Edda

17-10-2025

A tre anni da "Illusion", Stefano Rampoldi, meglio conosciuto come Edda, torna a farsi sentire con "Messe sporche". Abbiamo contattato via email l’ex-voce dei Ritmo Tribale per farci raccontare qualcosa in più su questa sua ultima opera e come sempre ci ha risposto con quella sincerità disarmante e quell’ironia tagliente che lo rendono unico.

Buongiorno Stefano, grazie per l’intervista. L’ultima volta che ti ho visto dal vivo a Milano, all’Arci Bellezza, hai concluso il concerto in mutande. È stata un’immagine potente, come se volessi mostrarti nudo non solo nel corpo, ma anche nell’anima. Ti chiedo: ogni tuo disco è un modo per denudarti davanti a chi ti ascolta, svelando sogni e fragilità sempre più intime? Oppure quel tuo modo di scrivere, spesso criptico e aperto all’interpretazione, è una forma di maschera dietro cui scegli di proteggerti?”
Beh, intanto mi scuso con te e con tutti quelli che mi hanno visto in mutande per lo spettacolo immondo al quale avete dovuto assistere: son cose raccapriccianti, lo ammetto, che non si dovrebbero fare e che comunque non si spiegano, a meno che uno non si appelli all'infermità mentale. Io poi scrivo canzoni e più che nascondermi, in realtà mi mostro, anche se più passa il tempo e più mi sento inadeguato, ma tant'è che un qualche contributo devo cercare di darlo anch'io per addolcire questa valle di lacrime. Non so però se l'obbiettivo viene raggiunto o se sarebbe meglio fare altro. Per quanto riguarda il mio modo di scrivere criptico, invece, ti direi che più che altro sono svogliato. Per me le parole essenzialmente sono suoni, il significato viene dopo, se viene; quindi, se in quel punto della canzone voglio dire "brizzolino", lo dico anche se magari per gli altri non ha senso.

Dopo l’intima intensità di “Illusion”, il pop obliquo di “Fru Fru” e le suggestioni wave-elettro di “Noio; volevam suonar”, "Messe sporche" appare come un ritorno prepotente al rock più diretto e istintivo. È stata una scelta consapevole, un bisogno di tornare alle origini, o semplicemente la direzione naturale che la tua musica ha preso in questo momento?
Essendo molto scarso, l'unico linguaggio che un po' maneggio è quello che senti nel disco. È una musica basica, abbastanza ignorante, ma se cercassi una via diversa, sarebbe più che altro uno stravolgimento; me la canto e me la suono così.

In “La Diavoletto”, brano d’apertura e momento più rock di “Messe sporche”, sembri raccontare il rapporto di una coppia stanca: da un lato una donna con i piedi per terra, schiacciata dal peso dell’insoddisfazione, e dall’altro un uomo altrettanto inquieto che cerca rifugio nella musica e nella sua chitarra "diavoletto" Gibson, quasi per sfuggire all’amarezza del presente. Ti chiedo: c’è qualcosa di te in questa storia? La musica, per te, è anche un modo per evadere dalla realtà?
"La Diavoletto" non è un testo, è quasi una profezia. Tutti a un certo punto della vita si rendono conto di cosa sono e dove stanno andando, ovvero il più delle volte contro un muro. La musica è qualcosa che ci salva, probabilmente è un link con il sovrannaturale che sentiamo dentro. Teniamocela stretta, questa opportunità, potrebbe salvarci la vita nei momenti difficili e di disperazione.

“Oggi è un giorno di gloria, alza la tua radio. Con la tua faccia da timido forse non ti vendono. Oggi è il giorno di dire no”. In “Giorni di gloria” sembra di sentire un invito alla consapevolezza, quasi un grido di risveglio. Potrebbe essere la colonna sonora di questo nuovo fermento sociale - penso alle manifestazioni pro-Palestina e a un ritorno di coscienza collettiva - oppure il brano nasce da un’urgenza più intima, personale, interiore?
No, io più in là del mio ombelico non so vedere... Gloria è una donna che lavorava all'Ovs e che adesso fa un altro mestiere. Non c'è niente di politico, le mie canzoni sono piccole storie, oppure sono come quelle foto insignificanti che facciamo e che poi quando le riguardiamo ci ricordano qualcosa di noi stessi che magari avevamo dimenticato.

