Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani - N. 68

di AA.VV.
moostrooMOOSTROO - Musica Per Adulti (2016, hashtag)
alt-rock, wave, songwriting

Avevamo lasciato i bergamaschi Moostroo con il loro buon debutto del 2014, nel quale venivano ben rielaborate le influenze dell'alt-rock italiano degli anni Novanta. Li ritroviamo ora, due anni più tardi, con dieci nuove canzoni nelle quali la ricerca viene ulteriormente spinta sia dal lato sonoro che da quello compositivo. Dal primo punto di vista, l'impianto rock-wave gode di trame sonore dinamiche e fitte, nelle quali le linee dei diversi strumenti si integrano e quasi impastano tra loro, e l'utilizzo del violoncello in alcune canzoni conferisce ulteriori sfumature in modo mirato ed efficace. Dal punto di vista del songwriting, l'impronta è quella del cantautorato tradizionale più che del rock, e l'interazione con un sound come quello descritto funziona benissimo, anche grazie a testi sempre a fuoco, capaci di mettere bene in luce l'eterna lotta tra amore e inquietudine. Un ottimo lavoro, senza punti deboli, di certo i Moostroo non sono i primi ad avventurarsi su queste strade, ma la personalità e l'efficacia sono tutte lì da ascoltare (Stefano Bartolotta 7/10)


humancoloniesHUMAN COLONIES - Big Domino Vortex (2017, Mia Cameretta Records / Lady Sometimes Records)
shoegaze, noise-rock, psych

Dall'unione fra le due intraprendenti label laziali MiaCameretta e Lady Sometimes ecco un progetto tutto incentrato su distorsioni, effetti e sonorità shoegaze- noise. Basti porre l'attenzione all'incipit della title track (ma anche "Kleio" non è certo da meno) per comprendere quanto dello stile dei My Bloody Valentine sia stato assorbito nella scrittura degli Human Colonies. Germi alt-pop alquanto obliqui e rumoristici popolano l'iniziale "Sirio", nella strumentale "Vesuvius" i rumori di sottofondo sono innestati su una modalità post-rock che richiama i Mogwai, nella conclusiva "Psychowash" è invece evidente la decisa connotazione psichedelica. Tutto come se Kevin Shields fosse in studio con la band. Si chiude in una pioggia di feedback, a rinnovare quell'interesse per gli anni 90 che non si sopisce, neppure fra i giovanissimi. Non è un caso che tanti grossi nomi dell'epoca (l'ultimo in ordine di tempo è quello dei Ride) stiano tornando sulle scene, e non certo tra l'indifferenza generale (Claudio Lancia 7/10)


psikerPSIKER - Maximo (2016, autoproduzione)
retromaniac synth-pop

Il milanese Massimo Curcio è al quinto album a nome Psiker e, per questo lavoro, si gioca alcune carte dal punto di vista degli ospiti, che sicuramente attireranno l'attenzione di chi seguiva il pop italiano negli anni Novanta. Leggere tutti assieme i nomi di Raffaella De Stefano dei Madreblu, Luca Urbani dei Soerba, Francesca Gastaldi degli Zerozen e Odette Di Maio dei Soon non può che generare almeno un po' di emozione per chi ricorda con piacere il periodo nel quale questi gruppi erano in auge. Il contenuto musicale del disco porta poi la nostalgia ancor più indietro, dato che abbiamo a che fare con un synth-pop puramente anni Ottanta, con melodie regolari e un po' squadrate, un andamento quasi marziale, un timbro vocale molto impostato e testi che rimandano a un'estetica alla Alberto Camerini. La domanda, a questo punto, sorge spontanea: questa operazione è furba oppure genuina? L'ascolto fa capire immediatamente che la risposta è la seconda: le trame sonore, le armonie vocali e i testi toccano il cuore con naturalezza e sincerità e i cantanti ospiti arricchiscono nel vero senso del termine questo pugno di canzoni semplicemente irresistibili (Stefano Bartolotta 7/10)


