Naked Raygun

Power-pop nel garage hardcore

di Tommaso Franci

Una rivoluzione nel rock attraverso il rock. Con tre soli strumenti e tante idee. E' la ricetta di questa misconosciuta band di Chicago, passata come una cometa luminosa nella scena post-hardcore degli anni Ottanta
I Naked Raygun (Chicago, IL, 1981-1991) furono tra i primi gruppi post-hardcore e tra i più grandi e originali. La loro importanza nella storia del rock non è inferiore ai loro colleghi di post-hardcore Fugazi e Jesus Lizard. Tra le mille, la via al post-hardcore coniata dai Naked Raygun è la più originale sebbene la più semplice e la più incolore - perciò anche la più difficile da percorrere. La rivoluzione dei Naked Raygun è nel rock attraverso il rock; non - come accade per lo più - nel rock attraverso generi a esso estranei. Né espedienti jazz (Minutemen), né noise (Sonic Youth), né folk (Violent Femmes), né smaccatamente pop (Husker Du), né programmaticamente industrial (Swans, Big Black), né decisamente metal (Corrosion Of Conformity), né reggae o arena-rock (i secondi Bad Brains), né hard-rock (Social Distortion), né blues (Cramps), né dark (Christian Death), né country-roots (Meat Puppets), né college (Replacements), né indie (Dinosaur Jr). I Naked Raygun hanno semplicemente (e straordinariamente) fondato un nuovo sound rock fatto da tre strumenti tre e tutto retto dalla calibratura tra minimi termini sonori e deflagrazioni strumentali che mai però sfociano in volumi eccessivi. Il volume dei Naked Raygun, nella scala tra 0 e 10, è quasi sempre a forza 7. Si tratta di un muro sonoro privo di rilievi, di cime come di gole, di fortissimi come di pianissimi; un essere onnivoro che sminuzza qualsivoglia piano del reale e dopo averlo digerito lo espelle sfibrato di linfa vitale. Per questo non è eclatante; ma raffinata e difficile, la musica dei Naked Raygun.

La gente capisce soprattutto il troppo piano e il troppo forte, non la terza via a una condizione comunque estrema rappresentata da una fatale, mummificata, aurea mediocrità. Si tratta di un cancro, non di un pianto né di un incidente. Nessun cataclisma o patologia; piuttosto è lo stato fisiologico a essere perennemente malato. Stato di persistenza, per quanto mortifera e inumana. Nel post-hardcore si porta agli estremi lo stato già "post" dell'hardcore nei confronti del punk: ossia quello stato di non rivolta e privo di risvolti o intenti sociali; stato di riflessione, solitudine e introspezione all'interno della propria camera. Il post-hardcore è una seduta psicologica fatta dall'io su di sé, a partire dalla certezza dell'inefficacia di tale terapia.
Quello dei Naked Raygun è post-hardcore perché è hardcore depotenziato e annacquato (anche la lunghezza dei brani passa da una media di 1-2 minuti, a una di 2-3). Un ensemble strumentale sempre ad alto livello tecnico ed espressivo è accompagnato da una voce vissuta e giovane, commovente e rabbiosa, scura e azzurra.

Chicago, già patria di Effigies e Strike Under, i gruppi (formati nel 1980) dei fratelli Kezdy, fin dalla prima metà degli anni 80 vede crescere la propria scena tra hardcore e post-hardcore: da una parte gli Articles Of Faith di Vic Bondi, dall'altra i Big Black di Steve Albini; da una terza i Bloodsport. I Naked Raygun furono un asse portante di tale scena e da Chicago lo furono per l'intera America, il che è dire per tutto il mondo - circa questo stile di musica popolare. Strettamente parlando, i Naked Raygun hanno ripreso il morbo della depressione e copiose soluzioni sonore (tipo industrial) da Steve Albini (tramite Pezzati); il ritmo tutto sommato garage e il minimalismo delle architetture invece dal punk-rock anglosassone (Stiff Little Fingers, Buzzcocks, Gang Of Four, Wire). Come si vede mancano, a rigore, sia l'hardcore (Germs) sia il punk (Sex Pistols).
La solitudine e lo sgomento esistenziale derivati per metà dalla massificazione della società per metà dalla insensatezza della vita, i temi - classici - sui quali fa presa la sfumatura espressionistica dei Naked Raygun. Una dimensione da immigrati concepita, per eccesso di realismo, in modo naif è invece il loro tocco più personale (e dovuto all'originalità tanto dei toni strumentali quanto di quelli della voce).
Se Jeff Pezzati (amico e collaboratore di Albini) è il leader dei Naked Raygun, questo va inteso nel senso che egli rende coerenti e finalizza i contributi - indispensabili - offerti di volta in volta dai membri del gruppo in termini di composizione dei brani. Una nota a parte merita l'eccezionalità delle prestazioni live dei Naked Raygun: un qualcosa di torrenziale, concitatissimo, commovente e impeccabile.