In “Messe sporche” non mancano immagini e versi che colpiscono con forza - "La tua bocca sa di cazzo, adesivo come il sole scioglie il ghiaccio, oppure Prostituzione obbligatoria, religione senza storia, foto obbligatoria degli organi genitali”. Anche la copertina, con quella mano che si avvicina a un paio di mutandine rétro, sembra voler provocare e scuotere. È solo una mia impressione o, in questo disco, ti sei sentito ancora più libero, quasi esentato dal politicamente corretto?
Ieri, dopo un brainstorming durato mesi, ho capito che "Messe sporche" si riferisce alle mutande. Invece la frase a cui ti riferisci è una mia legittima curiosità sul Calippo tour. La copertina è un richiamo a quelle che faceva Fausto Papetti e che tanto mi colpivano ogni volta che le trovavo sugli scaffali dei dischi. Per quanto riguarda la prostituzione obbligatoria, credo che avrebbe potuto essere un valido sostituto del servizio civile. Purtroppo, sta idea mi è venuta solo ora che la leva militare non c'è più, peccato perché avrebbe avuto successo. Un'esperienza formativa del degrado.

Nel disco precedente, con Gianni Maroccolo in cabina di regia, ti erano state affidate alcune parti di chitarra. In “Messe sporche”, con gli arrangiamenti e la direzione artistica di Luca Bossi, invece, la chitarra l’hai usata solo come strumento di scrittura o anche durante la registrazione? Mi sembra che in questo lavoro ci sia un approccio diverso: hai suonato tu stesso alcune delle parti di chitarra?
Non ho suonato una nota, ha suonato tutto Luca. Due canzoni le ho scritte con lui, e per il resto gli ho fatto sentire dei pietosi provini chitarra e voce. Il risultato finale è tutto Made in Bossi: un uomo, una certezza.

Ho letto da qualche parte che Edda vive a Milano, ma lavora in smart working su un altro pianeta. Milano ricorre spesso nella tua musica: penso alla Milano del tuo esordio da solista, ma anche a "Messe sporche", dove canti “sei Milano più pulita del peccato”. E in più, nella tua discografia, ogni tanto affiorano parole e sfumature del dialetto milanese. Che tipo di legame hai oggi con questa città? È ancora una presenza viva nella tua ispirazione o qualcosa con cui ti confronti in modo più distaccato?
Milano è per i giovani e per i ricchi, io non sono nessuna delle sue cose, però vi ho vissuto 40 anni e mi piaceva. Adesso la guardo da lontano, con terrore reverenziale.

Che impressione ti ha fatto "Milano sogna", il vodcast dedicato ai Jungle Sound, dove il tuo ex-compagno nei Ritmo Tribale, Fabrizio Rioda, incontra le band e gli artisti che hanno attraversato gli storici studi di via Pestalozzi? Ti piace questo effetto nostalgia che celebra quegli anni, tutti sospesi tra sogni e amplificatori? Ti piacerebbe essere ospite di una puntata a raccontare anche la tua parte di quella storia?
Io più guardo Fabri e più mi sembra Henry Rollins. Per me lui è un totem e ho scoperto con piacere che sa anche parlare. Ho guardato le puntate: è bravo. No, non ci andrei perché il passato mi imbarazza e il futuro mi preoccupa. Vivo il mio presente orrorifico, ma di più non posso. Però sono contento di vedere lui e tanti altri amici su YouTube.

Hai scelto di pubblicare solo due singoli sulle piattaforme di streaming, lasciando fuori il resto dell’album. È una decisione che suona come una presa di posizione, quasi un gesto di resistenza verso il modo in cui oggi si consuma la musica. È così? Vuoi lanciare un messaggio contro la logica dello streaming, o c’è anche un altro significato dietro questa scelta?
In realtà, è una decisione che ho preso senza capire quello che stavo facendo, poi quando me l'hanno spiegato ho detto: ah?! Alla fine, però, sono contento di averlo fatto, anche se non so il perché. È l’istinto.