rikfinkazanRIFKIN KAZAN - Disco Solare (2016, DreaminGorilla)
alt-rock

Compagine emiliana (cinque elementi), Rifkin Kazan debutta con il calderone di "Bulgarian Nirvana Marasma" (2013), un'esplosiva, sovreccitata fusione di ska-core, System Of A Down e virtuosismi progressivi, oltre alle movenze folk-punk dei Gogol Bordello. Nel secondo "Disco solare" avviene una piccola ma sostanziale trasformazione. La band dà largo spazio alle voci (voce recitante più coro), come in una sorta di musical, la gamma timbrica si ampia a comprendere l'elettronica, mentre il folk viene impastato fino a diventare irriconoscibile. Così, "Leve" e "Kusarikku" suonano come versioni cubiste se non nevrotiche del varietà italico, prima di sfuriare nei rispettivi refrain ("Siete sani e salvi/ e non rompete i coglioni", e "Vorrei collegare questo mondo all'aldilà"). La scrittura si complica fino ad amalgamarsi in una sorta di pop progressivo: da "Toro torero" (con tocchi esotici nel ritmo e nella marimba) alla spericolata "Porta di fuoco" (prog-metal misto a samba). Sono canzoni che fanno dell'instabilità psicoemotiva la loro cifra, soprattutto nella tiritera tzigana di cori punk di "Panino", su ritmo sincopato a livelli dissennati, ma anche in "Ora di scuola" (ancor meno definibile: favola folk, tromba tex-mex, tempo fratturato, clavicembalo horror, refrain da musical) e in "Battilo", quasi dei Gong in versione metal. L'album non esaurisce la carica e la foga nemmeno con un tentativo (ovviamente comicamente sfatto) con la forma-canzone, "Quanti". Tutto meno che perfetto - qualche svirgola vanesia di troppo, qualche brano parecchio pasticciato -, ma è un'imperfezione pregiata, uno verace esempio (ancor più stimabile visto che è italiano) di dadaismo a rotta di collo. L'idea più geniale sta nel canto: sbraita e si sgola, e il più delle volte non si capisce un'acca, imbrigliato tra le mitragliate. Co-produzione DreaminGorilla, Cave Canem D.I.Y., La Bassa, Nebiolo (Michele Saran 6,5/10)


mesaMESA - Mèsa (2017, autoproduzione)
alt-folk, songwriting

Ep d'esordio per la cantautrice romana (ma con tracce di Sicilia nel sangue), che allunga le fila delle varie Ilenia Volpe, Valentina Lupi e Noemi Smorra, ognuna con le proprie peculiarità, a conferma di una scena al femminile fresca e vivace presente nella capitale. Fra alt-rock e folk, Federica Messa - questo il suo vero nome - scrive musiche e parole per cinque tracce elettro-acustiche, nelle quali riversa la delusione per la fine di un amore e l'esigenza di percorrere una via italiana indipendente, dopo molti anni trascorsi a scrivere in lingua inglese per piccole band del circuito underground. Le foto promozionali la ritraggono sempre con in braccio una chitarra acustica, leggiamo quindi la forte esigenza di voler apparire come songwriter impegnata, a metà strada fra il bucolico e il metropolitano. "La colpa", "Un nome alle cose", "Cose vere" e "Morto a galla", sono i titoli di "Mèsa", più la rockegginate "Tutto", per la quale Federica ci tiene a sottolineare come sia stata registrata live in studio, in presa diretta (Claudio Lancia 6,5/10)


ilufI LUF - Delaltèr (2016, autoproduzione)
folk-rock

Progetto nato nel 2000 sulle montagne della Val Camonica, I Luf hanno pubblicato un gran numero di dischi, tra album di inediti veri e propri, raccolte, rifacimenti e progetti benefici. Quest'ultimo lavoro è uscito lo scorso 21 giugno, in concomitanza della giornata mondiale del rifugiato, e viene ripubblicato ora in vinile all'interno di un cofanetto che celebra i 15 anni dal primo album. L'idea della band è quella di creare atmosfere e storie che richiamino alla mente quell'equilibrio tipicamente montanaro tra la costante necessità di affrontare avversità e l'importanza del cuore e dell'altruismo per superarle, con un impianto musicale ispirato dai momenti migliori di Van De Sfroos e Modena City Ramblers e rivisto in chiave più frizzante e rock. Questo "Delaltèr" mostra un buon grado di varietà e di freschezza dal punto di vista musicale e testi interessanti e coinvolgenti sulle problematiche attuali come il lavoro e la solidarietà, con al centro la necessità di non rimanere mai fermi, in senso sia fisico che mentale. Un disco senza picchi qualitativi particolarmente elevati, ma indubbiamente solido, interessante e di piacevole ascolto (Stefano Bartolotta 6.5/10)


neilNEIL - Black Flowers (2016, Seahorse)
songwriter

Trascorsa l'esperienza con gli Hope Leaves, il veneto Neil Lucchetta vara senza strappi la carriera solista, di nuovo alle prese col cantautorato folk in "Apart" (2013). Gli arrangiamenti psichedelici sovrastano nettamente il resto: Lucchetta sembra ossessionato dalla ricerca della ballata perfetta più di scrivere seriamente canzoni. Grazie all'elettronica, negli ultimi tre brani l'album comincia a suonare (specie la bruma instabile di "Take Me Home" e la stasi pulsante di "Smile"). Nel seguito "Black Flowers" non riesce a resistere alla tentazione di tornare al formato-band. Così, tracce della depressione di Mark Kozelek, apprezzabili in "Spleen", "Blank Sheet", nella più innodica "Chains", sono subito fatte saettare dalla sezione ritmica. Coerentemente, il numero pop - "My Tired Heart" - è reso appena più melanconico (e culmina con un urlo strozzato), e finisce per suonare come il brano-baricentro, anche più delle allungate "Promise" (nebbiolina di mellotron che la trasforma in piccola tortura emotiva) e "Spleen II" (fin troppo oleograficamente Neil Young-iana, e appesantita dal canto ripetitivo). Ispirato ai "Fiori del male" di Baudelaire, non esattamente un territorio vergine. Alcune canzoni ispirano trasporto, altre - specie nella parte centrale - girano un po' a vuoto. Una grammatica sufficientemente ampia che ha un pertugio che dà appena fuori dall'orizzonte, il valzerino vagamente Black Heart Procession di "Moth" (Michele Saran 6/10)


williamwilsonWILLIAM WILSON - Whispers: A Scar Is Born (2016, Seahorse)
songwriter

