Haco

Qoosui

2017 (Someone Good) | ambient-drone, ambient-pop

Considerando il passato di Haco, l'astrattismo che ha caratterizzato diverse delle sue pubblicazioni (talvolta sconfinando nell'onkyo e in varie interpretazioni della cosiddetta non-music), nonché il fascino profondamente ambientale proprio di parecchie delle sue uscite più pop o comunque volte alla melodia (il più recente "Secret Garden" rientra senz'altro nel novero), quella di "Qoosui" può essere ritenuta soltanto a fatica come una svolta in piena regola, un voltafaccia rispetto a quanto la straordinaria e imprendibile musicista giapponese ha saputo trasmettere nel corso degli anni. Gli elementi che compongono il settimo album solista sotto questo moniker hanno, in un modo o nell'altro, permeato da sempre la poetica e l'espressività della polistrumentista e compositrice, semplicemente non hanno avuto finora la possibilità di rivelarsi in tutto il loro potenziale, senza interferenze esterne o contaminazioni di sorta. Per i sette brani del nuovo lavoro, dediti a un sound ambient privo di compromessi e filiazioni, si può insomma parlare piuttosto di evoluzione, di ridefinizione di un'estetica mai realmente lontana da concetti come atmosfera e astrazione, ma che qui ha carta bianca nell'esprimersi in piena libertà, slegandosi quasi del tutto da strutture e costrizioni ritmiche di sorta, in un abbraccio sonoro avvolgente e fascinoso. La sensazione però che quest'album sia più un rodaggio di classe che un effettivo traguardo persiste anche al ripetersi degli ascolti.

Non che Haco non sappia il fatto suo, d'altronde l'esperienza accumulata in decenni di carriera non si smaltisce così semplicemente, e le motivazioni concettuali e realizzative alla base di ogni suo progetto hanno sempre sostenuto più che egregiamente ogni nuovo passo in carriera. Apparentemente piccoli accorgimenti in fase di composizione spiegano, o perlomeno provano a fornire adeguate chiavi di lettura, alle necessità espressive di "Qoosui", al suo ostinato ma allo stesso tempo soave minimalismo sonoro che ha trovato adeguata dimora presso la Someone Good, sublabel della Room 40 di Lawrence English. Accanto ai consueti pattern dronici e a terse movenze in odore di dream-gaze, alla maniera del Tim Hecker più estatico o dei Lovesliescrushing più angelici (la totalizzante "Anesthesia Love"), è nell'utilizzo della voce e degli innumerevoli field recording che la musicista intercetta i reali motivi d'interesse dell'opera, nonché il sottile incanto che riesce a intessere. Come una sorta di spirito guida a guardia del mondo intero, il canto di Haco si libra estatico e libero da imposizioni, tra sussurri, riverberi da fata dream-pop, ammiccamenti alla melodia, talvolta plasmati a ricreare una sorta di serenità zen, di totale pacatezza col mondo circostante.

In questo senso, i campionamenti naturali, dallo scorrere dell'acqua alla pioggia passando per radi ma delicati concretismi di contorno, riflettono una pacificazione globale, esterna e interna, dell'universo architettato dalla compositrice (che si avvale anche del supporto di membri dei Gurun Gurun), una tranquillità serafica a suo modo paragonabile a quanto quest'anno due veri appassionati del Giappone hanno raffigurato nelle loro evocative vignette al confine tra elettronica Hd, ambient e new age. Rispetto ai Visible Cloaks il sound della ex-After Dinner è però più ovattato e avvolgente, lascia maggiore spazio all'immaginazione e alla fantasia, evoca percezioni ben più globali, a costo di sacrificare specificità di contesto e maggiore definizione espressiva. Ed è qui che si cela il maggiore limite di "Qoosui": nel non fornire reali appigli tematici, l'album cade spesso in una genericità d'approccio che ne spegne il potenziale, riducendo l'ascolto a un'esperienza appagante ma tutto sommato priva di grossi scossoni, ideale come placido sfondo sonoro. Non che manchino completamente stimoli più pronunciati, anzi in "Circle" le linee vocali fanno valere la propria specificità potenziando l'effetto ipnotico dei droni sottostanti, attraverso l'accorto utilizzo delle sovraincisioni e una maggiore definizione micromelodica. "White Letter From Heaven" accentua invece gli elementi più spirituali del suono inquadrato dalla musicista, tra fili di riverbero, riferimenti acquatici, un tocco estetico che passa dal dream-pop di Gutevolk alle cattedrali sonore di Kara-Lis Coverdale.

Sono però frangenti radi in un lavoro che non riesce davvero a imporsi con personalità e ad aprire seriamente un nuovo corso nella lunga e sfaccettata carriera di Haco. In sinuosi ma in fondo spenti accenni alle dilatazioni severe degli Stars Of The Lid ("Seiren"), gentili dipanazioni cosmiche ("Shooting Stars In Your Eyes") e scenari di panico candore (l'apertura affidata a "Kusui", in cui si esplicita al meglio la serenità e la rilassatezza ricercate dalla giapponese), pare insomma che quello di "Qoosui" sia un incerto quanto fascinoso banco di prova in cui a cominciare a prendere dimestichezza con il regno dell'atmosfera più pura, e finalmente operare senza filtri con tutto quel bagaglio espressivo che aspettava soltanto il momento giusto per affiorare senza alcun impedimento. Il prossimo album saprà già raccontare una storia completamente diversa.

(10/09/2017)

  • Tracklist
  1. Kusui
  2. Tidal
  3. White Letter From Heaven
  4. Circle
  5. Seiren
  6. Anesthesia Love
  7. Shooting Stars In Your Eyes


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