Nella cartella stampa racconti che inizialmente non volevi realizzare un album intero, ma poi Luca Bossi ti ha convinto. Ora che il disco è pronto a uscire, sei soddisfatto del risultato? Ti senti felice di averlo fatto?
Sì. Una parola molto semplice ma piena di significato.

Grazie Stefano ti ringrazio per lo spazio che ci hai dedicato e ti porto i saluti di tutta la redazione di Onda Rock.

(17 ottobre 2025)

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La grande illusione

di Cristiano Orlando

Dopo qualche anno dal precedente contatto tra Ondarock e Stefano Rampoldi in arte Edda, la redazione ha avuto nuovamente il piacere di incrociare l’artista milanese a qualche mese di distanza dall’uscita del suo ultimo lavoro intitolato “Illusion”. Edda si mostra, come al solito, molto disponibile, sincero, divertente e davvero profondo nelle sue riflessioni.

Buongiorno Stefano, innanzitutto ti ringrazio per lo spazio che ci hai dedicato e ti porgo il saluto da parte del Direttore e di tutta la redazione. L’ultima tua intervista integrale per Ondarock risale a circa quattordici anni fa, poco dopo l’uscita di “Semper Biot”, il tuo primo album da solista dopo l’esperienza nei Ritmo Tribale.

Caspita, sono passati così tanti anni da quell’album e non sono ancora diventato famoso. C’è qualcosa che non va allora (ride).

Mi piacerebbe iniziare questa chiacchierata con un ricordo personale che voglio condividere con te. Sarà stato il 1994 o il 1995 e presenziai a un concerto dei Ritmo Tribale a Susa (provincia di Torino), se non vado errato poco dopo l’uscita di “Mantra”, album fondamentale per la scena musicale italiana di quel periodo.

Toglimi una curiosità, che impressione ti fece quel concerto?

Eravate una band dall’impatto live enorme, e tu eri indemoniato, un frontman che non si risparmiava nemmeno per un secondo. Ora nei live sei molto posato, affabile e certamente più misurato.

Mi fa molto piacere. Pensa che mi sono reso conto solo da poco tempo che i Ritmo Tribale, in effetti, sapessero suonare bene. E poi dai, giusto per fare un paragone con oggigiorno, io al tempo potevo essere considerato il Damiano degli anni ’90 (ride) e lo dico con grande rispetto per i Måneskin. Ero consapevole di non essere una bellezza e quindi cercavo in qualche modo di farmi notare, un po' come fa lui alla fine; in pratica sarei voluto essere un Damiano wannabe (ride).

Quindi, visto il percorso importante costruito dapprima con i Ritmo Tribale e soprattutto con i tuoi eccellenti dischi da solista, qual è la cosa che ti rende più orgoglioso del cammino compiuto?

La cosa che mi rende più orgoglioso, e vorrei che questa situazione proseguisse, è l’aver continuato a suonare, dimostrare il mio amore per la musica, un elemento per me importante, vitale. Sono contento di aver ripreso a suonare a cinquant’anni, lasciando perdere un lavoro sicuro (sicuro per modo di dire, perché oggi nulla è certo), per riprendere una carriera che sembrava lasciare poche speranze di successo. L’ho fatto perché facendo musica, anche se a piccoli passi, qualche riscontro ho iniziato ad averlo e insieme ad esso ho visto una crescita continua e questo mi ha gratificato. E’ ovvio che vorrei avere 8.000 persone a concerto ed essere una pin-up del rock ‘n’ roll, ma va bene così (ride).

Allora, proprio per questo motivo, visto che stiamo anche entrando nel periodo della kermesse, perché non progetti in futuro di partecipare al Festival di Sanremo, ad occupare la quota del cantautorato indipendente, un po' come ha fatto l’amico Giovanni Truppi lo scorso anno?