Già alle prese con la colonna sonora del corto "17:34" (2013) di Patrick Caldelari Full, il siculo William Wilson ritorna all'opera di studio con "Whispers: A Scar Is Born". Ci sono due introduzioni in qualche modo complementari: "Whispers" evoca un tardo Scott Walker molto più tradizionale e più da sogno che da incubo, e "Omid" si rifà al David Bowie più maturo e tecnologico. L'album sprigiona la sua anima anzitutto nella teatrale "Solitude Glass", un gioco di rimandi vocali e poi una sarabanda per chitarre acustiche. "You In Me" distende un ritornello ampio e melodrammatico su un sottofondo di soffi e riverberi elettronici. Perfettibile è invece "The Other One", d'un crepuscolarismo digitale a due passi dalla folktronica. La maggior vertigine la tocca la chiusa, una "A Scar Is Born" costruita su un fruscio di giradischi e distorsioni piangenti, una murder-ballad che cerca di fuoriuscire dal suo stato amebico. Un disco a suo modo coraggioso, il suo più ambizioso dai tempi del debutto "Just For You" (2010), tralasciando le impurità lo si può vedere come un ciclo di canzoni per voce, arpeggio e campionamenti (Peppe Forte e Peppe Cavarra: bravi anche se nelle retrovie) con qualche momento - pur fugace - da antologia. Registrato e missato in cinque studi (Michele Saran 6/10)


sararomanoSARA ROMANO - Ciricò (2016, Maremmano)
songwriter

Già esperta di musica folk e leader dei Duin, la palermitana Sara Romano debutta solista con "Ciricò". La cantautrice opta decisamente per la fusion etnica e poliglotta del Paul Simon di "Graceland" e del De André di "Creuza De Ma", ma - oltre a influenze chiaramente sudamericane - "I geni recessivi" è più che altro una svelta creazione cubista da camera che accompagna un flusso di coscienza disgiunto, e l'appuntamento con la classica canzone swingante, "La parte migliore", è un atto confessionale portato con spoglia eleganza. Così la rarefatta "Nella margherita", quasi un canto di sirena. La title track e "Mi casa" sono invece pure cristallinità di folk danzante. L'unica concessione piaciona, comunque divertente, sembra essere "La ballata delle parole complesse" (rime e atmosfera tabarin). Cantato in italiano, spagnolo e siculo, scritto e arrangiato da Romano (direzione artistica: Marco Corrao), con fior fior di musicisti. Ha dei difetti di natura estremamente pratica: se ci si limita alla voce sembra di sentire Paola Turci; e le canzoni durano davvero poco per il potenziale che potrebbero sprigionare. Un peccato. Seguito del primo EP "La parte migliore" (2013). Premio Velvet Music 2014 per "La ballata delle parole complesse" e Premio Ciampi 2016 nella categoria "album di inediti" (Michele Saran 6/10)


hiboumoyenHIBOU MOYEN - Fin Dove Non Si Tocca (2016, Private Stanze)
songwriter

Gli highlight della seconda raccolta di Giacomo "Hibou Moyen" Radi, "Fin dove non si tocca", sono - manco a dirlo - le parti appena più avventurose osate dalla produzione di Umberto Maria Giardini: i cordofoni sognanti e la bruma di "Canzone di balene", la supplica amorosa arpeggiata di "Il naufragio del Nautilus", aumentata dagli archi, e il filo stridente e melanconico di "Muro e lichene". Forse anche il timido tintinnio astrale di "Efelidi". Non certo sono capolavori, ma quantomeno cercano, complici l'assenza della batteria e qualche buona immagine poetica di Radi, di sporgersi su un vuoto che nelle rimanenti canzoni si trasforma in intrattenimento, e anche di lega leggerina. Piuttosto svaporato, nell'interpretazione canora sta in bilico tra Paul Westerberg, o meglio Gianluca Grignani, e Nick Drake, o meglio Angelo Branduardi. Seguito di "Inverni" (2014), un pelo superiore, e dell'Ep "Ancora inverno" (2015) (Michele Saran 5/10)

 

Playlist
MOOSTROO - Musica Per Adulti (2016, hashtag)
HUMAN COLONIES - Big Domino Vortex (2017, Mia Cameretta Records / Lady Sometimes Records)
PSIKER - Maximo (2016, autoproduzione)
RIFKIN KAZAN - Disco Solare (2016, DreaminGorilla)
MESA - Mèsa (2017, autoproduzione)
I LUF - Delaltèr (2016, autoproduzione)
NEIL - Black Flowers (2016, Seahorse)
WILLIAM WILSON - Whispers: A Scar Is Born (2016, Seahorse)
SARA ROMANO - Ciricò (2016, Maremmano)
HIBOU MOYEN - Fin Dove Non Si Tocca (2016, Private Stanze)
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