Basement Screams (1983): Ep, 15 minuti, 8 brani.
Jeff Pezzati: Vocals
Santiago Durango: Guitar
Jim Colao: Drums
Camilo Gonzalez: Bass
L'opera è completamente dominata dalla personalità del ventenne chitarrista Santiago Durango - i brani sono scritti pressoché tutti da lui: al limite Colao e Gonzalez danno un qualche contributo, Pezzati nessuno. Durango poi, dopo un anno di convivenza - il 1984 - tra Big Black (Steve Albini) e Naked Raygun (Jeff Pezzati nel 1984 suonò il basso in due Ep dei Big Black), scelse i primi per i secondi (nel 1990 Santiago Durango è negli Arsenal; vedi Factory Smog Is A Sign of Progress).
Basement Screams non offre capolavori - i punti di forza sono comunque il brano d'apertura e quello di chiusura -, ma formalmente dice già tutto ciò che i Naked Raygun saranno capaci di fare nel corso della loro storia: garage-rock minimalistico, post-hardcore tra scheletrici blues, rock n' roll e industrial. Rimane un lavoro storicamente importantissimo e di riferimento per tutto il movimento post-hardcore.
"I Lie" (Durango) [3:12] è il prototipo della cantilena corale ed epica che sarà il marziale filo rosso del sound dei Naked Raygun. "Bombshelter" (Durango) [:50] è un'altra cantilena corale, ma di diversa natura: non più marziale bensì industriale, da Albini. "Emperor Tojo" (Gonzalez) [1:57] risulta più riflessiva e introspettiva, la voce di Pezzati ancora tra il cancro interiore e l'arietta metafisica adolescenziale. Con una sezione ritmica quasi dub e una chitarra singhiozzante e ridotta ai minimi termini.
"Swingo" (Durango) [2:33] prosegue il discorso delle tragiche demenzialità dei Fear. "Mofo" (Colao/Durango) [2:03] specula ancora su di un formulario esorcistico (Birthday Party, Nick Cave) reiterato e reiterato in se stesso e ricercato quale trasfigurazione della vita metropolitana (particolarmente soffocante nell'aria di Chicago, che conta 8 milioni di abitanti). "Potential Rapist" (Colao) [2:35] è il brano più sentito, più da esistenzialismo new wave inglese: una progressione impietosamente scandita funge da tappeto per una recita della disperazione e commiserazione.