Intanto devi avere la canzone giusta, ma quello, in effetti, non sarebbe stato un problema perché, “Lia” (n.d.r. tratta dal suo ultimo album “Illusion”) sarebbe andata bene, secondo me. Bisogna avere soprattutto molto coraggio ed essere sicuri della propria immagine. In questo mi faccio un sacco di paranoie. Quando faccio i concerti io mi prendo sempre molto in giro, proprio per mitigare qualche mia ritrosia. A Sanremo devi fare il cazzuto e dimostrare chiaramente che hai qualcosa da dire. Al momento è una cosa che non sento mia e poi ovviamente non dipende solo da me. Diciamo che spero non arrivi mai qualcuno a propormelo, o a obbligarmi (ride).
Per dire, i Verdena non sono mai stati a Sanremo, ma sono un gruppo che vedrei benissimo su quel palco. Farebbero bene a se stessi e alla musica italiana, risulterebbero vincenti. Io rischierei di essere fagocitato da quel mastodonte che è il Festival.

Ho guardato nei giorni scorsi il concerto che hai tenuto presso le magnifiche OGR di Torino, messo a disposizione ufficialmente sul proprio canale Youtube, nell’ambito della rassegna denominata OGR Club, che prevede l’esibizione di molti artisti del panorama musicale italiano in una sala suggestiva, senza palchi e contatto diretto con il pubblico. Ti ho visto particolarmente soddisfatto della tua performance, giudizio che posso personalmente condividere. Pensi che un luogo così particolare, che rappresenta al meglio il concetto di trasformazione, ti abbia messo particolarmente a tuo agio?

Sì. Quando questi spazi sono studiati appositamente per fare musica e capti che la volontà è proprio quella di creare le migliori e particolari condizioni perché questo possa diventare un evento di qualità, il musicista si sente assolutamente a proprio agio. Lo spazio è molto bello acusticamente, molto grande e alto, però l’atmosfera che si era creata è stata davvero memorabile. Non ho ancora avuto modo guardarlo e soprattutto riguardarmi, cosa che farò quando sarà il momento giusto, ma in tanti mi state confermando che il concerto è stato apprezzabile, anche come resa musicale.

Ondarock, come accennato in precedenza, ti segue sempre con grande interesse e ciò è dimostrato dalle accurate analisi che sono state fatte su tutti i tuoi dischi da solista, tra l’altro sempre accompagnati da riscontri decisamente positivi. Nell’ultimo tuo lavoro “Illusion” sembra che tu abbia fatto davvero un ulteriore balzo in avanti, per qualità delle liriche e per gli arrangiamenti sonori. Com’è stato lavorare con Gianni Maroccolo a un progetto completo, dopo le precedenti esperienze che vi avevano coinvolto?

Lui è bravo, lo ha sempre dimostrato, la sua storia parla chiaro. Io ce l’ho messa tutta, ma credo che anche lui sia rimasto contento del risultato finale. Io mi ritengo un musicista non particolarmente dotato, ma lui ha voluto espressamente che io suonassi le chitarre nel disco, cosa che, di mio, non avrei mai voluto fare, ma Gianni mi ha convinto in questo processo. Io gli ho consegnato tutte le mie canzoni e lui è stato molto bravo ad assemblare il tutto nel modo migliore, centrando perfettamente tutte le mie idee di partenza. Pensa che qualche giorno fa ho letto il commento di una ragazza su Facebook che mi criticava per la mia voce e per i testi, giudicati testi da bambini.
Sai, sull’interpretazione vocale in effetti il gusto è parecchio soggettivo, ma per quanto riguarda i testi a me non sembra di comporre canzoni così stupidine (ride). E ti devo dire, che anche la voce, in questo disco, a me è piaciuta particolarmente e ho detto tutto, proprio io che sono il primo critico di me stesso. A me sembra davvero di cantare meglio di qualche anno fa.

Componi le tue canzoni alla chitarra?

Sì. In questi ultimi due anni ho cercato di affinare al meglio la mia tecnica chitarristica, allenandomi soprattutto con partiture jazz, che a casa mi riescono anche bene, devo dire (ride).

Riprendendo proprio il focus sui tuoi testi, essi sono sempre, come dire, pirotecnici, comprendono una serie numerosa di concetti e di pensieri, che sembrano talvolta slegati, ma che a una doverosa e accurata analisi posseggono sempre un fil rouge di fondo (l’amore, la famiglia). E’ una visione corretta?

