" sono la sua personale visione di quell'angoscia sorda che fu della generazione di Ian Curtis, Andrew Eldritch e Robert Smith, ma che è ancora vivissima tra le strade e nelle menti desolate del Duemila. Emotivo e carico di urgenza, con questa raccolta Maus consolida definitivamente la sua ricetta, forse non innovativa, ma vitalissima e di forte impatto. Chi ancora lo ignora si sta perdendo una delle esperienze revival più sincere ed entusiasmanti degli ultimi anni.

2017-2018: I Want To Live

Dopo i lavori del 2011 e 2012, il nostro si gode i frutti della mietitura: per tutti è un maestro del pop d'avanguardia e la fanbase è sempre più devota, come il sito Maus Space dimostra. Ma questo non cambia il suo modo di fare. Maus si prende sei anni per pubblicare il quarto album. Sei anni in cui studia, scrive, fabbrica sintetizzatori modulari, consegue il dottorato in filosofia politica e registra a casa in solitaria Screen Memories, nella quiete del Minnesota.
Il gothic-pop di "Teenage Witch" si alterna all'industrial-funk di "Touchdown", alla darkwave di "Find Out" e al dream-pop di “Decide Decide”. Chiude “Bombs Away”, il brano realizzato anni prima insieme ad Ariel Pink e Matt Fishbeck a nome Holy Shit.
Maus ammicca a quelle "screen memories" che ci riportano alla fantascienza anni Settanta e Ottanta, tra cui quella del John Carpenter artista audiovisuale recentemente tornato dal vivo, alle quali si saranno ispirati anche Michael Stein e Kyle Dixon per la colonna sonora della serie tv di culto "Stranger Things".
Ma la poetica alla base di questo disco non genera semplicemente la ricollezione e riproduzione degli stilemi di quegli anni con lo scopo di premere i bottoni di una nostalgia vintage: Maus fabbrica una macchina del tempo in cui inserisce come algoritmi fraseggi pop e strutture minimaliste per creare un anti-prodotto, con un processo di lavoro tutt’altro che in linea con quello delle produzioni pop contemporanee dal (così appetibile) sapore retrò (del tempo perduto). Screen Memories è fatto di canzoni compiute e melodie orecchiabili, che rimangono in testa e che reclamano di essere condivise dal vivo. E’ un album intrigante, godibile e con un’energia elettronica dark che cattura corpo e mente.
Se l'immagine che si può avere di Maus è quella di un professore tendente al nerd, la versione live vi sconvolgerà: i suoi concerti (prima sotto la forma di karaoke-live, solo lui e un IPad con le basi dei pezzi, poi con band al seguito) sono delle performance convulse, isteriche, scatenate. Vedere per credere!

Addendum: un'aggiunta a Screen Memories. Frutto delle medesime, ispirate session del predecessore, il disco viene inizialmente concepito come extra nell'antologia retrospettiva pubblicata ad aprile 2018 e subito andata sold-out: una soluzione che non rende giustizia, tanto che si opterà per la pubblicazione indipendente il mese successivo. Scelta sacrosanta, poiché Addendum non è affatto il "fratello minore" o la raccolta di outtake di Screen Memories e nemmeno un "A Collection of Rarities and Previously Unreleased Material parte II": è un disco con una identità netta e tratti distintivi molto interessanti. Screen Memories è una sequenza retro-synth di scenari oscuri spesso tendenti al gotico: persone scomparse, cuccioli destinati a misera fine e fantasmi aleggianti su campi di battaglia; il tutto avvolto da nozioni filosofiche e concetti alti che hanno reso Maus la voce per eccellenza dell'avant-pop apocalittico. In Addendum, invece, morte e immagini inquietanti lasciano spazio a contesti sempre criptici ma più irriverenti, persino a decifrabili scorci biografici. La "Sezione Bizzarro" è degnamente rappresentata da cassonetti per bambini ("Dumpster Baby") e raffiche di "Sexy, Sexy, Sexy, 1987, 1987, 1987, AK-47". Mentre se la vostra legittima curiosità vi spinge a voler sapere qualcosa di più su questo affascinante e misterioso outsider, ecco alcuni spunti interessanti: "Other Space" ci annuncia l'arrivo di "Mr. Money Bags, Mr. Brand New Shoes, Mr. I Am A God" e di alcuni capisaldi della sua poetica come il Medioevo (poi protagonista assoluto del brano "Middle Ages") e l'Universo. Molto significativa "Privacy", sull'indole schiva e solitaria del nostro:

Happy alone
No one i know
Or think that they know
What I'm all about
In "Running Man" Maus confessa di essere un soggetto sempre in movimento ed è impossibile smentirlo: sei anni di vuoto discografico passati a scrivere, prendere lauree in filosofia, costruire sintetizzatori e forgiare un'aurea di arista d'avanguardia e di culto. In quest'intervista Live On KEXP ammette che il periodo di latitanza è durato quanto un weekend. E sembra sincero. Inoltre, proseguendo nell'ascolto di Addendum, alcuni versi si fanno ancora più significativi: "Forever is Now, Always Forward", dichiara nel finale di "I Want To Live", e un' esclamazione del genere, detta da lui, potrebbe essere tranquillamente il suo manifesto. Ovvio: siamo sempre nel mondo di John Maus e tutto va preso con le dovute precauzioni. Eppure, in quest'oscuro universo qualche segnale chiaro è stato captato.
Musicalmente, Addendum possiede la magia di ogni lavoro dell'autore del Minnesota: pochi secondi e si è subito catturati dall'atmosfera, dai ritmi, dai suoni e dalle parole. Siamo dinanzi a una collezione di colonne sonore per fiabe dark. I sintetizzatori arrivano diretti ma sognanti come in "Dumpster Baby" e soprattutto nella successiva "Episode", uno dei momenti più immediati e trascinanti del disco, insieme a "Figure It Out". "Mind The Droves" è nei territori più post-punk, parimenti le scorie nefaste di "Screen Memories" si palesano in "Second Death". La doppietta finale "1987" e "I Want To Live" - un ripescaggio più restyling di due brani datati 2003 - porta l'opera verso un gran finale.
Con Addendum John Maus si conferma una delle voci più originali del panorama musicale contemporaneo, mostrando tutta la bellezza di una mostruosa creatività fuori dagli schemi. Ora che il silenzio è stato interrotto e le pubblicazioni si affermano costanti e qualitativamente alte, viene spontaneo sperare in un nuovo capitolo.

Contributi di Davide Sechi ("We Must Become The Pitiless Censors Of Ourselves"), Roberto Rizzo ("A Collection Of Rarities And Previously Unreleased Material"), Maria Teresa Soldani ("Screen Memories")

John Maus

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John Maus
Discografia
 

Snowless Winters (Ep, autoprodotto, 1999)

 
 Love Letters From Hell (Ep, autoprodotto, 2000) 
 

Second Album (Ep, autoprodotto, 2003) 

 

 

I Want To Live (Ep, autoprodotto, 2003)

 

 

Songs (Upset the Rhythm, 2006)

 

 

Love Is Real (Upset the Rhythm, 2007)

 
 We Must Become The Pitiless Censors Of Ourselves (Ribbon Music/Upset the Rhythm, 2011) 
 A Collection Of Rarities And Previously Unreleased Material (Ribbon Music, 2012) 
Screen Memories (Ribbon Music, 2017) 
Addendum (Ribbon Music, 2018) 
pietra miliare di OndaRock
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