Nobunny

Secret Songs: Reflections From the Ear Mirror

2013 (Goner) | garage-pop

Difficilmente il 2013 che va in archivio sarà ricordato per il tenore (non proprio indimenticabile) delle sue produzioni in ambito garage. Di nuove promesse all’orizzonte non se ne vedono, a parte forse i Dead Ghosts, i Fidlar e i newyorkesi  Slow Warm Death, tutte compagini che non sembrano comunque in grado di fare scuola. Con Mikal Cronin riposizionato in orbita pop barocca, con Ty Segall a mezzo servizio dopo il lutto patito in famiglia e Matthew Melton che ha un po’ bagnato le polveri esplosive della sua formula, è inevitabile che le note più liete siano arrivate da altri veterani: i soliti Thee Oh Sees, affidabili come pochi in questo momento, i rientranti Oblivians e il sempre scapestrato Nobunny, moniker dietro il quale si cela l’artista di Tucson Justin Champlin, affermatosi a San Francisco dove si è imposto in breve tempo come nome di punta della scena garage-pop-punk cittadina. Celebre per la sregolatezza da erotomane cui dà sfogo nelle sue esibizioni dal vivo, impazza da dodici anni con una maschera da coniglio mutante e si professa figlio di una donna e di una lepre cornuta (il mitologico jackalope), ma il colpo gobbo l’ha messo a segno solo grazie al tardivo esordio “Love Visions” (qualcuno ricorderà la copertina omaggio ai Ramones), che gli ha garantito un buon numero di critiche entusiastiche e ha dato il la a una carriera che con il recente  “Secret Songs” è giunta al quarto capitolo in appena un lustro.

Per quanto le sorprese del disco rivelazione siano impossibili da bissare, il suo songwriting risulta perfezionato mentre l’approccio si mantiene felicemente orientato alla filosofia "diy": inevitabile, con simili premesse, che il risultato si traduca ancora una volta in un’opera pregevole. Canzonette sunshine-pop in bassa fedeltà, tirate hardcore-punk ruvide e selvagge, sozzure slacker e bonbon bubblegum fanno a spintoni in un frullatore folle che avvicina di diritto il nuovo Nobunny agli altri alfieri della stessa scena, con credenziali spesso migliori. Non solo per il ritmo sempre movimentato, per l’opportuna assenza di qualsivoglia sovrastruttura o complicazione intellettuale, per il lo-fi volutamente grossolano, l’andatura incespicante e un’attenzione alla bella forma che sfiora lo zero, ma anche per la scrittura pop davvero prodigiosa nella sua efficacia. Il citazionismo a tutto campo è degno della ditta King Khan & BBQ Show, l’attitudine tra lo svaccato e lo sdolcinato ricorda King Tuff (“My Blank Space”, “Do The Stooge”), mentre confezione povera e tono da battaglia sono gli stessi del vicino di casa Hunx e la propensione al frammento rivela una certa affinità con White Fence, per quanto l’uomo-coniglio di San Francisco prediliga un sound più sporco e rumoroso. La tendenza allo scherzo e al sabotaggio freak riporta ad analoghi episodi del repertorio proprio di Sultan e Khan. Scherzo che, così come l’irriverenza di facciata, è però solo uno degli aspetti in gioco. Minoritario se raffrontato alla puntualità dei pidocchiosi tormentoni killer, qua e là disseminati, che difficilmente mancano il bersaglio.

Champlin non ha smesso insomma di baloccarsi con i registri della tradizione americana, piegandoli non senza sadismo al proprio stile burlesco come quando, sulla linea del traguardo, recupera dal dimenticatoio il suo ukulele per una deliziosa parodia calypso dei cliché del bubblegum. Proprio in passaggi come “Lovin Lovin You” può tornare in mente la più recente fatica dei Dirtbombs (e quindi, per via indiretta, i Banana Splits) anche se, per la sua natura imprevedibile, “Secret Songs” può dirsi senz’altro più riuscito.
A orecchie disattente o non troppo avvezze a certe sonorità, questo potrà sembrare semplice ciarpame musicale. Come per altri artisti della stessa pasta, nel tocco di questa piccola stella della Baia si riconosce però un brillante compromesso tra ricerca e vitalità, indispensabile per conferire un significato nuovo, un’attualità, a stilemi ormai decotti. Passatista fenomenale, Nobunny si occupa in fin dei conti di riletture di generi polverosi, logori, caduti in disgrazia. Musica esaltante o irritante a seconda di come la si pensi, ma tutto sommato franca. Un lavoro indubbiamente borderline. Eppure tra genuine deformazioni grottesche à-la Cody Blanchard e omaggi molto personali al rock’n’roll di cinquant’anni fa (gli stereotipi romantici e il Farfisa pazzerello di “The Birthday Girl”) i margini per una mezz'ora godibilissima ci sono tutti, specie se la disposizione d’animo è quella giusta.

(09/12/2013)

  • Tracklist
  1. Bye Bye Roxie
  2. True Vulture
  3. Pretty Girls
  4. Trouble In Mind
  5. It's Pathetic
  6. Lizard Liars
  7. Rotten Sweet Tooth
  8. Do The Stooge
  9. My Blank Space
  10. Little Bo Bitch
  11. Red Light Love
  12. The Birthday Girl
  13. Buried In A Bong
  14. Lovin Lovin You
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