Io quando scrivo una canzone non parto mai da un argomento, non ho mai un tema in testa. Parto dalla melodia e in quel momento mi impongo di portare la canzone a compimento; mi arrivano delle parole e dei pensieri e li amalgamo alla musica che sto creando.
Solo su “Pater” (dall’album “Stavolta come mi ammazzerai?" – 2014), canzone ovviamente riferita a mio padre, sono partito da una frase ricorrente che ogni volta che vedevo mio padre mi balenava in testa: “Ma perché ogni volta che vedo mio padre mi viene voglia di ammazzarlo?”. Ecco, quest’espressione mi è rimasta impressa e appena mi è arrivata la melodia giusta ho pensato a come inserirla nella stesura della canzone. Mi ricordo anche dov’ero quando l’ho pensata. Stavo scendendo le scale di casa mia ed ero nel cortile (ride).

Mi hai fornito l’assist perfetto per analizzare con te proprio alcune frasi che mi hanno colpito durante l’ascolto di “Illusion”. Ad esempio, in “Lia” poni questo quesito all’ascoltatore: “Sai perché si muore?”. Perché si muore secondo te?

Ti rispondo in modo molto semplice. Tu mi chiedi se so perché si muore e io ti rispondo che non si muore. Io tratto molto il tema della morte, perché sono convinto che la morte non esista. Io credo che muoia solo il corpo e non l’anima. Ad esempio, mia madre è morta, ma la sua anima è ancora viva e dopo nove mesi da quel giorno essa entrerà in un altro corpo, quindi la morte non esiste ed è solo un’illusione. Da qui il titolo del disco “Illusion”.
Io non faccio mai un proclama. Devono essere parole che dicono a me qualcosa. Non ho l’obiettivo che i testi debbano comunicare per forza qualcosa ad altri e nemmeno che vengano capiti. Per questo, infatti, non sento il bisogno di dover spiegare meglio certe frasi o certi concetti. L’importante è che, per come sono fatto, dicano a me qualcosa. Comunque, un senso c’è sempre, questo sì, assolutamente.

Quindi, anche nel brano “Carlo Magno”, quando affermi: “Carlo Magno a 25 anni era il re dei Franchi/ La mia vita nasce già finita/ Tanto non mi manchi”, c’è un senso?

Quella è una frase di Alessandro Barbero. Stavo ascoltando una sua conferenza. Quando scrivo i testi, da inserire nelle melodie che ho composto, faccio un lavoro simile a quello delle parole crociate.
In quel caso ascoltai la frase di Barbero che incastrata nella partitura che stavo scrivendo rispondeva alle mie prospettive. Poi, se rapportata al verso successivo: “La mia vita nasce già finita”, trova ancor più legami con il pensiero che la nostra vita nasce già finita perché, con ogni probabilità durante il percorso, difficilmente si combinerà qualcosa di così importante e con questo non voglio dire che Carlo Magno debba rappresentare per me un esempio. Preferisco non essere Carlo Magno, preferisco la normalità.

Anche nel brano “L’ignoranza”, scrivi: “Com’è bella l’ignoranza/ La coltivo dall’infanzia”, una frase ermetica, ma che dice molto più di quanto possano esprimere quelle sette o otto parole.

Quello è un concetto Hare Krishna. Noi siamo condizionati dall’ignoranza, dalla virtù e dalla passione, i cosiddetti Guna della filosofia hindu, dottrina che seguo ormai da quarant’anni. Ricollegandomi al discorso che facevamo prima, queste parole significano qualcosa per me.
Io so benissimo di cosa sto parlando. Poi non lo esplicito. Sto parlando dei Guna? La maggior parte delle persone non sanno cosa siano, però io in quel momento sto trattando qualcosa che conosco e non sto a spiegarlo nella canzone e che potrebbe essere interpretato dall’ascoltatore in vari modi. Forse è proprio questo il bello e anche il brutto dei miei testi (ride).

Altra peculiarità che emerge ascoltando i brani di “Illusion” è la frequente presenza del termine Sole, inteso ovviamente come stella del sistema solare. In “Lia”, “Alibaba”, “Mio capitano” e “L’ignoranza” si nota questa costante. E’ casuale o c’è un messaggio specifico in merito?