Throb Throb (1985), Lp,14 brani, 33 minuti.
Jeff Pezzati: Vocals
Jim Colao: Drums
John Haggerty: Guitar (Electric), Saxophone
Camilo Gonzalez: Bass, Guitar (Bass)
Gomez Addams: Producer
I brani sono ripartiti tra tutti i membri del gruppo, con però prevalenza di Pezzati e Gonzales, che ne compongono tre per uno.
I capolavori sono: "Rat Patrol" (Haggerty) [2:11], esasperata cantilena corale sul tipo di "I Lie", che è il brano più emblematico del grottesco antimilitarismo dell'album; "Metastasis" (Gonzales) [2:24], sintesi tra il melodismo rumoroso dei Buzzocks, il piglio metafisico di David Thomas e l'alienazione macilenta del dark inglese; "I Don't Know" (Pezzati/Haggerty) [3:29] vortice ad alta tensione, volumi e ritmo, senza perdere nulla né in coralità né in intimità: lesionate entrambe dalla vita e nella vita.
"Surf Combat" (Gonzales) [1:16] è una preziosa miniatura di eccessi e meditazioni, chitarre dissonanti e sezione ritmica dub. "Gear" (Pezzati) [2:49] è un disperato lamento tutto singhiozzate e pregno di costipazione ritmica. "Leaches" (Pezzati) [3:14] è un'Albini-suite da manuale: basso dilagante, chitarra fragile e acida, canto vomitevole: tanto pathos quanta indifferenza. "Roller Queen" (Pezzati/Haggerty) [3:06] è un ennesimo - e massimo - esempio dell'ineccepibile livello formale del gruppo: tanto più pregiato quanto più retto su minimi termini. Livello che consente a brani come questo di dirsi senza tempo pur portando su di sé il proprio tempo, come sempre accade con l'arte vera.
"Libido" (Colao) [3:25] è un garage-jazz impeccabile e graniticamente costruito nella sua tensione di pieni e vuoti, rumori e silenzi. "No Sex" (Pezzati) [1:50] è come tutti i brani di Pezzati succube - pur in una sottomissione floridissima - dell'introversione alienata e industriale di Albini. Il motto poi, riporta alle formule dei Black Flag. "Only in America" (Durango/Colao) [2:04] è una fanfara a sfondo sociale e a ritmo di sax da manuale - anche di retorica rock. "Stupid" (Durango) [1:11] è una carneficina da Black Flag e, come nei Black Flag, più da rock n'roll pessimistico che da hardcore californiano. "Managua" (Gonzales) [3:44] si regge su un melodismo garage-punk tanto cupo quanto in controluce.

All Rise (1986) Lp, 13 brani, 30 minuti.
Pierre Kezdy: Bass (ex Strike Under e fratello di John Kezdy, il leader degli Effigies; poi nei Pegboy)
Jeff Pezzati: Vocals
Eric Spicer: Drums
John Haggerty: Guitar (Electric)
Iain Burgess: Producer (già collaboratore di Big Black e The Effigies, lavorerà con grandi gruppi quali: Trouble, Mega City Four, Ministry, Pegboy, Les Thugs, Jawbox, The Cows, Poster Children)
Questo è l'album di Pezzati. Quasi un suo canzoniere di personale disperazione. Otto brani su 13 sono scritti interamente da lui. E purtroppo sono quelli che funzionano meno; che, come si dice in gergo, suonano meno. Conscio di ciò, Pezzati in futuro si metterà, dal punto di vista compositivo, sempre più in secondo piano. Egli tenta di umanizzare Albini. Ovvero di ricrearne le mortifere e cupissime atmosfere attraverso mezzi minimi e semi-acustici (insomma, senza campionamenti o rhythm-machine). Se l'effetto può essere prossimo ai Big Black, all'amarezza di Pezzati (sincera e convincente sino all'inverosimile) manca lo smalto, il guizzo di Albini. "Home Of The Brave"[- 2:05], "Dog At Large"[- 2:16], "Knock Me Down" [- 2:18], "Mr. Gridlock" [- 3:08], "The Strip" [- 1:46], "The Envelope" [- 2:26] sono manifesti di confessione pura e cruda (e senza la magniloquenza di certo Rollins). Per questo varrebbero più di ogni canzone-media (e non solo delle dozzinali). Il problema è che la sterilità, la sgradevolezza non sta solo nei contenuti, ma anche nelle forme, che invece dovrebbero sublimarsi per coinvolgere e commuovere adeguatamente. Ciò detto, neanche un attimo è in tecnica, composizione, esecuzione e verità contenutistica trascurato. Siamo sempre su di un altro mondo rispetto alla musica radiofonica. E, anzi, gli inestetismi che flagellano tali brani al contempo li rendono i più depressi e asfissianti dell'intera carriera dei Naked Raygun (si potrebbe fare il nome dei Cristian Death). Va poi da sé che oltre a dover rivalutare i picchi dei Naked Raygun, anche quest'album sarebbe da rivalutare o meglio valutare una volta tanto. Siamo sempre in quella sparuta fetta di produzione musicale di vera qualità. Poi, almeno l'inusitata e sbarazzina velocità di "Those Who Move" [- 2:25] da una parte e il lento e violento frammentismo (lo invidierebbero i Cure) di "Peacemaker" [- 3:15] dall'altra vivono di luce propria.
Vi sono infine gli apporti degli altri componenti del gruppo. "I Remember" (Haggerty) [- 2:22] è già sul ritmo che sarà dei Pegboy: fa saltare e urlare (e commuovere di nostalgia); gran brano, come è solito di Haggerty. "Backlash Jack" (Naked Raygun) [- 2:41] piace invece per il suo stato di power-pop indie (insegnerà molto agli REM, che del resto non oseranno tanto). "Slim" (Naked Raygun) [-2:58] sconfina in una sorprendente e inusitata (per il gruppo in questione) parodia del country-rock: dieci anni prima dei Faith No More. "Rock Of Sweden" (Kezdy) [-1:25] - il finale mozzafiato che doppia la più scanzonata "New Dreams" (Durango) [- 1:19] - vanta addirittura cadenze (e velocità) metal che ora alleggeriscono certi contrappunti e ora (e soprattutto) acuiscono ed esasperano le voci arrembanti.
Album sottovalutato (o sconosciuto) dei già sottovalutati (o sconosciuti) Naked Raygun, andrebbe posseduto da ogni interessato al rock.

