Ex Hex

Rips

2014 (Merge) | alt-rock, power-pop

Mary Timony sta vivendo la sua seconda giovinezza. Il dottorato speso nelle Wild Flag all’ombra di un paio di altissimi papaveri, Carrie Brownstein e Janet Weiss, non ne ha stravolto l’identità d’artista ma ha senz’altro rilanciato le sue azioni in seno a un sottobosco alternative che pareva essersi dimenticato di lei. Sarà anche durata una sola stagione quell’esperienza fortunata, ma senza di essa sarebbero oggi alquanto improbabili tutte le attenzioni e benedizioni che la stampa specializzata ha elargito quasi unanimemente alla sua nuova creatura Ex Hex, condivisa con Laura Harris (batterista, moglie di Benjy Ferree) e Betsy Wright (bassista, già avvistata quest’anno nell’allegro gineceo svenoniusiano di Chain & The Gang).

Piuttosto che la generosa – e francamente spropositata – accoglienza riservata a “Rips”, è forse più interessante sottolineare come questo esordio abbia spostato all’indietro con una certa decisione le lancette dei riferimenti, almeno rispetto alla pregevole quaterna di album solisti che la frontwoman aveva licenziato nello scorso decennio con Matador, Lookout e Kill Rock Stars (da quello del 2005 ha poi tratto la nuova ragione sociale). Di primo acchito verrebbero in mente i fermenti rrriot girl di vent’anni fa, non fosse che la band pare divertirsi un po’ troppo a buttarla in caciara, tradendo oltretutto un’inclinazione pop irriducibile. Le elettriche sono brandite infatti come evidenziatori e il lavoro fatica a discostarsi dalla norma di un indie-rock frivolo quanto scolastico, orientato a tratti al modernariato di Bangles o Go-go’s (con più sporcizia, ma neanche troppa) in sconfinamenti eighties che non svelano mai radici profonde.

L’energia non scarseggia, il ritmo è serrato, il groove sa essere anche accattivante e le melodie rivelano talvolta una certa proficua orecchiabilità. L’album è però troppo edulcorato e troppo diligente nei suoi compitini power-pop per lasciare davvero il segno, finendo per evocare più le Dum Dum Girls che gli Helium, nome di punta nei trascorsi della capobanda. Più che la cattiveria, di cui Mary si è anche dimostrata capace in passato, qui si apprezza il trionfo del carino nella declinazione di un rock radiofonico post-adolescenziale, nato per giunta già vecchiotto: una miscela prevedibile insomma (anche perché le canzoni finiscono col somigliarsi tutte ben oltre il lecito) e piacevole più che altro come sottofondo musicale.

A mancare sempre, soprattutto, è lo strappo liberatorio, quel po’ di furia, una fiammata emotiva che renda interessanti sul serio episodi anche discreti come “War Paint” (un omaggio al quartetto losangelino?) o “How You Got That Girl”, dove le Ex Hex tirano il freno senza riuscire peraltro a scongiurare un deficit di idee spendibili rispetto ad altre formazioni (Those Darlins, Tacocat, Sugar Stems) che si barcamenano più che dignitosamente in territori analoghi. Un po’ di varietà si respira giusto nelle battute conclusive, con una pagina sensuale da femme fatale pur all’acqua di rose (“Everywhere”, alla maniera della ben più scafata Melissa Auf der Maur) o un finale tutto languori bluesy e ombreggiature che non dispiace, lasciando trasparire un’eco romantica troppo silenziata nei passaggi precedenti.

La Timony l’aura ce l’avrebbe anche, ma il meglio che riesca a sembrare in questa occasione è una copia abborracciata e nemmeno granché convinta della Juliana Hatfield di metà anni Novanta, alla guida di una sorta di Haim con chitarre più rombanti ed effettate: per chi sappia accontentarsi, può essere già qualcosa. Non ce ne voglia, allora, se siamo pronti ad azzardare che l’esperienza-chiave scaturita dalle ceneri della fenice Wild Flag non saranno le sue modeste Ex Hex, bensì l’ormai imminente ritorno in grande stile delle Sleater-Kinney.

(25/11/2014)

  • Tracklist
  1. Don't Wanna Lose
  2. Beast
  3. Waste Your Time
  4. You Fell Apart
  5. How You Got That Girl
  6. Waterfall
  7. Hot And Cold
  8. Radio On
  9. New Kid
  10. War Paint
  11. Everywhere
  12. Outro


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