Dici? Sai che non ci ho mai fatto caso? E’ interessante quest’aspetto, anche perché io cerco di non ripetere i sostantivi. Probabilmente è frutto del mio istinto. Essendo io una persona un po' sofferente, che ha una visione abbastanza tragica della vita, al tempo stesso tendo a farmi immergere dalla luce. Questa è effettivamente la prova che i testi che scrivo provengono dal mio inconscio, altrimenti scriverei veramente delle gran cazzate.
A me piacerebbe capire come stanno le cose, qual è la verità della vita, la chiarezza, senza voler fare per forza lo psicologo, ma quest’approccio molto personale è tipico del mio essere. Quello che scrivo è, quindi, quello che penso e che provo. Mi fa molto piacere che tu l’abbia colta e me l’abbia fatta notare.

Un’immagine che mi è venuta in mente durante la chiacchierata è quella della tua recente interpretazione di “Eroi nel vento” dei Litfiba, eseguita sempre alle OGR, in questo caso proprio con Gianni Maroccolo: tu, lui, la tua chitarra e il suo basso. A me è sembrato un omaggio intenso, a tratti persino struggente.

E’ proprio quello il momento dove non mi sono piaciuto granché e quindi ho deciso per ora di non riguardare le mie esibizioni. La canzone è molto bella e per me molto significativa. Pelù la canta in modo perfetto, impossibile da replicare.

E l’hai interpretata a tuo modo, a mio avviso decisamente credibile.

Era un tributo a lui e ai Litfiba, dove li ringraziavo per averci fatto sognare con questa canzone. Mi butto anch’io a interpretare una canzone che ha segnato la mia gioventù.

Hai notato come ti guardava Maroccolo durante la tua interpretazione? Era un misto tra positivo stupore, rispetto e grande trasporto. Le vibrazioni che stavi emettendo erano quasi visibili a occhio nudo.

Lui è un grande musicista, che ha un’importante storia alle spalle, con ottimi risultati. Mi sentivo addirittura in soggezione. Adesso che abbiamo lavorato assieme è diventato anche un amico e sono molto contento di tutto questo.

In un’intervista ho notato nelle sue parole grande soddisfazione per il lavoro compiuto insieme per “illusion”.

Da parte mia credo di avergli fornito delle buon materiale e lui ha fatto un ottimo lavoro d’arrangiamento. Ha capito il mio mondo, ha letto perfettamente i miei intendimenti. Solo in un paio di canzoni sono intervenuto chiedendo un diverso vestito al mio brano.
In “Carlo Magno”, mi ricordo di aver fatto presente che l’avrei immaginato un po' sullo stile di “Song 2” dei Blur. Tra l’altro in questo brano c’è anche la partecipazione di Flavio Ferri dei Delta V. Pensa che Gianni mi restituiva le tracce di notte, alle tre del mattino su Messenger e io me le riascoltavo in giro per Milano e in piena emozione gli rispondevo che il risultato lo trovavo straordinario.

Per concludere, Stefano hai già dei progetti per il prossimo futuro?

Ma sì, sto scrivendo delle nuove canzoni e continuo a studiare per migliorare come chitarrista, per aumentare il mio vocabolario musicale.

Ti ringrazio per la disponibilità e con me tutta la redazione di Ondarock e rinnovo i miei complimenti per il percorso che stai compiendo e soprattutto per l’eccellente lavoro costruito in “Illusion”. Ormai puoi considerarti un riferimento per il cantautorato indipendente italiano, di questo penso tu ne sia consapevole. Ogni tuo disco è atteso con aspettativa e ascoltato sempre con particolare attenzione.

Ne sono contento. Io ho una visione un po' distorta di me stesso. Sono consapevole di non essere Jimi Hendrix però queste parole mi ripagano e accrescono la mia autostima. Stasera andrò a letto più contento (ride). Sai, ognuno di noi ha un talento, ed è importante che lo si coltivi. Magari io ne ho pochissimo, ma credo che il mio talento sia nella musica e quindi devo coltivarlo. Magari tra dieci vite, diventerò anche il più grande chitarrista di tutti i tempi.