Jettison (1988), Lp, 36 minuti, 13 brani.
Pierre Kezdy: Bass
Jeff Pezzati: Vocals
Eric Spicer: Drums
John Haggerty: Guitar, Guitar (Electric), Saxophone
Larry Strum: Producer (oggigiorno fa il tecnico del suono per Destiny's Child e Anastacia)
Iain Burgess: Producer, Recording
Il capolavoro dei Naked Raygun si distingue per essere opera più di Haggerty e di Kezdy (quest'ultimo firma ben 7 brani!) che di Pezzati. Il gruppo ormai è sui 28 anni di media: tale maturità si fa sentire, ma solo positivamente, impreziosendo gli splendori e i sentimenti passati, non avvilendoli.
Numerosi i capolavori - almeno cinque, e da intenditori, da centellinare, gustare e rigustare -, tutti sul filo di un power-pop molto "garage", zeppo di dissonanze, minimalismi, coralità e ritornelli affranti. "Soldiers Requiem" (Haggerty/Kezdy) [4:14] è il vertice degli inni-cantilena partiti con "I Lie" e, passando per "Rat Patrol" e "Home Of The Brave", giunti a tali risultati. "Live Wire" (Haggerty/Kezdy) [3:39] vanta un'articolazione hard-rock unita a un pathos indie-dark e culminante in un ritornello trasognato di desolazione: sublime nei tintinnii noise alla Sonic Youth, quanto nella compassatezza della sezione ritmica, quanto nella struttura contemporaneamente rocciosa, intimista e mefistofelica. "Blight" (Kezdy) [2:05] potrebbe essere il più grande brano dei Gang Of Four: magone new wave, empatia irresistibile, sound dark. "Ghetto Mechanic" (Haggerty) [2:56] è un eccellente industrial-blues da Scratch Acid o Birthday Party. "Suspects Device" (Fingers/Ogivile) [2:45] non è solo una magnifica cover dal vivo del classico brano dei punk-rock irlandesi Stiff Little Fingers (datato 1979): è uno dei live in assoluto più entusiasmanti di tutta la storia del rock; è un saggio delle eccezionali capacità esecutive dei Naked Raygun; ma è soprattutto il brano più rappresentativo della silenziosa rivoluzione condotta dai Naked Raygun: rivoluzione innanzitutto formale e riguardante l'esecuzione di brani che, dopo certi arrangiamenti e accorgimenti tecnici, diventano davvero nuovi, più pulsanti, vivi e significativi, brani.
Gli altri otto brani. "When The Walls Come Down" (Pezzati) [2:21] è un rabbioso mid-tempo che nel suo livello mai troppo su e mai troppo giù persegue la strada della rifondazione della canzone rock - a colpi di primitivismo avveniristico. "Walk In Cold" (Spicer) [2:23] è un impeccabile e scorato power-pop che potrebbe stare sul "Warehouse" degli Husker Du (1987). "Jettison" (Pezzati) [:59] è un industrial-core d'alta scuola che potrebbe stare su qualche album dei Big Black - esperienza mai dimenticata da Pezzati. "The Mule" (Haggerty/Kezdy) [3:05] è un power-pop assai spedito, dove trovano massimo dispiego la voce matura e corposa di Pezzati, il melodismo sempre controllato e il ritornello da epica indie palesato sino all'esagerazione. "Coldbringer" (Haggerty/Pezzati) [2:33] è un paludato pop-metal da perversione apocalittica, smorzato da sapienti trovate para-cabarettistiche. E il tutto con l'economia di tre strumenti tre - qui la grandezza indiscutibile dell'ensemble, che di fatto si è inventato un suo rock senza accasarsi né dal jazz, né dal blues, né dall'elettronica, né dalla classica, né dal folk.
"Free Nation" (Kezdy) [3:20] è un autoreferenziale sabba tra formulari in accelerazioni ritmiche e distensioni sul ritornello. "Hammer Head" (Kezdy) [2:31] è un sofisticato vortice di coralità e cambi di tempo degno dei fenomenali Big Boys. "Vanilla Blue" (Kezdy) [3:10] è l'esordio ideale per un concerto: parte un fraseggio non-sense della chitarra, risponde un rullo, si inserisce l'atmosferico basso; quindi l'arrembaggio in corale verso quattro-cinque riff, tanto da manuale quanto dissimulati, sino all'apoteosi della voce che narra, gorgheggia, lamenta, sempre con tutta se stessa.