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C'era una volta il Ritmo Tribale

di Marco Lo Giudice

Dall'altra parte della cornetta c'è una piccola leggenda della musica rock italiana. Erano gli anni 90, sembra un'altra epoca: sono passati ormai ventanni. Chi c'era non può essersi dimenticato dei Ritmo Tribale, e soprattutto della loro voce storica, inimitabile, unica: quella di Stefano "Edda" Rampoldi.
A 46 anni, Edda ritorna sulle scene con "Semper Biot", un disco intimo, spaventosamente intenso, nudo - come dice il titolo, che significa "sempre nudo", in meneghino.
La prima domanda è banale. Che cosa ha fatto Edda in tutto questo tempo? "Sono stato un po' in giro: in India, in Italia. Ma non ci sono tanti misteri, solo il fatto che sono stato da solo per qualche anno, ho tagliato le comunicazioni con tutto e tutti. Nessuna grande avventura, insomma: ho passato 6 anni a drogarmi, qualche lavoretto qua e là. E ho chiuso totalmente con la musica".
L'esperienza con i Ritmo Tribale si chiuse dopo qualche data del tour di "Psycorsonica", ma l'idea di lasciare balenava nella testa di Edda già da un po': "Era una decisione figlia di uno stato di angoscia maturato negli anni... Volevo chiudere, ma c'erano i pezzi del disco già pronti e allora ho deciso che quello fosse l'ultimo anno. Il refrain di "Base Luna" ("ancora un anno", ndr) si riferisce proprio a quel momento".

Sei anni di buio. Edda è splendido nel saperne parlare con la leggerezza di chi ha tra le mani soltanto la verità di ciò che è stato: "Ho vissuto in comunità di recupero, ho smesso di bucarmi e ho cominciato a lavorare. Faccio ponteggi, continuo a farli anche in questo momento: è la mia occupazione principale".
Poi ritorna la musica, abbandonata per tutti quegli anni. È stato determinante l'incontro con Walter Somà e Andrea Rabuffetti, collaboratori principali anche del disco: "Prima di tutto sono persone, solo in un secondo momento musicisti. In questo periodo della mia vita avevo esclusivamente voglia di relazioni vere, umane. E la musica è tornata come un'esigenza, adesso non mi piace pensarla come un lavoro. Io di lavoro faccio ponteggi: non è il lavoro dei miei sogni, per carità, ma il mio senso ora si trova lì".

Frasi semplici, dal significato cristallino, eppure di grande intensità emotiva. Se i testi di Edda sono notoriamente inaccessibili, l'immediatezza di questo scambio di parole è sorprendente: "Qui mi dicono di fare un altro disco... non lo so: mi sembra strano farlo lavorando, capisci? Non mi aspettavo nemmeno questo, di disco! Tutto è nato un paio di anni fa su YouTube, così, senza pretese. Per la pura esigenza di creare. Poi mi hanno in qualche modo convinto, perché se fosse stato per me...".
La sincerità che contraddistingue Stefano è consapevolmente al centro anche della sua musica, ed è per questo che non è ancora convinto di registrare altro materiale: "I pezzi ci sarebbero, almeno altri quindici. Ma voglio farlo soltanto quando lo sento giusto. Voglio vedere se sono capace di essere vero anche con un altro lavoro... Con i Ritmo facevo un disco dietro l'altro, creare musica è stato il mio mestiere dai 20 ai 33 anni. Adesso però mi interessa soltanto l'esigenza reale, vera di fare musica. Nient'altro".

Discorsi da un altro pianeta. Sembra comunque che alcune idee di produzione siano già in cantiere: nonostante sia personalmente combattuto, Edda non nasconde di avere in mente un album più suonato, di maggiore impatto sonoro: "lo stimolo mi è venuto dall'arrivo di Sebastiano De Gennaro ad accompagnarci dal vivo alla batteria. È giovane e molto preparato... Si è innamorato del disco ed è stato proprio lui a contattarmi e chiedermi un incontro. Io non potevo che essere onorato". Con il risultato che ora il liveset è più arrangiato rispetto al disco, caratterizzato invece dalla produzione minimale del tecnico delle Officine Meccaniche Taketo Gohara: "Beh, un po' il disco suona così perché non c'erano musicisti. Ma l'idea di farlo scarno è partita da me. Sebbene io non avessi idea di come spiegarlo, Taketo è stato bravo a capire ugualmente le mie intenzioni e tutto è venuto come volevo". Ne risulta un disco che non si può definire di facile e immediata ricezione. Edda, in proposito, dà alcune interessanti indicazioni per l'ascolto: "Certamente non può essere un disco che fa da sfondo a qualcos'altro. Va ascoltato ad alto volume per poterlo davvero apprezzare. E comunque non è così difficile come dicono, a me sembrano sempre i soliti quattro accordi!".

La conversazione si sposta sugli aspetti più personali di Edda, messi in luce con trasparenza dalle liriche del disco. Molte canzoni contengono riferimenti religiosi agli Hare Krishna ("Scamarcio", "Snigdelina", "Yogini", "Organza"), e viene da chiedersi quanto sia importante questo aspetto per Stefano, oggi: "In realtà ho conosciuto gli Hare Krishna a vent'anni, e non ho mai smesso di seguirli. In qualche modo loro sono quelli che mi hanno convinto di più, anche se non fino in fondo, altrimenti non sarei qui e sarei uno di loro. Mi piace quell'Abc che ho imparato e che sono riuscito ad assorbire in questi anni (ancora oggi, da allora, sono vegetariano): mi hanno dato le risposte più convincenti alle infinite domande che avevo dentro di me. Anche perché, veramente, l'unica cosa che so di Dio è che non ci ho ancora capito niente".
In molte altre interviste in seguito al suo ritorno sulle scene, è stata messa in luce la contraddizione di seguire gli insegnamenti di Krishna e di drogarsi allo stesso tempo. "E che cosa posso rispondere? Le contraddizioni sono umane, sono io. Non posso farci molto. In tutti questi anni quello che ho imparato da loro sono gli unici fondamenti della mia vita: l'unica certezza che non cambierei con niente è quella di non mangiare gli animali". L'unica certezza. Perché il resto sembra una complicazione dietro l'altra: "Ogni giorno che passa è sempre più complesso, le verità sono sempre più labili. Credi che a un certo momento si matura, si sa cosa si vuole, e invece è proprio il contrario: altro che bianco o nero, qui sono tutte zone d'ombra che aumentano sempre di più".

Chiudiamo con la domanda fatidica. Pesante come un macigno: e se potessi tornare indietro? In "Organza" questo desiderio è quasi urlato. Edda risponde, come in tutta la chiacchierata, con semplicità: "Cambierei molte cose... Per prima cosa non perderei tutto quel tempo a suonare! Per carità, l'esperienza con i Ritmo Tribale è stata bellissima, importante. E molte cose di quegli anni le ho potute capire solo ora. Non è stato tempo buttato via, ma se potessi davvero cambiare qualcosa del passato, posso dirti che me ne sarei andato via, non sarei rimasto in Italia. In realtà già all'epoca  me ne andai per un periodo, prima di lasciare i Ritmo. A 23 anni scappai in Inghilterra con gli Hare Krishna. Mollai il gruppo e tutto il resto. Poi i ragazzi mi hanno mandato su una musicassetta con dei pezzi registrati... E sono tornato da loro. Perché la musica era tutta la mia testa, in quel momento, e lo è stata da quando avevo 15 anni: non esisteva altro. Adesso dico: forse avrei dovuto emigrare sul serio".

Le ultime battute vorrebbero essere dedicate ai suoi ascolti di quest'ultimo periodo, ma Edda confessa di avere poco tempo per ascoltare musica. Si è innamorato de "I segreti del corallo" di Moltheni, regalatogli recentemente, tanto da riproporne dal vivo una personale versione di "Suprema" (completano la scaletta, oltre ai pezzi di "Semper Biot", una cover soffertissima di "Stai fermo lì" di Giusy Ferreri e qualche immancabile successo dei Ritmo Tribale).
Con la sua musica, e ora anche con queste parole, Edda si conferma artista sincero, che fa della verità di sé uno stile di vita, nel bene e nel male. E di persone così la musica italiana ne ha davvero un gran bisogno. Tanto che viene da aggiungersi a chi, quando è ricomparso - una chitarra e la sua voce, dal nulla, dopo 13 anni di vuoto, su un canale di YouTube che allora sembrava non voler dire niente, "eddaponteggi" - commentò nostalgico: "Adesso che sei tornato, non scappare di nuovo".

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