Understand? (1989) Lp, 12 brani, 32 minuti.
Pierre Kezdy: Bass
Jeff Pezzati: Vocals
Eric Spicer: Drums
John Haggerty: Guitar
Larry Strum: Producer
Pur senza sfociare nel metal Understand? è l'album più pesante e immediato dei Naked Raygun (da qui ai Pegboy il passo sarà breve anche se significativo). Né capolavoro come Jettison né sperimentale come All Rise o Throb Throb, si fa tuttavia apprezzare assai più che sufficientemente per una moderna (e sfrondata di ogni velleità politica) rilettura del garage-punk vecchio di un decennio degli Stiff Little Fingers. Stramente si fa largo anche qualche sprazzo, seppur occasionale, di Sex Pistols (se non dell'attività di Johnny Rotten nei PIL). Né di smalto, né di sincerità, né di tetraggine i Naked Raygun hanno perso la benché minima parte. Lo dimostrano almeno "Entrapment" (Pezzati) [- 2:45] - ironia della sorte già Pegboy, sebbene scritta da un Pezzati che qui dà le sue prove migliori in fase compositiva -, "Bughouse" (Kedzey) [- 3:11] - che enfatizza nenie e ritmo di Jettison - "The Sniper Song" (Spicer) [- 1:35] - per quanto meditato, un vero pugno allo stomaco.

Subito dopo Understand? John Haggerty forma con il fratello Joe (già batterista dei Bloodsport) i Pegboy, culmine di tutta la scena post-hardcore di Chicago e con l'Ep Three Chord Monte (1990) e l'album Strong Reaction (1991) tra i massimi (quanto sconosciuti) protagonisti del rock anni 90 e del garage-rock tutto.
Raygun... Naked Raygun (Lp, 1990) è l'atto di fedeltà di Pezzati al progetto Naked Raygun che tuttavia, come aveva ben visto Haggerty, reinterpretandone con vivacità le idee nei Pegboy, non aveva più linfa vitale.

Throb Throb, All Rise, Jettison, Understand? (quattro preziosi album in cinque anni), di un unico percorso sì, ma angoli diversi, andrebbero tenuti presenti (e vagliati, e sezionati) da ogni cultore di rock che si ritiene tale.

Jeff Pezzati dopo 10 anni di inattività nel 2000, tra l'ignoranza di sempre, con i The Bomb fa uscire Torch Song.

Naked Raygun

Power-pop nel garage hardcore

di Tommaso Franci

Una rivoluzione nel rock attraverso il rock. Con tre soli strumenti e tante idee. E' la ricetta di questa misconosciuta band di Chicago, passata come una cometa luminosa nella scena post-hardcore degli anni Ottanta
Naked Raygun
Discografia
 Basement Screams (Ruthless, 1983)

6

Throb Throb (Positive, 1985)

7,5

 All Rise (Positive, 1986)

7,5

Jettison (Caroline, 1988)

9

Understand? (Caroline, 1989)

7,5

 Raygun Naked Raygun (Caroline, 1990) 
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